Impressioni sulla Serbia

WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.57 (2) È la seconda volta che mi ritrovo in Serbia, uno di quei paesi di cui non si sente mai parlare e dove i riflettori del turismo di massa faticano ad arrivare, e forse è un bene, perché, a parte ovviamente la cosmopolita e moderna capitale, Belgrado, i ritmi del vivere quotidiano, le abitudini contadine e le tradizioni locali sono rimasti immutati. Ormai i Balcani li conosco bene, sono stata diverse volte in Bosnia, Montenegro, Bulgaria, Slovenia e Croazia, e quasi sempre per una motivazione precisa: stripafest, ovvero festival di fumetti. Nei Balcani infatti da tempo si tramanda prosperamente una lunga tradizione fumettistica, certamente legata al doppio valore artistico/letterario associato alla Nona Arte. Io non c’entro niente coi fumetti, non li disegno, non li leggo, non mi piacciono neanche molto onestamente… però il mio fidanzato è un disegnatore di Zagor, proprio il personaggio più amato nei Balcani insieme al Grande Blek e ad Alan Ford, per la casa editrice Sergio Bonelli, e così, quasi per caso, sono diventata anch’io un’assidua frequentatrice di questi affascinanti paesi al di là dell’Adriatico. E il merito è della generosità di queste persone, che desidero ringraziare di cuore, perché, nonostante io non sia una disegnatrice, in questi anni mi hanno sempre invitata ai loro festival e trattata come un’ospite di riguardo, occupandosi di me in tutto e per tutto. Hiljadu hvala prijatelji! Grazie mille amici! WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.54 (1) La prima volta che sono stata in Serbia è stato un anno fa, a Niš, città nel sud del paese, a confine con la Bulgaria, e difatti in quell’occasione ho visitato anche la maestosa capitale Sofia, ma di questo non ci occupiamo adesso. Mi ricordo che le mie prime impressioni erano di stupore. In Italia abbiamo un po’ di pregiudizi su questi paesi, ce li immaginiamo come dei covi di zingari carichi di tintinnanti bracciali rubati che vivevano in baracche fatiscenti a gruppi di dieci. O almeno, io me li immaginavo così. Come mi sbagliavo… Certamente ci sono anche gli zingari e i quartieri degradati, un po’ come in tutte le grandi città e le zone povere del mondo, però c’è molto di più. C’è sempre molto di più, basta saper guardare e vincere la paura dettata dai pregiudizi e dall’ignoranza. Che strano paese la Serbia. È piccolo, senza sbocchi sul mare, con un terzo della densità della popolazione italiana, oltre l’80% di abitanti di religione cristiano ortodossa, stato sovrano soltanto dal 2006, anno in cui si sciolse dal Montenegro. Le città principali si riassumono in Belgrado, ovviamente, Novi Sad, Niš, Leskovac e Subotica. Nei ristoranti si mangia carne in abbondanza a prezzi stracciati, tante insalate greche o srpske, serbe, appunto, pesce di lago, srpski hleb, pane serbo, pljeskavica, ovvero l’hamburger balcanico e la baklava, dolce a base di pasta fillo e frutta secca intriso di miele. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.58 WhatsApp Image 2023-07-20 at 13.57.21 (1) I serbi sono gentili, accoglienti, sorridenti. Però non ti sanno mai dare informazioni, sono pessimi nell’organizzazione e non parlano inglese, a parte qualche formidabile cigno nero come il mio amico Ivan. E se tu dici loro che il serbo non lo parli, loro si infervorano in discorsi animati e si innervosiscono sempre più mentre ti ripetono per l’ennesima volta quella frase in serbo che tu, stupido che non sei altro, non vuoi capire. Sono buffi gli uomini, con i loro grossi pancioni da birra e i codini unti come non vanno più di moda da decenni, i visi spigolosi e i modi alla buona, il bicchierino di rakija (superalcolico simile alla grappa, solitamente prodotto con l’uva e largamente diffuso in tutti i Balcani) o di slivovitz (acquavite serba alla prugna) sempre in mano. Alcuni ti fanno venire voglia di controllare se hai ancora il portafoglio, ma la maggior parte ti stuzzica la curiosità di scambiarci due chiacchere, come con gli orsacchiotti dolci come Dušan, che parla italiano meglio di molti italiani veri e che insegna al liceo linguistico di Niš come fosse una missione. Lui, che, non pagato, ci ha fatto da interprete con gli organizzatori del festival entrambe le volte, ci porta in giro tra un impegno e l’altro e riesce anche a intavolare discussioni sulla situazione politica del Kossovo mentre si beve una birra e traduce i discorsi che ci fanno gli altri serbi infervorati. Molte donne hanno i labbroni gonfiati dall’estetista, il voluminoso seno ben esposto a sguardi indiscreti, i capelli rigorosamente tinti e allungati con le extension, lunghe unghie affilate, ciglia finte, minigonne… poi ovviamente molte altre donne invece sono semplicemente loro stesse, ma effettivamente mi rendo conto che da queste parte l’attenzione all’estetica femminile è elevata. Gli standard richiedono certe caratteristiche, l’essere magre ma con le forme nei punti giusti, avere gli zigomi alti, le labbra carnose, i capelli lunghi… e in questa parte nel modo sembra ci tengano particolarmente a possederle. C’è poca gente in giro e pochi colori, a parte le bandiere rosse, bianche e blu (pericolosamente somiglianti a quelle russe) che sventolano ovunque, è tutto abbastanza grigio a dire il vero, come grigio è il loro umore ogni volta che si toccano certi argomenti, non pochi in effetti: politica, presidente, Kossovo, istruzione, sbocchi professionali, attività culturali etc etc. Si denota una certa delusione riguardo al modo in cui il loro paese è gestito, alcuni mi confidano di odiare il presidente, altri di non sopportare i loro conterranei, altri ancora di sentirsi abbandonati a loro stessi dallo Stato. Prendiamo ad esempio Milan, che ha un negozio di piercing e tatuaggi all’interno di un labirintico centro commerciale. Ogni volta che lo vediamo ci ribadisce che la Serbia gli ha tolto il futuro, e che la Serbia stessa non ha futuro, che lì l’arte, la cultura e la creatività non vengono apprezzate, che la diversità è vista di malocchio, che lo Stato tarpa le ali a quelli come lui, i sovversivi. Che non ci sono soldi, i diritti non sono tutelati, che il paese è centralizzato su Belgrado, che c’è troppa corruzione in giro, che non si investe abbastanza sui giovani, sull’insegnare loro l’inglese e farli uscire dalla loro bolla isolazionistica… ma lui resiste, qualcuno deve pur farlo, ammette. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 (3) WhatsApp Image 2023-07-20 at 13.57.21 Sono l’unica ragazza ventenne in mezzo a uomini cinquantenni, sessantenni. In questi festival io non c’entro proprio nulla. Ma forse è proprio perché non c’entro nulla che mi piace andarci e continuo a tornarci. Perché è tutto improbabile, assurdo, inaspettato. Io, che gli unici fumetti che abbia mai letto nella mia vita sono alcuni libretti con le bellissime donne di Manara, io, che reputo gli albi della Bonelli datati e noiosi, sempre io me ne sto per ore con sguardo perso ad ascoltare degli omoni che si parlano addosso in serbo e non la finirebbero mai se non fosse per un languorino che fa loro desiderare rakija e costolette di maiale a volontà. Il leit motif di questo paese sembra essere 5 MINUTI. Ti dicono sempre wait 5 minutes, just 5 minutes, ma 5 minuti non sono mai, minimo 30, se non un’ora o pure di più. Sono ritardatari nati. Almeno tutti quelli con cui ho avuto a che fare io. Già dall’arrivo in aeroporto a Belgrado ho potuto constatarlo. Ho chiamato Vlada, il signore che l’organizzazione ci aveva mandato per recuperarci in aeroporto e portarci fino a Niš. La prima volta mi ha detto: “5 minutes I’m there. Wait.” Abbiamo aspettato mezz’ora, ancora niente. Marcello voleva fare il bravo bambino paziente e comprensivo, per cui mi diceva: “no Eli, non insistere, ha detto 5 minuti, lo so, ma vedrai, starà arrivando, ci sarà traffico, sono sicuro che ora sbuca fuori e si scusa per il ritardo”. E io, rassegnata, decido di tentare anch’io di essere paziente e comprensiva, per non rovinare il viaggio già da prima di iniziarlo. Però passano altri 5 minuti, poi 10, 15. Insomma, Dio mio, ma possibile che solo per me 5 minuti siano DAVVERO 5 minuti?! Lo richiamo e lui, imperturbabile, quasi stupito di sentirmi ancora, mi dice “I said 5 minuts. I’m coming”. Alchè, dopo un’altra mezz’oretta dalla seconda chiamata, iniziamo davvero a perdere la pazienza entrambi e chiamiamo i responsabili dell’organizzazione. Epilogo, anche loro ci dicono di aspettare 5 minuti e noi, rassegnati, aspettiamo. Questa volta l’attesa è presto ricompensata dall’arrivo di Vlada che, in un’improvvisa fretta dovuta al timore di farci arrivare tardi al festival, ci trasporta sani e salvi, e un po’ sballottati, a destinazione. Il festival si rivela un flop come sempre, non c’è organizzazione, nessuno ha fatto pubblicità all’evento, in giro per le strade non si vede neppure una locandina che incoraggi i visitatori ad andare alle mostre, gli ospiti invitati non hanno niente da fare in programma, se non andare a zonzo e bere birra, e ci sono sempre i soliti signori dalle barbe lunghe che abbiamo incontrato anche in Bosnia e in Montenegro, però la passione e la dedizione di questa gente mi lascia a bocca aperta, la loro umanità e ospitalità mi rincuorano. La prima sera ci allontaniamo dieci minuti perché io ho fame, strano, e loro sono in ritardo con la cena, strano, per andare a comprarmi un bel bombolone ripieno di cioccolata, così, come antipastino alle 21.30 di sera, e loro si dimenticano di noi. Quando poco dopo ritorniamo al festival non c’è più nessuno, se ne sono andati tutti all’altra esposizione che si trova dall’altro lato della città. Noi non abbiamo la macchina, ci avrebbero dovuto portare loro. Così li chiamiamo, mentre io inizio a sentire i sensi di colpa per la bomba calorica appena ingerita, e loro, me li vedevo proprio, si danno una pacca in testa per la sbadataggine. Ma certo! I nostri ospiti d’onore! Come abbiamo fatto a dimenticarci di loro! Così ci mandano un taxi e si ripete la solita infinita tiritera dei 5 minutes che 5 minutes non sono mai. Dopo forse 40 minuti riusciamo a raggiungerli. L’evento è ormai finito, ed è tempo di andare a cena, ma io, oramai, ho perso l’appetito. WhatsApp Image 2023-07-20 at 13.57.21 (2) Sono in un bar con M. e tre serbi, ci sono diverse biciclette appese sulle pareti affianco ai grotteschi disegni incorniciati di Predrag, uno dei signori con cui sono seduta al tavolino, li ho appena conosciuti nella strada dietro al locale, erano amici del nostro enorme (letteralmente) amico, nonché mio piercer di fiducia, Milan. Una voce femminile canta in sottofondo Life on Mars di David Bowie, le luci sono soffuse, si sta facendo buio fuori, per la strada passano un bambino che insegue una palla, una anziana signora in bicicletta, un gatto spelacchiato. Mentre loro vanno di grappe e patatine io mi bevo una cioccolata calda che mi lascia un po’ perplessa, in quanto zeppa di biscotti sbriciolati al suo interno. Un pomeriggio di ozio, scambi di opinione e sguardi sul mondo, ore a chiaccherare e a rilassarci sui comodi divanetti del locale dopo la frenesia della mattinata in giro tra mostre di fumetti, incontri didattici nelle scuole, centri commerciali e il parco memorial Bubanj, dedicato alle vittime, ivi sepolte, del parco di concentramento nazista a pochi chilometri di distanza. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.58 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.58 (2) Sì, la Serbia è un paese tetro, è tetro perché i luoghi di interesse sono tutti in qualche modo legati alla morte: oltre al campo di concentramento e al parco già citati, c’è la Cele Kula, la Torre dei Teschi, poco fuori dal centro della città, costruita dagli Ottomani nel 1809 dopo la battaglia di Cegro. La torre un tempo annoverava tra i suoi mattoni più di 500 teschi di soldati serbi rimasti uccisi nella battaglia, ora se ne contano una decina a malapena. Se vai con una guida questa sarà felice di indicarti quali teschi appartenevano a ragazzi di appena 15/16 anni, e quali invece a ragazzi grandi di 20 anni: i soldati infatti erano tutti giovanissimi. Un macabro avvertimento dei turchi a dimostrazione di cosa accade a chi si mette contro di loro. In realtà questa non è l’unica torre che abbiamo visitato. Il nostro amico Dušan, il professore, una mattina è stato così gentile da accompagnare noi, il formidabile artista 3D (dovreste vederli i dipinti che realizza in giro per tutta Europa! Sembra che i personaggi sbuchino fuori dal pavimento pronti per saltarci addosso!) e caro amico Milivoj e sua moglie Katarina (tutte persone assolutamente squisite) a visitare la torre di Čegar, nella florida campagna ad appena mezz’ora di macchina da Niš. La torre è stata costruita in onore del duca Stevan Sinđelić e di tutti i coraggiosi serbi che combatterono con le unghie e con i denti contro i terribili turchi, sacrificando le loro vite per la patria. Saliamo sulla torre e da là la vista si rivela davvero mozzafiato: un’immensa valle verde e rigogliosa ci avvolge dolcemente. Non voglio più scendere di lì, ma, come sempre, anche le cose belle devono finire. L’eccentrico ed ospitale signor Selomir è il custode del sito e, prima di raccontarci la storia della sanguinosa battaglia, ci invita tutti a sederci al suo tavolo, a metà mattina, per bere il caffè bollente appena preparato da lui in persona e la rakija contenuta in un dispenser a forma di torre con sopra raffigurate aquile e combattenti. Ci offre anche le ciliegie da lui colte negli alberi che circondano il luogo e dolcetti locali ricoperti di candido zucchero a velo. Io, che non bevo alcolici né caffè e mi sento ancora in colpa per quel maledetto bombolone, vado di ciliegie, e devo dire che sono davvero deliziose. Che personaggio che è. Il viso abbronzato solcato da profondissime rughe, una voluminosa chioma bianca immacolata, una bucherellata giacca blu oltremare sopra a tre camicioni sblusati e una dentatura che farebbe sfregare le mani a qualunque dentista. Ma dovreste vederlo quando arriva il suo momento, là difronte alle scolaresche in visita alla torre, decine e decine di bambini e ragazzi, che sventolano piccole bandiere serbe e lo ascoltano trattenendo il fiato. E lui, con gesti teatrali e toni da baritono, racconta, mi dice Katarina ridacchiando, con una serie di esagerazioni ed iperboli, le grandi gesta dell’esercito serbo. È un bel posto, quello. Dopo aver ringraziato e salutato Selomir, che ci tiene a regalarci un libretto sulla torre scritto da lui e con un’enorme foto del suo faccione, e ovviamente, il suo autografo con dedica personalizzata, ci avviamo in discesa verso il fiume e, seguiti da uno scodinzolante cagnotto felice, raggiungiamo una chiesa ortodossa davanti alla quale Dušan si premura di spiegarci le differenze che intercorrono tra le chiese cristiane ortodosse e quelle cattoliche. Dopodiché esploriamo la zona, è tutta natura lì, si sta benissimo, non fa caldo come in città, anzi, mi devo persino mettere un maglioncino. Katarina trova un quadrifoglio e, esultante, me lo mostra. Io le dico sconsolata che non ne trovo mai di quadrifogli. Lei allora mi lancia un sorriso furbetto e si rimette a frugare tra i fili d’erba fino a che, sorprendendo tutti, trova un altro quadrifoglio e lo porge a me sussurrandomi all’orecchio che nessuno saprà mai che non l’ho trovato io. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.57 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 (2) Con l’amico Milan, grandissimo tifoso di una squadra calcistica di Belgrado, dopo che mi ha fatto il mio terzo piercing serbo, visitiamo un campo di concentramento nazista nel centro della città. Ora è vuoto, un museo coi resti di chi è passato di lì, un luogo di resistenza e memoria, un tempo prigione, inferno, luogo di annientamento e disumanizzazione. Il museo è ben allestito, è pieno di documentazione originale sulla vita dei detenuti, larghi pannelli appesi ai muri ci raccontano la vita, o meglio, l’incubo, delle migliaia di anime che hanno visto spegnersi le loro speranze in quel luogo oscuro. Leggiamo dei fucilamenti aleatori, dei leggerissimi indumenti di lino quando la temperatura scende sotto lo zero, delle razioni ridotte a un pugno di riso insipido, delle madri separate dai figli, di quelli che hanno lottato fino all’ultimo ma non ce l’hanno fatta, delle evasioni andate a buon fine, delle torture inflitte senza spiegazioni, delle umiliazioni quotidiane, dei capelli rasati, dei volti dimenticati. Ogni tanto mi scende una lacrima, e mi sovvengo di quanto sia breve il passo dall’inseguimento di un ideale alla realizzazione di un abominio. In quei giorni tutti si domandano come sia possibile che un ragazzino di 12 anni possa uccidere dieci compagni di classe nella sua scuola e ferirne decine di altri. E come, in quello stesso giorno, la sera, un altro ragazzino possa commettere una strage simile. È la cultura della violenza, mi dicono, negli Stati Uniti sono abituati, in Texas c’è una sparatoria un giorno sì e uno no. Ma qui da noi, noi che siamo i resti dell’ex Jugoslavia, noi che abbiamo una cultura filosovietica, cosa c’entra con noi questa insensata violenza? È colpa della TV, dei media, dei film di Tarantino, delle notizie al TG, dei fumetti splatter, della diffidenza che si sta spargendo a macchia d’olio tra le persone, dell’odio che chi ci governa incita in noi, della mancanza di empatia, di valori, di contatto con la realtà, di distinzione tra Bene e Male. Sabato mezza Serbia andrà a Belgrado per protestare, si faranno ore e ore in autostrada su bus gremiti di gente sudata e puzzolente per il caldo anomalo di queste settimane, ma secondo te, servirà a qualcosa? Io credo di no. In Serbia protestiamo, protestiamo, ma niente cambia mai. Siamo un paese fossilizzato nel suo passato, stiamo morendo, mi dicono. Una sera a cena mi ritrovo seduto davanti a me il signor Stefanovic, un omone grosso e barbuto, un intellettuale da quel che ho capito (anche perché gli ospiti del festival, a parte me, sono tutti disegnatori, sceneggiatori o intellettuali). Sono già le 22.30 ed io sto morendo di fame. Come al solito quelli dell’organizzazione ci hanno fatto aspettare un’eternità prima di portarci al ristorante. Ogni volta che chiedevo tra quanto saremmo andati a cena mi rispondevano 5 minutes, oramai ero rassegnata. Ci portano enormi insalate di cavolo, pomodoro, cipolla, cetriolo e feta e io mi ci fiondo senza ritegno. Il signor Stefanovic, che a quel punto si è già bevuto due rakije e due coca-cola, non tocca l’insalata e mi rassicura di non preoccuparmi per lui, che avrebbe mangiato la carne. E così è. Io la carne non la tocco neppure, tanto ci pensano gli uomini. Stefanovic mi guarda divertito quando gli dico che dovrebbe mangiare un po’ di verdure anche lui e mi dice “I don’t have vices at all. I don’t smoke, I don’t drink, I don’t gamble, I don’t overeat, I don’t curse. I only have one little flaw: I am a big liar” (Non ho nessun vizio. Non fumo, non bevo, non scommetto d’azzardo, non mi abbuffo, non impreco. Ho solo un piccolo difetto: sono un gran bugiardo). Poi mi chiede secondo me perché non si taglia mai la barba. Io resto un attimo perplessa, suppongo perché gli piace così, gli rispondo. Lui scuote la testa. “Because this way when people want to address me they are more likely to say the beard guy instead of the fat guy” (perchè così quando qualcuno vuole riferirsi a me è più probabile che dica “il tizio con la barba” invece che “il tizio grasso”) e scoppia a ridere compiaciuto della sua genialità. Mi è simpatico da subito. Ci invita anche al suo festival di Sombor, città al confine con l’Ungheria. Il ragazzo seduto affianco a lui mi confessa che queste battute la racconta ogni volta che incontra persone nuove, è il suo biglietto da visita. Ci tiene a che si sappia che non si preclude niente nella sua vita, ed è felice così. Dopo Niš ci rechiamo a Belgrado, questa volta svincolati da impegni lavorativi (comunque ridotti all’osso per M. e assolutamente nulli per me) e compagnie varie, desiderosi di scuoterci di dosso il torpore del sonnolento festival e delle serate passate a mangiare fino allo sfinimento. Resto stupita nel ritrovarmi difronte una città così cosmopolita e vivace, brulicante di giovani, turisti, artisti di strada. In ogni via ci sono almeno un paio di antiche librerie, ne visito qualcuna e in men che non si dica mi resta in mano un manuale per imparare il serbo (ho un po’ il pallino per le lingue), ora rigorosamente impilato nella mia libreria tra il manuale di hindi e urdu e quello di olandese (quest’ultimo ancora da aprire). Il quartiere Skadarlija sarebbe il quartiere bohémien della città, una specie di Montmartre di Parigi, e con le sue vie acciottolate, i locali raffinati e le pareti degli edifici affrescate un po’ mi conquista, ma mai come la vista che si ha dalla maestosa fortezza di Belgrado, chiamata Kalemegdan, sul punto in cui il fiume Danubio incontra la Sava. La prima sera lì abbiamo visto pure i fuochi d’artificio, mentre intorno a noi i giovani ballavano su ritmi pop, succulenti profumini di zucchero filato e hamburger si mescolavano all’aria tiepida della notte, coppiette innamorate si scambiavano segreti d’amore sulle panchine che si stagliano sul fiume e, più in là, l’orizzonte. È una serata magica, mi sento euforica, felice con tutto il cuore, vorrei non finisse mai. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.53 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.53 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.55 (2) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.53 (2) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.55 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.55 (1) Il giorno dopo visitiamo la fortezza alla luce del sole, esploriamo la parte all’aperto del museo della guerra, passiamo davanti al Parlamento, il celebre e lussuoso Hotel Mosca, Piazza della Repubblica con il suo sontuoso monumento al principe Milhaio, punto di riferimento e d’incontro per tutti i giovani della città. Il pomeriggio ci riposiamo su una panchina in un parchetto pieno di ragazzini e io, che mi sono stesa per il lungo con la testa appoggiata allo zainetto e i piedi su M., mi addormento in un batter d’occhio e dormo fintanto che lui non mi sveglia delicatamente dicendomi che è ora di proseguire il tour. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.54 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.54 (2) Il giorno dopo ancora mi impunto sul cercare il Museo Nikola Tesla, dedicato al geniale inventore (1856-1943) dei motori elettrici a corrente alternata. Nessuno di noi due ci capisce nulla di fisica, però dai, siamo nella sua città, non possiamo non onorarlo con una visita al suo museo. Con l’aiuto di Google Maps lo troviamo, ma l’esperienza non risulta così piacevole come speravo. Innanzitutto ci mandano via dicendoci di tornare dopo un’ora, per via del fatto che il numero massimo di visitatori è stato raggiunto. Poi, quando torniamo, ci lasciano ad aspettare sotto al sole cocente per mezz’ora insieme a decine di altri visitatori visibilmente nervosi. Tra l’altro non hanno il bagno, ci dicono, strano… Alla fine entriamo e siamo talmente in tanti che nessuno riesce mai a vedere quali marchingegni della fisica ci sta mostrando la guida. L’unica cosa che vedo, alla fine, è un macchinario che ti dà la scossa elettrica se avvicini la mano abbastanza. Mando avanti M., per capire se si tratta di un dolore sopportabile e lui, impassibile dopo la sua scossa, mi dice che non fa per niente male. Ma quando provo io il dolore mi sorprende e mi spaventa tanto da lasciarmi sfuggire un urlo… neppure il bambino di 5 anni prima di me aveva urlato… Usciamo da questo interessantissimo museo sapendone esattamente quanto prima sulle invenzioni di Tesla (se non che prendere la scossa fa male) e ci dirigiamo al magnifico tempio di San Sava. Dobbiamo camminare per un’altra mezz’oretta sotto il sole, ma ne vale assolutamente la pena. Sorta nel 1935, è la chiesa ortodossa più grande al mondo. Al suo interno si resta sbalorditi dai meravigliosi esempi di arte cristiano ortodossa, l’oro predomina in tutte le raffigurazioni. È pieno di fedeli che, attendendo pazientemente il proprio turno in una fila che arriva fino all’ingresso, rivolgono i loro rituali di preghiera alle immagini sacre che sono collocate in una specie di altarino davanti all’abside della chiesa. Rimango incantata dai gesti carichi di sacralità che, sapientemente, piccoli e grandi eseguono con estrema precisione mentre sono assorti nelle loro preghiere: questo luogo magico mi mette un po’ in soggezione, e mi fa avvertire uno strano vuoto dentro di me. Vorrei potermi sentire anch’io così sinceramente e profondamente devota a un qualche Dio. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.52 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.51 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.50 L’ultima cena decidiamo di dedicarla alla nostra scoperta preferita nella città, ovvero una favolosa gelateria che mi fa dimenticare dei vecchi sacrifici della dieta. Prima mi scelgo un cono grande. Poi, non soddisfatta, un altro piccolo. Però mando M. a prendermelo perché mi vergogno di essere così golosa… ma d’altronde, è la dolce conclusione perfetta per questo indimenticabile soggiorno serbo. La scappata nella capitale è l’occasione buona per rivedere un altro paio di vecchi amici conosciuti durante altri festival in Bosnia e Montenegro. Rispettivamente, Ivan e Selena (lei viene col marito, Ivan anche lui, e il figlio adolescente). Rispettivamente, sceneggiatore e disegnatrice. Lui si veste sempre immancabilmente di nero da testa a piedi, lei ha una chioma rosso fuoco, come rosse sono sempre anche le sue labbra. Mi erano mancati molto entrambi, abbiamo dei così bei ricordi insieme… E così decido di organizzare l’incontro tutti insieme, perché di tempo non ce n’è molto, e i due, che non si conoscevano di persona, a un certo punto si rendono conto che tempo fa si erano scambiati diversi messaggi su Facebook a proposito di un certo altro festival di fumetti e di conoscenze comuni. Da questo momento in poi non la smettono di ridacchiare e raccontarsi aneddoti per noi incomprensibili in quanto, a questo punto, sono ripassati dall’inglese al serbo. Io di nuovo mi perdo nei miei pensieri mentre mi bevo il mio thè alla fragola, e ripenso al simpatico signor Selomir, ai bambini uccisi dall’omicida compagno di scuola, all’agghiacciante torre di teschi, alle rakije, ai dipinti 3D del nostro amico Milivoj, all’incantevole vista sul Danubio dalla fortezza di Belgrado, alla genialità di Tesla, alle grigliate infinite, alla bellezza degli affreschi nelle Chiese, a Dušan che si fa sempre in quattro per noi, alle parole in serbo che sono riuscita ad imparare, al troppo mangiare e al troppo poco dormire, ai quadrifogli di Katarina, alle storie di massacri tra serbi e turchi, a Milan e alla sua ossessione per il calcio, ai giovani che ballano felici per strada, al futuro di questo paese, alla rabbia e all’orgoglio di questo popolo fiero, a tutti i personaggi stravaganti incontrati… e penso che sì, in Serbia mi sento davvero a casa. Con affetto, Elisa. 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