L’India.
-Il pensiero indiano-
“ In India si è diversi che altrove. Si provano altre emozioni. In India si pensano altri pensieri.“
Tiziano Terzani
PREMESSA
Sin da quando ero piccola mia mamma mi ha trasmesso la passione per il viaggiare e lo scorso inverno mi ha portata in un Paese che, volontariamente o meno, avrebbe avuto un fortissimo impatto sulla mia vita e sulla mia stessa persona.
So che ovviamente due settimane, perdipiù di “tour” organizzato, non sono sufficienti per poter conoscere a fondo un Paese in tutte le sue colorate sfaccettature, ma so anche che non posso rimanere indifferente a quello che ho visto e provato nè posso pretendere di non essere cambiata almeno un poco io personalmente dopo l’incontro con l’India. Viaggiare è fondamentale per me, e, anche se non so che risvolti prenderà la mia vita, so che viaggerò per quanto mi sarà possibile, alla scoperta di nuove culture, luoghi e persone, e anche alla scoperta di me stessa. Credo che nulla come il viaggiare possa aprire la mente, far crescere e far imparare; e non parlo dell’andare in villeggiatura a fare il turista, ma dell’immergersi anima e corpo in un mondo diverso da quello a cui siamo abituati. L’India è un mondo in cui tutte le logiche su cui fondiamo la nostra società s’infrangono e dove la distinzione tra bene o male scompare, dove il mistico convive con il profano e i tabù, le convenzioni, i ruoli sociali, i valori, le priorità degli uomini e la realtà stessa seguono altre leggi.
E non si tratta solo dell’India, ma di tutti i Paesi, anche se in modo e misura diversa.
Il viaggio vero è quello fatto senza preconcetti, aspettative, senza prenotazioni, giri per i shopping centres o negozi di souvenirs; è quello dove tutto ciò che conta è vivere appieno quel Paese, le sue strade, i suoi odori, la sua gente, le sue tradizioni, le sue credenze, le sue grida, le sue bellezze e le sue brutture. So che l’India è un Paese scomodo, pieno di contraddizioni e, come si legge su alcune guide da viaggio, “vivamente sconsigliato a persone deboli di cuore, facilmente impressionabili, anziani e bambini”.
Ma il Paese che incontrai al mio arrivo a Delhi era tutt’altro che spaventoso ai miei occhi: era vero, primordiale, bellissimo.
Viaggiando per l’India, ho capito che i problemi della vita quotidiana e tutte le cose che ci preoccupano non hanno più importanza, una volta visti i volti e gli occhi rassegnati di quegli uomini, quelle donne e quei bambini, che continuano a vivere nella fame e nella miseria, nella spiritualità più profonda e in un mondo che sembra rimasto fermo a 3000 anni fa, dove ancora ci sono rituali magici, santoni ed incantatori di serpenti.
Pensare di poter descrivere a parole l’India è un’assurdità e di certo non pretendo di poterlo fare, ma questo non vuol dire che io non possa comunque provarci.
Appena penso all’India mi si chiude lo stomaco e avverto un senso di smarrimento e malinconia, c’è sempre qualcosa che sfugge inevitabilmente in quel lontano magico mondo a sé, un’infinità di possibilità si presentano e la realtà muta le sue sembianze.
L’India è uno schiaffo in faccia, due, tre, è spiritualità, karma, nirvana, spezie profumate, sari dai mille colori, grandi imperatori moghul, maharaja, templi spettacolari, bazar vibranti, pietre preziose, tessuti pregiati, abili venditori, danze, Taj Mahal… ma anche povertà, sporcizia, caste, razzismo, indifferenza, disordine, inquinamento, ignoranza.
L’India è un viaggio alla scoperta di se stessi, delle proprie origini.
Ho deciso di parlare dell’India e in particolar modo del pensiero indiano, ovvero dell’insieme di quelle concezioni di fondo comuni alle principali religioni indiane (l’induismo, il buddismo, il giainismo, il sikhismo etc.) poichè tutto ciò mi affascina moltissimo. Inoltre mi piace confrontarmi con modi diversi di guardare alla vita e di pensare e credo sia importante essere sempre disponibili ad ascoltare tutti i punti di vista, per non rischiare di cadere nella trappola del sentirsi troppo sicuri delle proprie idee. Nell’indagare alcuni dei tratti del pensiero indiano ho deciso di partire dagli spunti di un bellissimo libro letto: “Un’altro giro di giostra- viaggio nel male e nel bene del nostro tempo” di Tiziano Terzani. Terzani intreccia la sua situazione di vita, quella di un affermato giornalista che si avvicina ormai ai 60 anni e che scopre di avere il cancro, a quella di un’India senza tempo dove spera di poter trovare una cura al cancro e dove finisce invece per trovare una “cura” alla vita o alla morte, a seconda della prospettiva da cui si guarda.
INTRODUZIONE ALL’INDIA
L’India è uno Stato federale dell’Asia meridionale, con capitale Nuova Delhi; è il secondo Paese più popolato dopo la Cina, con circa 1.400.000.000 abitanti. Le lingue ufficiali sono 15, oltre a più di 300 dialetti. È bagnato dall’oceano Indiano a sud, dal mar Arabico a ovest e dal golfo del Bengala a est. Confina con il Pakistan a ovest, Cina, Nepal e Bhutan a nord-est, Bangladesh e Birmania a est.
Annessa alla Compagnia britannica delle Indie orientali dai primi decenni del XVIII secolo e colonizzata dal Regno Unito dalla metà del XIX secolo, l’India è diventata un moderno Stato nazionale nel 1947, dopo una lotta per l’indipendenza guidata dal leader non violento Gandhi.
Varie riforme economiche hanno trasformato lo Stato in uno dei Paesi emergenti a più rapido sviluppo, ma nonostante ciò il Paese soffre ancora di alti livelli di povertà, analfabetismo e malnutrizione, oltre ad avere un sistema sociale basato sulle caste. Culla di religioni e culture diverse, società pluralistica, multilingue e multietnica, l’India è ancora oggi uno dei Paesi più controversi ed affascinanti del Mondo.
I Miei Collegamenti ed Approfondimenti relativi ad alcune materie:
– filosofia: influenze della religione indiana in Schopenhauer
– latino: stoicismo romano e buddhismo
– inglese: imperialismo britannico, Victorian Society e povertà
– scienze: inquinamento atmosferico
CULTURA, FILOSOFIA E SPIRITUALITA’
– LA TOTALITA’ DELL’ESISTENZA
“L’India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto.”
“Alcuni millenni fa i rishi, coloro che vedono, ebbero l’intuizione che la vita è una, e questa esperienza, rinnovata religiosamente di generazione in generazione, è il nocciolo del grande contributo dell’India all’incivilimento dell’uomo e allo sviluppo della sua coscienza. Ogni vita, la mia e quella di un albero, è parte di un tutto dalle mille forme che è la vita”
Uno dei concetti cardine del sentire indiano è l’idea di totalità: l’uomo, la natura, gli animali sono tutti parte di una stessa globalità, dove ciascun elemento è parte necessaria, cioè che non può essere diversa da come è, ed indispensabile.
E, come Hegel risolveva, con la teoria del monismo panteistico, il finito nell’infinito, affermando che il finito altro non è se non parziale manifestazione dell’infinito, così, anche per gli indiani, il mondo risulta essere la realizzazione di Dio.
Dunque, non esistono le varie parti separatamente, ma l’organismo nel suo insieme, infatti, è il tutto a dare senso alle parti.
Da qui deriva l’idea per cui gli animali sono parte del creato tanto quanto noi, dunque con i nostri stessi identici diritti, e che la natura non sia a nostra disposizione come strumento: niente appartiene all’uomo, neppure il corpo: esso tornerà a tempo debito alla madre terra e il ciclo vita-morte si ripeterà ancora infinite volte.
L’uomo occidentale si è dimenticato di essere parte di un tutto, di essere fratello, padre e figlio di ogni altra creatura; va anzi fiero della propria individualità, della propria apparente libertà, e si erige come entità a sè, disgiunta dal resto, superiore al resto. Questa è la mentalità che, anche secondo il filosofo Lévinas, ha prodotto un uomo solo e triste, un uomo piccolo e capace di atrocità inimmaginabili contro l’Altro, che è, come ciascuno, immagine di Dio.
Tuttavia si pone un problema fondamentale: come può il pensiero indiano dimostrarsi così rispettoso degli animali ed allo stesso tempo indifferente nei confronti dei suoi simili ? (In india infatti vige la morale della disuguaglianza, che si riflette nel sistema delle caste.) Entrambi gli atteggiamenti sono il risultato di una logica per cui, per raggiungere il Nirvana, non è lecito interferire con i piani del Dio.
Che uno sia nato nella casta degli intoccabili, la più infima, o in quella dei bramini, i sacerdoti, è il suo destino, un destino immodificabile e indiscutibile.
Secondo la religione induista infatti ogni persona ha determinati doveri e possibilità, in base alla casta di appartenenza e secondo il Dharma, ovvero la legge che regola ogni cosa.
Mi viene da dire che l’uomo indiano si pone nei confronti del mondo un po’ come una persona che vada come ospite in casa altrui: osserva ma non tocca, giudica ma tiene per sé i commenti e, se è interessato a qualcosa, chiede il permesso e poi ringrazia.
– MAYA, L’ILLUSIONE DEL MONDO
“In India il tempo non è sentito come una linea retta, ma circolare, passato, presente e futuro non hanno qui il valore che hanno da noi; qui il progresso non è il fine delle azioni umane, visto che tutto si ripete e che l’avanzare è considerato una pura illusione.”
“Gli indiani considerano il mondo che noi chiamiamo reale molto simile a quello del sogno, non si sono mai particolarmente preoccupati di cambiarlo o di migliorarlo. Quel mondo è una realtà parziale, per cui anche la sua conoscenza non può essere che parziale”
La filosofia indiana segue un atteggiamento in tutto contrario a quello europeo nei confronti del mondo e della vita: quello rinunciatario.
L’uomo occidentale è spinto alla autoaffermazione in nome della scienza e della ragione ed è pervaso da una forte fiducia nel progresso.
L’uomo indiano invece vede la realtà come una assurda commedia cui è tenuto a partecipare suo malgrado; la sua massima ambizione è quella di concludere il ciclo di reincarnazioni, che lo trattengono nel samsara, attraverso la rinuncia di ogni bene materiale e non, fino a raggiungere il Nirvana.
Questa idea della realtà come finzione mi fa pensare a Pirandello, che definì la vita “un’enorme pupazzata”, ovvero una recita di marionette dove ciascuno indossa la maschera che meglio si addice alle circostanze.
Approfondirò questo aspetto successivamente nella sezione di filosofia.
– LA MORTE
“L’India infonde, anche in chi non crede in tutto questo, uno stato d’animo di distacco che rende il Paese così particolare e la sua realtà, a volte proprio orribile, in fondo accettabile. Accettabile perchè così è la vita: è tutto il contrario di tutto, è stupenda e crudele. Perchè la vita è anche la morte, e perché non c’è piacere senza dolore, non c’è felicità senza sofferenza.”
“In India ci si adatta, si accetta, e presto si entra in quella logica per cui niente è davvero drammatico, niente è terribilmente importante. In fondo tutto è già avvenuto in maniera simile tante altre volte prima e si sa che avverrà infinite volte dopo. […] L’India ti fa sentire semplicemente umano, naturalmente mortale; ti fa capire che sei una delle tante comparse in un grande, assurdo spettacolo di cui solo noi occidentali pensiamo di essere i registi e di poter decidere come va a finire.”
Da una parte la paura di morire degli occidentali: la morte è qualcosa da evitare ad ogni costo e da considerare sciagura quando avviene, è una faccenda lugubre e penosa; dall’altra la paura di vivere degli indiani, che si rifugiano nella speranza di una vita il cui unico fine è la morte eterna. La morte in India è naturale, semplice e serena come lo era forse nell’antica grecia, come Seneca o Socrate ci insegnano.
In India la presenza della morte si avverte continuamente, se ne sente l’odore, se ne vede il volto, il colore. I roghi funebri per le strade delle città alla sera, i lebbrosi agli incroci, le sconsolate vacche di una atavica magrezza un pò dovunque, i cadaveri gettati nel fiume sacro Gange, quello stesso fiume in cui ogni giorno milioni di indiani compiono le abluzioni, ovvero i riti purificatori, e con la cui acqua lavano i panni sporchi, il cibo e i propri figli.
– LA CONOSCENZA DEL SE’
“Altri popoli hanno avuto per obbiettivo il conquistare, l’arricchirsi, il navigare, lo scoprire. Per gli indiani, che negli ultimi duemila anni non hanno invaso nessun paese, né conquistato terre altrui, l’obbiettivo è sempre stato la conoscenza. E non la conoscenza del mondo, ma la conoscenza di sé. Conoscere quello vuol dire conoscere tutto perché il fondo di quel sé, secondo loro, è ciò che resta immutabile nell’eterno mutare di tutto.”
La conoscenza del sé, cos’altro di più interessante?
Eppure, per noi occidentali sembra che l’unica conoscenza che ci interessi sia quella scientifica, pratica ed utile, quella per cui fatichiamo per anni su libri e libri per trovare poi un buon lavoro, quella per primeggiare sugli altri, per vincere sempre.
E se invece di guardarci sempre attorno iniziassimo a guardarci un pò dentro? A capire chi siamo, a riflettere, a stare in silenzio, a fare attenzione ai propri pensieri, ai propri sentimenti, alla ricerca dell’essere; a cercare di capire cosa ci sia, sempre che ci sia effettivamente qualcosa, sotto tutte le sovrastrutture dell’identità che ci costruiamo e che la società ci affigge.
Ciò che gli indiani ci vogliono dire è: a cosa ci serve conoscere il Mondo di fuori se non conosciamo prima noi stessi? D’altronde “Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro, non è da nessuna parte”. E’ pertanto inutile cercare altrove quello che non si trova dentro di sé.
SCIENZE
Inquinamento atmosferico
un primo posto non tanto invidiabile
L’India si contende con la Cina il famigerato titolo di Paese con l’inquinamento atmosferico più mortale. La cattiva qualità dell’aria causa 1,1 milioni di morti premature in India ogni anno, quasi come in Cina, con livelli di smog che hanno superato di oltre 100 volte i limiti consentiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma se il tasso di mortalità legato all’inquinamento è rimasto stagnante negli ultimi anni in Cina, in India è esploso.
Secondo l’Health effects institute e l’Institute for health metrics and evaluation, in India, tra il 1990 e il 2015, si è registrato un aumento del 50% delle morti legate alle pm2.5, le pericolose particelle sottili disperse nell’aria. Le misure anti-inquinamento in Cina hanno portato a una stabilizzazione del numero delle morti per smog dal 2005 a oggi; in India invece il numero è aumentato costantemente dalle 740’000 del 1990 a 1,1 milioni nel 2015.
L’India ha sperimentato l’aumento più forte dell’inquinamento dal 2010 e ora ha le concentrazioni di pm2.5 più alte al mondo. Lo smog a New Delhi, la capitale dell’India, ha raggiunto livelli di crisi senza precedenti, causati dalle centrali a carbone, dal traffico fuori controllo di veicoli, dai cantieri disseminati in tutta la città, dagli effetti della stagione secca che inaridisce i terreni circostanti New Delhi aumentando la quantità di polvere e terra sollevata dal traffico, dai migliaia di roghi delle stoppie delle zone rurali attorno la capitale (negli stati di Punjab, Haryana, Uttarkhand e Uttar Pradesh) di contadini impegnati nello smaltimento delle stoppie del raccolto precedente.
E’ dunque New Delhi in assoluto la città più inquinata al mondo. E molte altre sono le città dell’India tra le più inquinate al mondo.
Il 92% della popolazione respira aria inquinata
Il problema dell’inquinamento atmosferico riguarda ormai tutto il mondo e cresce sempre più, andando di pari passo con l’industrializzazione e la globalizzazione. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, del 2016, tre milioni di persone muoiono ogni anno a causa dell’inquinamento dell’aria. Solo L’8% della popolazione mondiale ha il privilegio di respirare aria pulita, mentre il restante 92% vive in zone dove l’inquinamento atmosferico supera il limite massimo fissato dall’Oms.
Ma in cosa consiste l’inquinamento atmosferico?
Per inquinamento atmosferico si intende la presenza di sostanze chimiche e biologiche che modificano e alterano la struttura naturale dell’atmosfera terrestre. Qualunque sostanza che modifica la composizione dell’aria può essere considerata sostanza inquinante. Gli agenti inquinanti sono generalmente classificati in base alla loro origine:
- fonti naturali
- fonti antropiche
Le sostanze che derivano da fonti naturali sono ceneri vulcaniche, pollini, spore vegetali, polveri e fumi degli incendi boschivi. Le sostanze che invece derivano da fonti antropiche sono quelle prodotte da traffico veicolare, riscaldamento domestico, industrie e agricoltura.
Si può distinguere tra inquinanti primari, emessi dall’ignizione di combustibili fossili quali gas, benzina, legno, petrolio e carbone, e inquinanti secondari, originati dai primari per mezzo di reazioni chimiche.
I primi sono ad esempio il diossido di zolfo, gli ossidi di azoto, monossido e diossido di carbonio, metano e particolato, il quale si divide in particolato grossolano e polveri sottili. I secondi sono ad esempio l’acido solforico, l’ozono troposferico e i clorofluorocarburi, o Freon, considerati come i principali responsabili del buco dell’ozono.
le conseguenze Queste sostanze inquinanti hanno impatto principalmente su:
- ambiente
- salute dell’uomo
Per quanto riguarda i danni sulla salute dell’uomo, l’inquinamento dell’aria comporta alte concentrazioni di agenti tossici che interferiscono con le funzioni polmonari e che portano all’aumento di malattie quali bronchiti, asma, enfisemi, malattie cardiovascolari, leucemie, insufficienza respiratoria acuta, broncopneumopatia cronica ostruttiva, ictus, ischemia e cancro ai polmoni.
Per quanto invece riguarda i danni all’ambiente tre sono le principali conseguenze:
- buco dell’ozono
- effetto serra
- piogge acide
L’ozono è una sostanza importante per la vita sul nostro pianeta: consiste infatti in uno schermo naturale per le dannose radiazioni ultraviolette (UV) provenienti dal sole. Da alcuni anni però la quantità di ozono dell’aria è diminuita a causa di alcune sostanze inquinanti come i clorofluorocarburi, anche definiti Freon. Il fenomeno del buco dell’ozono resta però ancora molto complesso e oscuro: nonostante l’accertata responsabilità dei CFC gli scienziati non sono in grado di spiegare le effettive cause del fenomeno.
L’effetto serra è provocato da una miscela di gas presenti nell’atmosfera quali diossido di carbonio e metano. L’inquinamento dell’uomo altera la presenza di questi gas nell’aria e quindi va a modificare la successione naturale di periodi caldi e freddi della temperatura terrestre. Aumentando la concentrazione di gas serra aumenta anche il rischio di un rapido riscaldamento del clima terrestre, con i conseguenti effetti drammatici sugli equilibri climatici del nostro pianeta.
Infine, le piogge acide sono le ricadute sulla superficie terrestre di particelle gassose inquinanti, come i diossidi di zolfo e gli ossidi di azoto. Queste precipitazioni tossiche avvengono sotto forma di pioggia, neve e nebbia. Le precipitazioni atmosferiche sono sempre debolmente acide, se, però, il pH dell’acqua scende, è dovuto alla presenza di inquinanti. Gli effetti di tale fenomeno sono molteplici:
1- Abbassamento del pH delle acque dei laghi, con conseguente impoverimento della fauna ittica e degradazione dei cicli biologici negli ecosistemi.
2- Danneggiamento della vegetazione, quindi diminuzione del rendimento dei raccolti e riduzione della fertilità del terreno.
3- Corrosione di manufatti e metalli.
4- Intossicamento alimentare .
un buon esempio…
Tra i Paesi meno inquinati al mondo ben 5 sono in Europa: si tratta di Norvegia, Svezia, Svizzera, Danimarca e Finlandia. Ciò che caratterizza questi vincenti Paesi è la scelta di un trasporto pubblico ecologico e spesso elettrico, un buon sistema di smaltimento dei rifiuti, la presenza di molte piste ciclabili, centri di scarto, smistamento e riciclaggio di materiali e ampi spazi verdi per ossigenare l’ambiente. E’ inoltre vietata la circolazione pesante di automezzi e limitato il traffico dei veicoli. Abbiamo dunque solo che da imparare da questi Paesi, che hanno a cuore il pianeta Terra; forse non abbiamo ancora capito che è casa loro tanto quanto nostra.
FILOSOFIA
“In India non potranno metter mai radici le nostre religioni: la sapienza originaria dell’uman genere non sarà mai soppiantata dagli effimeri successi in Galilea (del cristianesimo). Viceversa torna l’indiana sapienza a fluire verso l’Europa, e produrrà una fondamentale mutazione del nostro sapere e pensare.”
(Il mondo come volontà e rappresentazione, par.63 )
Dalla notte dei tempi l’India affascina per il suo profondo legame con religione e spiritualità, dove queste sono tutt’uno con l’India stessa e il suo popolo. La profonda sapienza orientale viene tramandata da millenni dai rishi, coloro che vedono, e anche se spesso l’uomo occidentale ha deriso quei così affascinanti ma poco scientifici insegnamenti, un uomo in particolare ha riscoperto il pensiero orientale e ha cercato di rendergli merito, questo uomo è Schopenhauer.
Schopenhauer è stato il primo filosofo occidentale a recuperare le filosofie orientali da cui desume principalmente due fondamentali concetti: il velo di Maya e il Nirvana. Mentre Kant distingueva fenomeno, cioè la cosa così come appare, e noumeno, la cosa in sé, definendo il primo come la realtà e il secondo come il concetto-limite a cui la mente umana non può accedere data la sua natura limitata; per Schopenhauer invece il fenomeno è parvenza, illusione, sogno, il velo di Maya appunto, mentre è il noumeno la vera realtà. E se dunque questa vera realtà è celata dietro a un mondo di apparenze ed inganni, spetta al filosofo il compito di svelare il noumeno dal velo di Maya, parola che viene dal sanscrito “mayin” e che vuol dire mago.
Le forme a priori, ovvero quelle strutture che corredano la mente umana, scoperte da Kant, sono per Schopenhauer : spazio, tempo e causalità. Egli paragona le forme a priori a vetri sfaccettati che deformano la visione delle cose, per cui la conclusione è che la vita è sogno, tessuto di apparenze; anche per la filosofia dei Veda l’ esistenza è una sorta di illusione ottica.
La concezione della vita come di un pendolo che oscilla tra dolore e noia trova molti richiami nel buddhismo dove si generalizza sostenendo che tutto è malessere, tutto è disagio, tutto è (dukkha) sofferenza: sia in atto, quando soffriamo, sia in potenza, quando la gioia o il piacere di cui godiamo altro non sono che una temporanea cessazione del dolore. La risposta al dolore per Schopenhauer è la liberazione dalla stessa volontà di vivere attraverso l’arte, la morale e l’ascesi. L’arte è conoscenza libera e disinteressata, è quella “cosa” straordinaria che, mentre la contempliamo, ci sottrae per un istante a dolori e preoccupazioni: l’arte è catartica per essenza. Similmente nel pensiero indiano l’arte è considerata “nutrimento dell’anima”: senza essa si vive comunque, ma la mancanza si sente parecchio. L’etica invece consiste per il filosofo in un impegno nel mondo a favore del prossimo, dunque un tentativo di superare l’egoismo con la compassione, attraverso cui avvertiamo come nostre le sofferenze altrui. Allo stesso modo i Veda affermano la necessità di carità e amore verso il prossimo, una rinuncia all’egoismo. Tuttavia se con la pietà si vince l’egoismo, non ci si libera totalmente della vita e dunque della volontà. Questo può avvenire solo con l’ascetismo. L’ascesi è tipica delle filosofie orientali e consiste in una castità perfetta, capace di sciogliere la volontà di vivere attraverso la rinuncia ai piaceri, l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e l’automacerazione. L’asceta nega così la volontà, diventa libero dall’attaccamento alle cose del mondo e giunge all’esperienza del nirvana. Nirvana, letteralmente, ha il significato di “estinzione”, “spegnimento” del soffio, della brama. E’ la negazione del mondo stesso, il nulla, è un oceano di pace, di serenità, dove si dissolvono le nozioni di io e di soggetto.
Sia il Buddhismo sia la filosofia indiana dei Veda e delle Upanisad, ovvero le antichissime raccolte in sanscrito di testi religiosi e filosofici indiani, rappresentarono sempre per Schopenhauer una conferma delle proprie affermazioni: il pensiero orientale, frutto della sapienza più antica e quindi più vera – in quanto maggiormente vicina all’origine dell’umanità – secondo il filosofo si sarebbe trovato in perfetto accordo con la propria filosofia, culminante nella teoria del mondo come volontà, essenza di ogni cosa.
Schopenhauer “tradusse” dall’orientale praticamente ogni concetto cardine del pensiero orientale, interpretando come paralleli ed equivalenti concetti come Volontà di Vivere e Brahman, rappresentazione e māyā, stato di affermazione della volontà e samsara, negazione della volontà e nirvana, redenzione e moksa. Molti altri punti di contatto furono trovati da Schopenhauer tra sé e l’Oriente: l’idealismo, l’esistenza di un principio unico celato dall’illusione della molteplicità, il pessimismo, l’etica della compassione estesa anche agli animali e l’idea che ci si debba liberare dalla sofferenza.
Tuttavia, se è innegabile l’esistenza di alcuni punti di contatto tra il pensiero di Schopenhauer e alcuni aspetti del Brahmanesimo e del Buddhismo, è altrettanto evidente che la convinzione schopenhaueriana di una concordanza tra la propria filosofia e quella indiana è frutto di alcuni fraintendimenti, forzature ed interpretazioni errate, dovuti a un’eccessiva considerazione di alcuni aspetti del pensiero indiano a discapito di altri, che si trovano meno in linea con le teorie di Schopenhauer, e che per tale ragione vengono dal filosofo sottovalutati o addirittura totalmente omessi. Egli ha però il merito, nonostante i propri limiti, di avere notevolmente contribuito all’apertura verso mondi diversi, spesso soggetti a pregiudizi, gettando così le basi per un dialogo tra le diverse culture. Pertanto, nonostante tutti i limiti interpretativi, quello tra Schopenhauer e il pensiero orientale fu comunque un importante ed affascinante incontro fra Oriente ed Occidente.
«Le Upanishad sono l’emanazione della più alta saggezza umana […] da ogni pagina ci vengono incontro profondi pensieri, originali e sublimi, mentre un’elevata e sacra serietà aleggia su tutto. […] È la lettura più profittevole ed edificante che sia possibile a questo mondo: essa è stata la consolazione della mia vita e lo rimarrà fino alla mia morte»
(Alcune cose relative alla letteratura sanscrita, in Parerga e paralipomena, XVI, 185-184).
INGLESE
India, dominated for over 3500 years by the first semi-nomad barbaric invaders Ari, the Gupta dynasty then, the Arabs and the Muslims, the Moghul empire and finally the British colonialism, gained independence in 1947.
India was secured as a British Empire’s colony by the East India Company, founded in 1599 and governing until 1858, the year of the Indian Mutiny.
From then on, India was ruled by a Viceroy and in 1877 became the jewel in the crown of the british empire when Queen Victoria was appointed Empress. India exported tea, cotton, wood and pepper and imported a great variety of British-made products: it was a fundamental resource of the British Empire.
THE BRITISH EMPIRE
Throughout the Middle Ages, England was a medium-sized, moderately wealthy country. When the New World was discovered, Britain used its naval advantage to establish colonies and assist trading companies.They became the number one world power. Whole groups of citizens were exported to populate foreign parts of the world. North America, Australia, South Africa and Ireland are examples of settler colonies. In addition, trader colonies such as India, Nigeria and Jamaica were established. One trading company of great importance to the Empire was the East India Company. It was founded in 1599 and secured India as a colony, actually governing there until 1858. The Empire peaked around 1900. Britain ruled about a quarter of the world, in both land and population. It was the biggest empire the world had ever seen, and it was said that the sun never set on the British Empire.Britain was the cradle of the Industrial Revolution which started in the late 1700s. Queen Victoria reigned during a time when industrialisation made the country the richest in the world. Victoria’s reign can be seen as the Golden Age of Empire although there were conflicts in many of the colonies. The new industries at home demanded huge amounts of raw material much of which was taken from Britain’s colonies.
VICTORIAN SOCIETY
Victoria became queen of Great Britain in 1837, when she was only 18, and she reigned as a very influential and symbolic figure until 1901.
The Victorian Age was called “The Age of Machinery” because of technological improvements, industrialisation and development of communications. Other features of the time were the increase in population, the urbanisation and the spread of education and commerce.
These changes on one hand led to wealth and prosperity for the middle and upper classes which reinforced their position with a strict code of moral conduct and religious faith. They believed in hard work, respectability, conformity and detached philanthropy.
On the other hand these changes led the vast majority of the population to extreme poverty and hardship: men, women and children worked in factories up to 16 hours a day for very low wages, in harsh and dangerous working conditions. Poor and unwanted children were exploited in textile mills and mines, crime, prostitution and discontent were widespread. The discontent of the poor pushed to organise themselves into working-class movements fighting for social reforms and for their rights; an example of this is the “People’s Charter”, a document of 1938. Anyways, his huge gap between the poor and the rich highlighted the inadequacies and inequalities of Victorian Society: so, behind the respectability of middle class values laid a system of corruption, indifference, greed and exploitation. This situation, which chose to ignore the contradictions in society in the name of a poorness as a necessary consequence of the richness of few, became known as “The Victorian Compromise”.
The hypocrisy of the Victorian Society was expecially enlighted by the Robert Louis Stevenson’s novel “The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”. This novel can be seen as an allegory of the divided Victorian self: there is a facade of reason, the 19th century positivist science and a mask of puritan morality represented by Jekyll and the madness and the hard struggle for mere survival which lies underneath, that is represented by Hyde.
Moreover, the writer that denounced the evils of the time (poverty, exploitation, inadequate educational system, urban decay, indifference of the aristocracy, inefficiency of the Justice System…) in a tragi-comic, melodramatic way was Charles Dickens with works such as “David Copperfield”, “Hard Times”, “Oliver Twist” and “A Christmas Carol”.
DICKENS’ POOR AND INDIA’S ONES
Something we sadly find in common between the Victorian Society and India is the extreme poverty.
Poverty…
We talk about extreme poverty when a part of the population lives on less than $ 1.90 a day. According to World Bank data, in 2015 India had a population of one billion three hundred million people.
The percentage of the population living on less than $ 1.90 a day is about 21 percent: more than 270 million people.
…hunger…
According to the World Food Program:
-In India lives a quarter of the malnourished people of all over the world.
-Nine pregnant women in ten suffer from malnutrition and anemia.
-More than half of children under the age of five are malnourished or suffer from dwarfism.
Those who do not eat enough do not have sufficient strength to work and earn. Without working and earning, they don’t have the opportunity to buy food. A vicious circle of hunger and poverty. A circle difficult to break.
… and the other problems of India
Because there are “only” hunger and poverty. The maternal mortality rate is among the highest in the world: every year, about 120 thousand women do not pass birth or pregnancy. Half of the women are illiterate and their fundamental rights are denied systematically. Even the school dropout rate is very high and this means that children are forced to work.
THE CAUSES
In India’s case low wages, chronic unemployment, lack of social assistance and accomodation and an insufficient education.
But most of all the rigid and stagnant cast system made of unpassable racial, professional and social limits: Indian’s personal ambition is completely destroyed and their view of life is pessimistic, resigned and torpid.
Moreover the historic reason of conservatorism that brings india to be stuck in a degenerated supersticion made of old irrational beliefs.
Eventually the British colonialism that destroyed the local manufacture and economy in favour of its own products.
DICKENS’ POOR
The extreme poverty had encouraged the abandonment and in the streets of London, from a survey of 1848, there were more than 30,000 undernourished and sick children, living on alms or thefts. They ate from the trash and drank the sludge out of the open sewers of the slums, almost always contracting cholera and other widespread diseases in the slums.
But the approach to poverty was never devoid of an overwhelming moral judgment on the part of those who were on the comfortable and safe side of those who bring help: “the poor are unexpected beings, who have wasted their money in vices “, “God has placed everyone in a position that is not troubled, because the most important life is that beyond death “
some thoughts of known philanthropists of the time. In essence, the Victorian “beneficence”, even when it is free and sincere, is always paternalistic, coming to the rescue of subjects genetically incapable of managing their lives in a straight and moral way. It is therefore a precise duty of those who have been predestined to be a paradigm of rigor and wisdom, to take the reins of the miserable existences of these “rejections” of Victorian society.
With this philosophy are born the “poorhouse”, hospices financed by the crown in which the poor and the most disadvantaged subjects of the Victorian society could find assistance, accommodation and work. As Charles Dickens describes, in the poorhouses there is a very strict discipline, exhausting working hours and corporal punishment. Families are divided: children, the sick and the elderly, the skilled men and women live in separate buildings to discourage distractions and immorality. The indigents were washed and shaved; then they had to wear the uniform of the institute. Meals, scarce and not nutritious, provided for half the already lean ration of men for women and had to be consummated in absolute silence; the accommodations to stay overnight were dirty and overcrowded: they could sleep up to 7 people per bed.
LATINO
Il buddhismo nacque in India nel VI sec. a.C. e per oltre 1000 anni fu la religione dominante, al giorno d’oggi tuttavia in India resta una piccola percentuale di buddhisti, mentre oltre l’80% della popolazione è induista. Nonostante ciò, la rilevanza culturale e sociale del buddhismo è ancora vastissima. Approfondendo le religioni orientali ho notato sempre più l’affinità che intercorre tra il buddhismo e lo stoicismo romano: il senso di distacco aristocratico, del limite e dell’equilibrio interiore, quel comune rifuggire da ogni eccesso sia ascetico che mondano.
L’insegnamento centrale del buddhismo è che la sofferenza è una parte integrante della vita e che la liberazione dalla sofferenza viene dalla purificazione morale e mentale che un individuo compie su di sé. Il buddismo proviene dagli insegnamenti di Siddhartha Gautama (563-483 a.C.), “l’illuminato”: il Buddha non è visto come un Dio, ma come un maestro spirituale che mostra la via all’illuminazione. Al centro degli insegnamenti del Buddha si pongono quattro verità basilari, dette “verità nobili”:
1) la vita è sofferenza;
2) la causa della sofferenza è il desiderio;
3) la sofferenza può finire se ci si libera dal desiderio;
4) la libertà dal desiderio si ottiene su un sentiero con otto componenti: giuste vedute, giuste intenzioni, giusto parlare, giusto agire, giusta rendita, giusto sforzo, giusta mentalità e giusta contemplazione.
L’obiettivo del buddismo è la liberazione dal ciclo di morte e di rinascita. Una persona che si libera dal desiderio è considerata “illuminata” e raggiunge lo stato del Nirvana.
SENECA FILOSOFO
Alcuni dei più importanti scritti di Seneca, (De otio, De brevitate vitae, De providentia e le Epistulae ad lucilium), sono l’espressione dei profondi pensieri dell’autore in merito al rapporto otium/negotium, al tempo, al male e alla morte.
Seppure Il pensiero filosofico di Seneca sia influenzato dallo stoicismo, dall’epicureismo e dal platonismo, mi concentrerò su ciò che di stoico egli ci trasmette. ( Dall’epicureismo deriva il pensiero secondo il quale non bisogna temere la morte e secondo cui si debba vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Dal platonismo, invece, riprende il concetto in base al quale l’uomo può raggiungere la conoscenza solo tramite la filosofia.)
La lezione di Seneca stoico nella prosa filosofica è concentrata sul come agire e come vivere nelle circostanze storiche e sociali in cui ci si trova, conservando una rettitudine interiore capace di allontanare passioni e vizi. Egli costruisce l’uomo ideale, che è per lui il sapiens: un vir bonus capace di vivere secondo natura, ovvero secondo ragione, grazie a virtus e sapientia, e capace di affermare la propria libertà attraverso il suicidio. Dunque un uomo che segue un’ etica del dovere e che accetta il proprio destino come segno di una provvidenza superiore e razionale (Dio/logos) che si identifica con il mondo stesso. Il destino è qualcosa di necessario (in senso *filosofico*: qualcosa che non può essere diverso da sè); in tal senso la filosofia stoica appare come una forma di determinismo.
Allo stesso modo il buddhista predica la scelta dei soli piaceri necessari ed un’etica del controllo e del perfezionamento interiore.
BUDDHISMO E STOICISMO ROMANO
– IL DESIDERIO
E’ appurato ormai che nella filosofia orientale il desiderio è la radice dell’infelicità, quale che sia il suo oggetto, fosse anche un oggetto lontano da prospettive mondane.
Il tema della semplificazione della vita e della essenzialità dei bisogni rendono Seneca un erede oraziano: nelle sue Epistulae ad Lucilium, così come nel De Brevitate Vitae, troviamo il biasimo verso coloro che sono schiavi di desideri smodati, di appetiti insaziabili di potere, fama o denaro. L’invito alla semplicità e il monito a non sprecare la nostra vita in cose vane, sono solo alcuni degli esempi di questa impostazione filosofico-morale. Seneca ci ammonisce su come i desideri possano portare gli uomini a sciupare il bene più prezioso, il tempo, e a come questi possano essere d’ostacolo per vivere pienamente la vita che ci è stata assegnata.
De Brevitate Vitae 2, 1-3
Quid de rerum naturā querimur? Illa se benigne gessit: vita, si uti scias, longa est. At alium insatiabilis tenet avaritia, alium insupervacuis laboribus operosa sedulitas; alius vino madet, alius inertiā torpet; alium defetigat ex alienis iudiciis suspensa semper ambitio, alium mercandi praeceps cupiditas circa omnis terras, omnia maria spe lucri ducit; quosdam torquet cupido militiae, numquam non aut alienis periculis intentos aut suis anxios; sunt quos ingratus superiorum cultus voluntariā servitute consumat; multos aut adfectatio alienae fortunae aut suae querella detinuit; plerosque nihil certum sequentis vaga et inconstans et sibi displicens levitas per nova consilia iactavit; quibusdam nihil quo cursum derigant placet, sed marcentis oscitantisque fata deprendunt, adeo ut quod apud maximum poetarum more oraculi dictum est verum esse non dubitem: “exigua pars est vitae quā vivimus.” Ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est. Urgent et circumstant vitia undique nec resurgere aut in dispectum veri attollere oculos sinunt, sed mersos et in cupiditatem infixos premunt. Numquam illis recurreread se licet; si quando aliqua fortuito quiescontigit, velut profundum mare, in quopost ventum quoque volutatio est,fluctuantur, nec umquam illis a cupiditatibus suis otium est.
Perché ci lamentiamo della natura? Essa si è comportata generosamente: la vita, se la sai usare, è lunga. Ma uno lo domina un’insaziabile avidità, un altro un’operosa attività tra inutili fatiche; un altro è madido di vino, un altro vive nel torpore per l’inerzia; un altro lo affatica l’ambizione sempre dipendente da giudizi altrui, un altro la precipitosa bramosia del mercanteggiare lo conduce con la speranza del lucro attorno a tutte le terre, a tutti i mari; alcuni li tormenta la passione della vita militare, sempre o impegnati nei pericoli per gli altri o ansiosi per i propri; ci sono alcuni che l’ingrato rispetto per i superiori logora in una volontaria schiavitù; molti li ha trattenuti o la ricerca della fortuna altrui o la lamentela della propria; i più, che non seguivano nulla di certo, una superficialità vagabonda e incostante e scontenta di sé ha sballottato attraverso nuove decisioni; ad alcuni non piace nulla verso cui dirigere la rotta, ma il destino li sorprende mentre marciscono e sbadigliano, tanto che non dubito che sia vero quello che presso il più grande dei poeti è stato detto a modo di oracolo: “esigua è la parte di vita che viviamo”. Del resto in verità tutta la durata dell’esistenza non è vita, ma tempo. Incalzano e stanno intorno da ogni parte i vizi e non permettono di risollevarsi o di innalzare gli sguardi alla vista del vero, ma li tengono sommersi e rivolti verso la cupidigia. Mai a quelle persone è possibile ritornare a se stesse; se qualche volta per caso è capitata una qualche tranquillità, come il mare profondo, nel quale anche dopo il vento c’è movimento di onde, si agitano, né mai per loro c’è tregua dalle proprie passioni.
Il desiderio inteso come fonte dei mali dell’uomo è dunque un tema comune a buddhismo e stoicismo romano. Tuttavia se nel buddhismo le soluzioni sono meditazione e contemplazione, negli Stoici romani non si riscontra un riferimento ad una disciplina spirituale di tipo ascetico: la dottrina morale intende offrire all’uomo la chiave per una vita virtuosa, vissuta secondo natura, concentrandosi sull’essenziale. Certo, in Seneca è presente il tema dell’otium inteso come vita contemplativa, ma esso assume una sfumatura relativa al vivere in modo appartato e tranquillo, dedicandosi allo studio. Questo stile di vita richiede la realizzazione dello stato interiore del distacco, della ataraxia.
– IL DISTACCO, L’INDIFFERENZA
La conoscenza del rapporto di causa ed effetto tra attaccamento e dolore, per cui l’uomo, quanto più possiede od è legato ai beni materiali e non, tanto più soffre, è centrale nel Buddhismo tanto quanto per gli Stoici romani.
Ricorrono il tema della apàtheia e dell’ataraxìa, ossia l’impassibilità e l’imperturbabilità del saggio, in stretta connessione all’ideale della vita tranquilla, del vivere in riposo nel senso di raccoglimento creativo. Nel buddhismo si parla però di una disciplina ascetica in cui il monaco non ha appigli in divinità da pregare, in quanto un possibile Dio rischierebbe di diventare motivo di attaccamento. Inoltre è condiviso l’invito a non preoccuparsi né delle cose che dipendono da noi, come opinioni e desideri, né di quelle che non dipendono da noi, come la salute, il comportamento degli altri o la durata della vita. Infatti, qualunque cosa accada, si va avanti, in un mondo o in altro.
Entrambe queste filosofie sono, secondo me, più che delle dottrine, delle condotte generali, dei modi di vivere: entrambe hanno come fine una vita serena, beata.
Tali ed altre affinità ci permettono di non escludere l’eventualità di un contatto fra mondo greco-romano e buddhismo nei primi secoli dell’Impero romano, forse proprio con l’arrivo in India di Alessandro Magno nel 327 – 325 a.c.; non sono inoltre da escludere orizzonti nuovi su un’inedita affinità culturale fra Oriente ed Occidente.
BIBLIOGRAFIA
- “Un’altro giro di giostra- viaggio nel male e nel bene del nostro tempo” di Tiziano Terzani
- “Un’idea dell’India” di Alberto Moravia
- “L’odore dell’India” di Pier Paolo Pasolini
- “India del nord- trecentotrenta milioni di dèi e un solo popolo” di Pierpaolo Di Nardo
- Literature for Life- Deborah J. Ellis
- Hortus Apertus- Francesco Piazzi
- Sistema Terra- Massimo Crippa e Marco Fiorani
- La Ricerca Del Pensiero vol. 3A- Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero
SITOGRAFIA
- Schopenhauer e l’Oriente- Arianna Editrice (Paolo Scroccaro)
- Inquinamento atmosferico: cause, conseguenze e rimedi- Risparmio Energetico
- India, l’inquinamento dell’aria ora uccide quanto in Cina- Repubblica.it
- India, New Delhi, inquinamento atmosferico oltre la soglia massima- eastwest.eu (Matteo Miavaldi)
- Il lato oscuro del vittoriano – Povertà e degrado nella Società Vittoriana – Goticomania.com
- India: il Paese dove la povertà non risparmia nessuno- act!onaid
- Impermanenza e distacco nello stoicismo romano e nel buddhismo delle origini- Centro Studi La Runa (Stefano Arcella)
- Stoicismo e Buddismo- MYO Magazine
P.S: Tutte le immagini qui presenti sono state scattate da me personalmente durante il viaggio in Rajasthan, stato dell’India settentrionale, a confine col Pakistan.
Ho scelto di mettere le mie foto perchè credo che ogni fotografia racconti una storia, di cui io sono in qualche modo partecipe.
Inoltre la fotografia è una mia profonda passione e trovo incredibile poter rendere eterno un irripetibile attimo di vita di un luogo o di una persona.
L’anima dell’India è negli occhi di queste persone.
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