È la seconda volta che mi ritrovo in Serbia, uno di quei paesi di cui non si sente mai parlare e dove i riflettori del turismo di massa faticano ad arrivare, e forse è un bene, perché, a parte ovviamente la cosmopolita e moderna capitale, Belgrado, i ritmi del
vivere quotidiano, le abitudini contadine e le tradizioni locali sono rimasti
immutati. Ormai i Balcani li conosco bene, sono stata diverse volte in Bosnia,
Montenegro, Bulgaria, Slovenia e Croazia, e quasi sempre per una motivazione
precisa: stripafest, ovvero festival di fumetti. Nei Balcani infatti da
tempo si tramanda prosperamente una lunga tradizione fumettistica, certamente
legata al doppio valore artistico/letterario associato alla Nona Arte. Io non c’entro
niente coi fumetti, non li disegno, non li leggo, non mi piacciono neanche molto
onestamente… però il mio fidanzato è un disegnatore di Zagor, proprio il
personaggio più amato nei Balcani insieme al Grande Blek e ad Alan Ford, per la
casa editrice Sergio Bonelli, e così, quasi per caso, sono diventata anch’io un’assidua
frequentatrice di questi affascinanti paesi al di là dell’Adriatico. E il
merito è della generosità di queste persone, che desidero ringraziare di cuore,
perché, nonostante io non sia una disegnatrice, in questi anni mi hanno sempre
invitata ai loro festival e trattata come un’ospite di riguardo, occupandosi di
me in tutto e per tutto. Hiljadu hvala prijatelji! Grazie mille amici!
La prima volta che sono stata in Serbia è stato un anno fa, a Niš, città nel sud del paese, a confine con la Bulgaria, e difatti in quell’occasione ho visitato anche la maestosa capitale Sofia, ma di questo non ci occupiamo adesso. Mi ricordo che le mie prime impressioni erano di stupore. In Italia abbiamo un po’ di pregiudizi su questi paesi, ce li immaginiamo come dei covi di zingari carichi di tintinnanti bracciali rubati che vivevano in baracche fatiscenti a gruppi di dieci. O almeno, io me li
immaginavo così. Come mi sbagliavo… Certamente ci sono anche gli zingari e i
quartieri degradati, un po’ come in tutte le grandi città e le zone povere del
mondo, però c’è molto di più. C’è sempre molto di più, basta saper guardare e
vincere la paura dettata dai pregiudizi e dall’ignoranza.
Che strano paese la Serbia.
È piccolo, senza sbocchi sul mare, con un terzo della densità della popolazione italiana, oltre l’80% di abitanti di religione cristiano ortodossa, stato sovrano soltanto dal 2006, anno in cui si sciolse dal Montenegro. Le città principali si riassumono in
Belgrado, ovviamente, Novi Sad, Niš, Leskovac e Subotica. Nei ristoranti si
mangia carne in abbondanza a prezzi stracciati, tante insalate greche o srpske,
serbe, appunto, pesce di lago, srpski hleb, pane serbo, pljeskavica,
ovvero l’hamburger balcanico e la baklava, dolce a base di pasta fillo e
frutta secca intriso di miele.
I serbi sono gentili, accoglienti, sorridenti. Però non ti sanno mai dare informazioni, sono pessimi nell’organizzazione e non parlano inglese, a parte qualche formidabile cigno nero come il mio amico Ivan.
E se tu dici loro che il serbo non lo parli, loro si infervorano in discorsi animati e si innervosiscono sempre più mentre ti ripetono per l’ennesima volta quella frase in serbo che tu, stupido che non sei altro, non vuoi capire.
Sono buffi gli uomini, con i loro grossi pancioni da birra e i codini unti come non vanno più di moda da decenni, i visi spigolosi e i modi alla buona, il bicchierino di rakija (superalcolico simile alla grappa, solitamente prodotto con l’uva e largamente diffuso in tutti i Balcani) o di slivovitz (acquavite serba alla prugna) sempre in
mano. Alcuni ti fanno venire voglia di controllare se hai ancora il portafoglio,
ma la maggior parte ti stuzzica la curiosità di scambiarci due chiacchere, come
con gli orsacchiotti dolci come Dušan, che parla italiano meglio di molti italiani veri e che insegna al liceo linguistico di Niš come fosse una missione.
Lui, che, non pagato, ci ha fatto da interprete con gli organizzatori del festival entrambe le volte, ci porta in giro tra un impegno e l’altro e riesce anche a intavolare discussioni sulla situazione politica del Kossovo mentre si beve una birra e traduce i discorsi che ci fanno gli altri serbi infervorati.
Molte donne hanno i labbroni gonfiati dall’estetista, il voluminoso seno ben esposto a sguardi indiscreti, i capelli rigorosamente tinti e allungati con le extension, lunghe unghie affilate, ciglia finte, minigonne… poi ovviamente molte altre donne invece sono semplicemente loro stesse, ma effettivamente mi rendo conto che da queste parte l’attenzione all’estetica femminile è elevata. Gli standard richiedono certe
caratteristiche, l’essere magre ma con le forme nei punti giusti, avere gli
zigomi alti, le labbra carnose, i capelli lunghi… e in questa parte nel modo
sembra ci tengano particolarmente a possederle.
C’è poca gente in giro e pochi colori, a parte le bandiere rosse, bianche e blu (pericolosamente somiglianti a quelle russe) che sventolano ovunque, è tutto abbastanza grigio a dire il vero, come grigio è il loro umore ogni volta che si toccano certi argomenti, non pochi in effetti: politica, presidente, Kossovo, istruzione, sbocchi
professionali, attività culturali etc etc. Si denota una certa delusione
riguardo al modo in cui il loro paese è gestito, alcuni mi confidano di odiare
il presidente, altri di non sopportare i loro conterranei, altri ancora di sentirsi
abbandonati a loro stessi dallo Stato. Prendiamo ad esempio Milan, che ha un
negozio di piercing e tatuaggi all’interno di un labirintico centro commerciale.
Ogni volta che lo vediamo ci ribadisce che la Serbia gli ha tolto il futuro, e
che la Serbia stessa non ha futuro, che lì l’arte, la cultura e la creatività
non vengono apprezzate, che la diversità è vista di malocchio, che lo Stato
tarpa le ali a quelli come lui, i sovversivi. Che non ci sono soldi, i diritti
non sono tutelati, che il paese è centralizzato su Belgrado, che c’è troppa
corruzione in giro, che non si investe abbastanza sui giovani, sull’insegnare
loro l’inglese e farli uscire dalla loro bolla isolazionistica… ma lui resiste,
qualcuno deve pur farlo, ammette.
Sono l’unica ragazza ventenne in mezzo a uomini cinquantenni, sessantenni. In questi festival io non c’entro proprio nulla. Ma forse è proprio perché non c’entro nulla che mi piace andarci e continuo a tornarci. Perché è tutto improbabile, assurdo, inaspettato. Io, che gli unici fumetti che abbia mai letto nella mia vita sono alcuni libretti con le bellissime donne di Manara, io, che reputo gli albi della Bonelli datati
e noiosi, sempre io me ne sto per ore con sguardo perso ad ascoltare degli
omoni che si parlano addosso in serbo e non la finirebbero mai se non fosse per
un languorino che fa loro desiderare rakija e costolette di maiale a volontà.
Il leit motif di questo paese sembra essere 5 MINUTI.
Ti dicono sempre wait 5 minutes, just 5 minutes, ma 5 minuti non sono mai, minimo 30, se non un’ora o pure di più. Sono ritardatari nati. Almeno tutti quelli con cui ho avuto a che fare io. Già dall’arrivo in aeroporto a Belgrado ho potuto constatarlo. Ho chiamato Vlada, il signore che l’organizzazione ci aveva mandato per recuperarci in
aeroporto e portarci fino a Niš. La prima volta mi ha detto: “5 minutes I’m there. Wait.” Abbiamo aspettato mezz’ora, ancora niente. Marcello voleva fare il bravo bambino paziente e comprensivo, per cui mi diceva: “no Eli, non insistere, ha detto 5 minuti,
lo so, ma vedrai, starà arrivando, ci sarà traffico, sono sicuro che ora sbuca
fuori e si scusa per il ritardo”. E io, rassegnata, decido di tentare
anch’io di essere paziente e comprensiva, per non rovinare il viaggio già da
prima di iniziarlo. Però passano altri 5 minuti, poi 10, 15. Insomma, Dio mio,
ma possibile che solo per me 5 minuti siano DAVVERO 5 minuti?! Lo richiamo e
lui, imperturbabile, quasi stupito di sentirmi ancora, mi dice “I said 5
minuts. I’m coming”. Alchè, dopo un’altra mezz’oretta dalla seconda
chiamata, iniziamo davvero a perdere la pazienza entrambi e chiamiamo i responsabili dell’organizzazione. Epilogo, anche loro ci dicono di aspettare 5 minuti e noi, rassegnati, aspettiamo. Questa volta l’attesa è presto ricompensata dall’arrivo
di Vlada che, in un’improvvisa fretta dovuta al timore di farci arrivare tardi
al festival, ci trasporta sani e salvi, e un po’ sballottati, a destinazione.
Il festival si rivela un flop come sempre, non c’è organizzazione, nessuno ha fatto pubblicità all’evento, in giro per le strade non si vede neppure una locandina che incoraggi i visitatori ad andare alle mostre, gli ospiti invitati non hanno niente da fare in programma, se non andare a zonzo e bere birra, e ci sono sempre i soliti
signori dalle barbe lunghe che abbiamo incontrato anche in Bosnia e in
Montenegro, però la passione e la dedizione di questa gente mi lascia a bocca aperta, la loro umanità e ospitalità mi rincuorano. La prima sera ci allontaniamo dieci minuti perché io ho fame, strano, e loro sono in ritardo con la cena, strano, per andare a comprarmi un bel bombolone ripieno di cioccolata, così, come antipastino alle 21.30 di sera, e loro si dimenticano di noi. Quando poco dopo ritorniamo al festival non c’è
più nessuno, se ne sono andati tutti all’altra esposizione che si trova dall’altro
lato della città. Noi non abbiamo la macchina, ci avrebbero dovuto portare
loro. Così li chiamiamo, mentre io inizio a sentire i sensi di colpa per la
bomba calorica appena ingerita, e loro, me li vedevo proprio, si danno una
pacca in testa per la sbadataggine. Ma certo! I nostri ospiti d’onore! Come abbiamo
fatto a dimenticarci di loro! Così ci mandano un taxi e si ripete la solita infinita
tiritera dei 5 minutes che 5 minutes non sono mai. Dopo forse 40
minuti riusciamo a raggiungerli. L’evento è ormai finito, ed è tempo di andare
a cena, ma io, oramai, ho perso l’appetito.
Sono in un bar con M. e tre serbi, ci sono diverse biciclette appese sulle pareti affianco ai grotteschi disegni incorniciati di Predrag, uno dei signori con cui sono seduta al tavolino, li ho appena conosciuti nella strada dietro al locale, erano amici del nostro enorme (letteralmente) amico, nonché mio piercer di fiducia, Milan. Una voce femminile canta in sottofondo Life on Mars di David Bowie, le luci sono soffuse, si sta facendo buio fuori, per la strada passano un bambino che insegue una palla,
una anziana signora in bicicletta, un gatto spelacchiato. Mentre loro vanno di
grappe e patatine io mi bevo una cioccolata calda che mi lascia un po’
perplessa, in quanto zeppa di biscotti sbriciolati al suo interno. Un
pomeriggio di ozio, scambi di opinione e sguardi sul mondo, ore a chiaccherare
e a rilassarci sui comodi divanetti del locale dopo la frenesia della mattinata
in giro tra mostre di fumetti, incontri didattici nelle scuole, centri
commerciali e il parco memorial Bubanj, dedicato alle vittime, ivi sepolte, del
parco di concentramento nazista a pochi chilometri di distanza.
Sì, la Serbia è un paese tetro, è tetro perché i luoghi di interesse sono tutti in qualche modo legati alla morte: oltre al campo di concentramento e al parco già citati, c’è la Cele Kula, la Torre dei Teschi, poco fuori dal centro della città, costruita dagli
Ottomani nel 1809 dopo la battaglia di Cegro. La torre un tempo annoverava tra
i suoi mattoni più di 500 teschi di soldati serbi rimasti uccisi nella
battaglia, ora se ne contano una decina a malapena. Se vai con una guida questa
sarà felice di indicarti quali teschi appartenevano a ragazzi di appena 15/16
anni, e quali invece a ragazzi grandi di 20 anni: i soldati infatti erano tutti
giovanissimi. Un macabro avvertimento dei turchi a dimostrazione di cosa accade
a chi si mette contro di loro.
In realtà questa non è l’unica torre che abbiamo visitato. Il nostro amico Dušan,
il professore, una mattina è stato così gentile da accompagnare noi, il
formidabile artista 3D (dovreste vederli i dipinti che realizza in giro per
tutta Europa! Sembra che i personaggi sbuchino fuori dal pavimento pronti per
saltarci addosso!) e caro amico Milivoj e sua moglie Katarina (tutte persone assolutamente squisite) a visitare la torre di Čegar, nella florida campagna ad appena mezz’ora di macchina da Niš. La torre è stata costruita in onore del duca Stevan
Sinđelić e di tutti i coraggiosi serbi che combatterono con le unghie e con i
denti contro i terribili turchi, sacrificando le loro vite per la patria. Saliamo
sulla torre e da là la vista si rivela davvero mozzafiato: un’immensa valle
verde e rigogliosa ci avvolge dolcemente. Non voglio più scendere di lì, ma, come
sempre, anche le cose belle devono finire. L’eccentrico ed ospitale signor Selomir
è il custode del sito e, prima di raccontarci la storia della sanguinosa battaglia,
ci invita tutti a sederci al suo tavolo, a metà mattina, per bere il caffè
bollente appena preparato da lui in persona e la rakija contenuta in un
dispenser a forma di torre con sopra raffigurate aquile e combattenti. Ci offre
anche le ciliegie da lui colte negli alberi che circondano il luogo e dolcetti
locali ricoperti di candido zucchero a velo. Io, che non bevo alcolici né caffè
e mi sento ancora in colpa per quel maledetto bombolone, vado di ciliegie, e
devo dire che sono davvero deliziose. Che personaggio che è. Il viso abbronzato
solcato da profondissime rughe, una voluminosa chioma bianca immacolata, una bucherellata giacca blu oltremare sopra a tre camicioni sblusati e una dentatura che farebbe sfregare le mani a qualunque dentista. Ma dovreste vederlo quando arriva il suo momento, là difronte alle scolaresche in visita alla torre, decine e decine di
bambini e ragazzi, che sventolano piccole bandiere serbe e lo ascoltano trattenendo
il fiato. E lui, con gesti teatrali e toni da baritono, racconta, mi dice Katarina
ridacchiando, con una serie di esagerazioni ed iperboli, le grandi gesta dell’esercito
serbo. È un bel posto, quello. Dopo aver ringraziato e salutato Selomir, che ci
tiene a regalarci un libretto sulla torre scritto da lui e con un’enorme foto
del suo faccione, e ovviamente, il suo autografo con dedica personalizzata, ci
avviamo in discesa verso il fiume e, seguiti da uno scodinzolante cagnotto
felice, raggiungiamo una chiesa ortodossa davanti alla quale Dušan si premura di spiegarci le differenze che intercorrono tra le chiese cristiane ortodosse e quelle cattoliche. Dopodiché esploriamo la zona, è tutta natura lì, si sta benissimo, non fa caldo come in città, anzi, mi devo persino mettere un maglioncino. Katarina trova un
quadrifoglio e, esultante, me lo mostra. Io le dico sconsolata che non ne trovo
mai di quadrifogli. Lei allora mi lancia un sorriso furbetto e si rimette a
frugare tra i fili d’erba fino a che, sorprendendo tutti, trova un altro
quadrifoglio e lo porge a me sussurrandomi all’orecchio che nessuno saprà mai che
non l’ho trovato io.
Con l’amico Milan, grandissimo tifoso di una squadra calcistica di Belgrado, dopo che mi ha fatto il mio terzo piercing serbo, visitiamo un campo di concentramento nazista nel centro della città. Ora è vuoto, un museo coi resti di chi è passato di lì, un luogo di
resistenza e memoria, un tempo prigione, inferno, luogo di annientamento e
disumanizzazione. Il museo è ben allestito, è pieno di documentazione originale
sulla vita dei detenuti, larghi pannelli appesi ai muri ci raccontano la vita,
o meglio, l’incubo, delle migliaia di anime che hanno visto spegnersi le loro
speranze in quel luogo oscuro. Leggiamo dei fucilamenti aleatori, dei leggerissimi
indumenti di lino quando la temperatura scende sotto lo zero, delle razioni
ridotte a un pugno di riso insipido, delle madri separate dai figli, di quelli
che hanno lottato fino all’ultimo ma non ce l’hanno fatta, delle evasioni andate
a buon fine, delle torture inflitte senza spiegazioni, delle umiliazioni
quotidiane, dei capelli rasati, dei volti dimenticati. Ogni tanto mi scende una
lacrima, e mi sovvengo di quanto sia breve il passo dall’inseguimento di un
ideale alla realizzazione di un abominio.
In quei giorni tutti si domandano come sia possibile che un ragazzino di 12 anni possa uccidere dieci compagni di classe nella sua scuola e ferirne decine di altri. E come, in quello stesso giorno, la sera, un altro ragazzino possa commettere una strage simile. È la cultura della violenza, mi dicono, negli Stati Uniti sono abituati, in Texas c’è
una sparatoria un giorno sì e uno no. Ma qui da noi, noi che siamo i resti dell’ex
Jugoslavia, noi che abbiamo una cultura filosovietica, cosa c’entra con noi
questa insensata violenza? È colpa della TV, dei media, dei film di Tarantino,
delle notizie al TG, dei fumetti splatter, della diffidenza che si sta
spargendo a macchia d’olio tra le persone, dell’odio che chi ci governa incita
in noi, della mancanza di empatia, di valori, di contatto con la realtà, di
distinzione tra Bene e Male. Sabato mezza Serbia andrà a Belgrado per
protestare, si faranno ore e ore in autostrada su bus gremiti di gente sudata e
puzzolente per il caldo anomalo di queste settimane, ma secondo te, servirà a
qualcosa? Io credo di no. In Serbia protestiamo, protestiamo, ma niente cambia
mai. Siamo un paese fossilizzato nel suo passato, stiamo morendo, mi dicono.
Una sera a cena mi ritrovo seduto davanti a me il signor Stefanovic, un omone grosso e barbuto, un intellettuale da quel che ho capito (anche perché gli ospiti del festival, a parte me, sono tutti disegnatori, sceneggiatori o intellettuali). Sono già le 22.30 ed io sto morendo di fame. Come al solito quelli dell’organizzazione ci hanno fatto
aspettare un’eternità prima di portarci al ristorante. Ogni volta che chiedevo
tra quanto saremmo andati a cena mi rispondevano 5 minutes, oramai ero
rassegnata. Ci portano enormi insalate di cavolo, pomodoro, cipolla, cetriolo e
feta e io mi ci fiondo senza ritegno. Il signor Stefanovic, che a quel punto si
è già bevuto due rakije e due coca-cola, non tocca l’insalata e mi rassicura
di non preoccuparmi per lui, che avrebbe mangiato la carne. E così è. Io la
carne non la tocco neppure, tanto ci pensano gli uomini. Stefanovic mi guarda divertito quando gli dico che dovrebbe mangiare un po’ di verdure anche lui e mi dice “I don’t have vices at all. I don’t smoke, I don’t drink, I don’t gamble, I don’t overeat, I don’t curse. I only have one little flaw: I am a big liar” (Non ho nessun vizio. Non fumo, non bevo, non scommetto d’azzardo, non mi abbuffo, non impreco. Ho solo un piccolo difetto: sono un gran bugiardo). Poi mi chiede secondo me perché non si taglia mai la barba. Io resto un attimo perplessa, suppongo perché gli piace così, gli rispondo. Lui scuote la testa. “Because this way when people want to address me they are more likely to say the beard guy instead of the fat guy” (perchè così quando qualcuno vuole
riferirsi a me è più probabile che dica “il tizio con la barba” invece che “il
tizio grasso”) e scoppia a ridere compiaciuto della sua genialità. Mi è simpatico
da subito. Ci invita anche al suo festival di Sombor, città al confine con l’Ungheria. Il ragazzo seduto affianco a lui mi confessa che queste battute la racconta
ogni volta che incontra persone nuove, è il suo biglietto da visita. Ci tiene a
che si sappia che non si preclude niente nella sua vita, ed è felice così.
Dopo Niš ci rechiamo a Belgrado, questa volta svincolati da impegni lavorativi (comunque ridotti all’osso per M. e assolutamente nulli per me) e compagnie varie, desiderosi di scuoterci di dosso il torpore del sonnolento festival e delle serate passate a mangiare fino allo sfinimento. Resto stupita nel ritrovarmi difronte una città
così cosmopolita e vivace, brulicante di giovani, turisti, artisti di strada.
In ogni via ci sono almeno un paio di antiche librerie, ne visito qualcuna e in
men che non si dica mi resta in mano un manuale per imparare il serbo (ho un po’
il pallino per le lingue), ora rigorosamente impilato nella mia libreria tra il
manuale di hindi e urdu e quello di olandese (quest’ultimo ancora da aprire). Il
quartiere Skadarlija sarebbe il quartiere bohémien della città, una specie di Montmartre di Parigi, e con le sue vie acciottolate, i locali raffinati e le pareti degli
edifici affrescate un po’ mi conquista, ma mai come la vista che si ha dalla
maestosa fortezza di Belgrado, chiamata Kalemegdan, sul punto in cui il fiume
Danubio incontra la Sava. La prima sera lì abbiamo visto pure i fuochi d’artificio,
mentre intorno a noi i giovani ballavano su ritmi pop, succulenti profumini di
zucchero filato e hamburger si mescolavano all’aria tiepida della notte, coppiette
innamorate si scambiavano segreti d’amore sulle panchine che si stagliano sul
fiume e, più in là, l’orizzonte. È una serata magica, mi sento euforica, felice
con tutto il cuore, vorrei non finisse mai.
Il giorno dopo visitiamo la fortezza alla luce del sole, esploriamo la parte all’aperto del museo della guerra, passiamo davanti al Parlamento, il celebre e lussuoso Hotel Mosca, Piazza della Repubblica con il suo sontuoso monumento al principe Milhaio, punto di riferimento e d’incontro per tutti i giovani della città. Il pomeriggio ci riposiamo su una panchina in un parchetto pieno di ragazzini e io, che mi sono stesa per il lungo con la testa appoggiata allo zainetto e i piedi su M., mi addormento in
un batter d’occhio e dormo fintanto che lui non mi sveglia delicatamente
dicendomi che è ora di proseguire il tour.
Il giorno dopo ancora mi impunto sul cercare il Museo Nikola Tesla, dedicato al geniale inventore (1856-1943) dei motori elettrici a corrente alternata. Nessuno di noi due ci capisce nulla di fisica, però dai, siamo nella sua città, non possiamo non onorarlo con una visita al suo museo. Con l’aiuto di Google Maps lo troviamo, ma l’esperienza non risulta così piacevole come speravo. Innanzitutto ci mandano via dicendoci di tornare dopo un’ora, per via del fatto che il numero massimo di visitatori è stato raggiunto. Poi, quando torniamo, ci lasciano ad aspettare sotto al sole
cocente per mezz’ora insieme a decine di altri visitatori visibilmente nervosi.
Tra l’altro non hanno il bagno, ci dicono, strano… Alla fine entriamo e siamo
talmente in tanti che nessuno riesce mai a vedere quali marchingegni della
fisica ci sta mostrando la guida. L’unica cosa che vedo, alla fine, è un
macchinario che ti dà la scossa elettrica se avvicini la mano abbastanza. Mando
avanti M., per capire se si tratta di un dolore sopportabile e lui, impassibile
dopo la sua scossa, mi dice che non fa per niente male. Ma quando provo io il
dolore mi sorprende e mi spaventa tanto da lasciarmi sfuggire un urlo… neppure
il bambino di 5 anni prima di me aveva urlato… Usciamo da questo
interessantissimo museo sapendone esattamente quanto prima sulle invenzioni di
Tesla (se non che prendere la scossa fa male) e ci dirigiamo al magnifico
tempio di San Sava. Dobbiamo camminare per un’altra mezz’oretta sotto il sole,
ma ne vale assolutamente la pena. Sorta nel 1935, è la chiesa ortodossa più
grande al mondo. Al suo interno si resta sbalorditi dai meravigliosi esempi di
arte cristiano ortodossa, l’oro predomina in tutte le raffigurazioni. È pieno
di fedeli che, attendendo pazientemente il proprio turno in una fila che arriva
fino all’ingresso, rivolgono i loro rituali di preghiera alle immagini sacre
che sono collocate in una specie di altarino davanti all’abside della chiesa. Rimango
incantata dai gesti carichi di sacralità che, sapientemente, piccoli e grandi eseguono
con estrema precisione mentre sono assorti nelle loro preghiere: questo luogo magico mi mette un po’ in soggezione, e mi fa avvertire uno strano vuoto dentro di me. Vorrei potermi sentire anch’io così sinceramente e profondamente devota a un
qualche Dio.
L’ultima cena decidiamo di dedicarla alla nostra scoperta preferita nella città, ovvero una favolosa gelateria che mi fa dimenticare dei vecchi sacrifici della dieta. Prima mi scelgo un cono grande. Poi, non soddisfatta, un altro piccolo. Però mando M. a prendermelo perché mi vergogno di essere così golosa… ma d’altronde, è la dolce conclusione perfetta per questo indimenticabile soggiorno serbo.
La scappata nella capitale è l’occasione buona per rivedere un altro paio di vecchi amici conosciuti durante altri festival in Bosnia e Montenegro. Rispettivamente, Ivan e Selena (lei viene col marito, Ivan anche lui, e il figlio adolescente). Rispettivamente,
sceneggiatore e disegnatrice. Lui si veste sempre immancabilmente di nero da
testa a piedi, lei ha una chioma rosso fuoco, come rosse sono sempre anche le
sue labbra. Mi erano mancati molto entrambi, abbiamo dei così bei ricordi
insieme… E così decido di organizzare l’incontro tutti insieme, perché di
tempo non ce n’è molto, e i due, che non si conoscevano di persona, a un certo
punto si rendono conto che tempo fa si erano scambiati diversi messaggi su
Facebook a proposito di un certo altro festival di fumetti e di conoscenze
comuni. Da questo momento in poi non la smettono di ridacchiare e raccontarsi
aneddoti per noi incomprensibili in quanto, a questo punto, sono ripassati dall’inglese al serbo. Io di nuovo mi perdo nei miei pensieri mentre mi bevo il mio thè alla fragola, e ripenso al simpatico signor Selomir, ai bambini uccisi dall’omicida
compagno di scuola, all’agghiacciante torre di teschi, alle rakije, ai dipinti
3D del nostro amico Milivoj, all’incantevole vista sul Danubio dalla fortezza
di Belgrado, alla genialità di Tesla, alle grigliate infinite, alla bellezza
degli affreschi nelle Chiese, a Dušan che si fa sempre in quattro per noi, alle
parole in serbo che sono riuscita ad imparare, al troppo mangiare e al troppo
poco dormire, ai quadrifogli di Katarina, alle storie di massacri tra serbi e
turchi, a Milan e alla sua ossessione per il calcio, ai giovani che ballano
felici per strada, al futuro di questo paese, alla rabbia e all’orgoglio di
questo popolo fiero, a tutti i personaggi stravaganti incontrati… e penso che
sì, in Serbia mi sento davvero a casa.
Con affetto, Elisa.
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Che bella guida!
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Grazie mille Mike! Mi fa molto piacere che ti sia piaciuto l’articolo 🙂
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