


Konnichiwa amici ed amiche! Il tempo vola e dal Giappone sono ritornata già da 30 giorni, e, forse perché veramente ero super impegnata, forse perché temevo il momento di iniziare a rielaborare quanto visto ed esperito nel Nihon, ho rimandato sinora la scrittura del mio resoconto di viaggio nel paese del Sol Levante. Il Giappone ha sempre esercitato un grande fascino su di me, ma non solo: anche timore e riverenza, curiosità e ammirazione. Dopo tanta Asia a dir il vero ero più proiettata verso altre mete, ma ormai il viaggio era stato prenotato, e così, dopo una prima esperienza con Avventure nel Mondo in Marocco https://wordpress.com/post/wandergirltravell.wordpress.com/341 nel giugno 2022, 23 giorni di questo agosto li ho passati in Japan con un gruppo nuovo e una nuova consapevolezza. Non so bene da dove partire, dato che le cose da dire sono davvero tante, ma partiamo così: durante le tre settimane di viaggio ho tenuto un diario in cui annotavo pensieri, sensazioni, osservazioni, episodi degni di nota, un piccolo glossario di parole utili, i timbri delle stazioni, qualche foglia essiccata, adesivi stravaganti e un paio di miei tentativi di disegni. Ora, attingendo al materiale del suddetto diario, alla guida Lonely Planet, ai miei preziosi ricordi e alle fotografie scattate laggiù, partiamo con il racconto.



Il nome del viaggio di Avventure è Tutto Giappone. Il nostro itinerario è stato: Tokyo, Kamakura, Nikko, Hakone, Hiroshima, Myajima, Kanazawa, Takayama, Kurashiki, Shirikawa-go, Okayama, Himeji, Naoshima, Osaka, Koyasan, Nara, Kyoto e Tokyo di nuovo.



Ecco l’elenco delle cose strane del Giappone che ho segnato sul mio diario:
- Arigato gozaimas, grazie mille, è una specie di mantra. Tutti ringraziano tutti in continuazione, spesso non si sa bene per cosa.

- Non ci sono pattumi per strada. Ci tengono molto a fare la differenziata una volta arrivati a casa, inoltre i bidoni dei rifiuti sono stati usati nel passato per nascondere bombe. Nonostante questa mancanza non si trova una briciola di sporco in giro neanche a cercarla in lungo e in largo. Non ho mai visto una lattina vuota né un torsolo di mela per terra. Il Giappone è veramente pulitissimo.

- La frutta è costosa. Un melone può costare 50 euro, una pesca 5, un rametto d’uva 30. Per via di condizioni climatiche particolari il Giappone non è una terra adatta alla coltivazione degli alberi da frutta. Gli unici frutti un po’ più accessibile sono le banane, un euro l’una. La frutta non fa parte della dieta dei giapponesi, che pur hanno un’alimentazione sanissima, tanto da averci fatti dimagrire tutti di almeno 3 kili nei 23 giorni nel paese.

- Il resto del cibo non è caro come ci si immagina. Costa molto di più andare a mangiare giapponese in un ristorante in Italia che in Giappone. In Italia una cena all’all you can eat costa 35 euro, in Giappone 20. Il sashimi, ovvero il carpaccio di pesce crudo, te lo tirano dietro, i ghyoza, i deliziosi ravioli al vapore ripieni di carne, verdure o gamberetti, costano una stupidaggine, un ciotolone di ramen bollente 10 euro. Ho speso di più nei supermercati, dove mi compravo tante insalate con verdure e tonno o pollo e sacchettini di carote, patate dolci e zucca fatti a mo’ di patatine, ma sane, o pesciolini essiccati con mandorle. Nei localini per strada mangi anche con 5/10 euro, nei ristoranti con 10/20 euro. Il Giappone, insomma, non è caro, a meno che, ovviamente, non si vada nei locali più in di Tokyo dove i prezzi salgono alle stelle.

- Un euro equivale a 150 yen circa, di conseguenza 10 euro sono 1500 yen, 20 euro 3000 yen, 50 euro 7000 yen e via dicendo.

- Le migliaia di giapponesi in cui ti imbatti la mattina in metro sono tutti vestiti uguali, camicia bianca e pantalone lungo nero, sembrano tante sardine magre e serie, compatte e anonime, che, diligentemente, si recano al lavoro senza mai lasciar trapelare un’emozione. Quasi indistinguibili, intercambiabili, ti sembrano tante repliche identiche di un modello originario. Un po’ ti mette a disagio essere circondato da tanto anonimato, da tanti piccoli ed efficientissimi robottini, mentre tu ridi sguaiata e piangi di continuo, mentre i tuoi vestiti sono di tutti i colori dell’arcobaleno e spicchi in mezzo a quella folla anonima come un tulipano in una landa desolata.

- Non tutti i giapponesi si vestono di bianco e nero. Quelli di prima sono i salarymen, quelli che anche Tiziano Terzani nel suo In Asia definisce come i lavoratori salariati che obbediscono, la forza motrice del Giappone, quegli stacanovisti che dalla mattina alla sera producono e fatturano, poi la sera vanno al ristorante coi colleghi e parlano di lavoro anche lì, si fanno un’ora e mezza di strada, se va bene, per tornare a casa, salutano la moglie con un cenno e crollano sul letto distrutti, e il giorno dopo, e quello dopo ancora, ripetono tutto in loop, ancora e ancora, senza variazioni sul tema. Senza spiragli di libertà o originalità, in un paese dove la collettività viene sempre prima dell’individuo, dove le ambizioni personali sono soffocate in nome del bene collettivo, dove sin dalla nascita il piccolo giapponese deve affrontare sfide ed esami sempre più ostici, dove persino per entrare nell’asilo di quelli che un giorno dirigeranno il paese, il piccolo giapponese di 4 anni deve studiare e dimostrare di essere all’altezza, e dopodiché, è tutto un effetto domino, perché tutto si decide in partenza.

- Dicevo, non tutti i giapponesi si vestono di bianco e nero e camminano a testa bassa o siedono con le mani giunte sul grembo. No, ci sono anche i giapponesi modaioli, quelli degli eccessi e delle stravaganze, quelli che si ispirano ai personaggi anime e manga della loro potente cultura artistica, quelli che seguono le mode del k-pop, del kuwaii, delle lolita e le maid in miniatura, i giapponesi otaku, appassionati di manga, che vanno in giro per il celebre quartiere di Akihabara su altissimi scarponi neri, con trucco pesante, capelli multicolore e abiti all’ultima moda.

- Tutto è piccolo, tutto è stretto. I locali sono minuscoli, tanto da rendere impossibile trovare delle tavolate da più di 4 persone o dei bagni negli hotel più grandi di quelli degli aeroplani. I giapponesi stessi sono piccoli e stretti: nessuno infatti è sovrappeso, sono anzi tutti magri. Le ragazze sono piccole anche di statura, con visi di porcellana che le fanno sembrare delle bambine di 10 anni anche a 25.

- Il water è all’avanguardia. In Giappone infatti il water ha sempre delle funzionalità aggiuntive rispetto a quelle cui siamo abituati, ovvero il solo e unico pulsante per tirare l’acqua. Il water giapponese infatti ha tanti pulsanti, a volte tantissimi, spesso così tanti che per 30 secondi di pipì, dopo ti ci vogliono 10 minuti per decifrare la legenda che spiega le varie funzionalità di tutti quei pulsanti: c’è infatti il pulsante per fare il bidet dietro, quello per il davanti, quello per aumentare l’intensità del getto, quello per diminuirla, quello per emettere suoni e musiche che camuffino i tuoi rumori e darti la meritata privacy di cui necessiti, quello per cospargere il bagno di profumi, quello per regolare la temperatura dell’acqua, quello per fermarne il getto, etc etc. Però, nonostante questa ingegnosità per rendere la sempre imbarazzante esperienza del dover fare i propri bisogni con della gente che aspetta davanti alla tua porta, si sono dimenticati di aggiungere quella goccia di sapone all’acqua che avrebbe reso il tutto ancora più soddisfacente.

- I mezzi di trasporto sono efficientissimi e, di conseguenza, costosissimi. Per 3 settimane di abbonamento ai treni shinkansen, quelli ad alta velocità, dovendo però escludere tutti i biglietti per la metro e gli autobus, abbiamo speso l’equivalente in yen di 400 euro a testa.

- Agosto è il mese più caldo dell’anno, non andateci. L’umidità sfiora il 100%, le temperature oscillano durante il giorno tra i 35 e i 42 gradi, e la sera poco meno. Andare in giro senza ombrello, cappello, occhiali da sole, crema solare e tanta acqua con sali minerali sciolti dentro è impensabile, specialmente se si sta facendo un tour de force come il nostro, per cui si camminava senza sosta dalla mattina presto alla sera tardi, percorrendo lunghe distanze e tante scalinate spesso dovendo anche schivare la massa di altri turisti sudati fradici come te. È un bagno di sudore continuo, la pelle fa irritazione con qualunque materiale, i capelli sono sempre appiccicati al viso, le gambe doloranti e gonfie. Evitate il mese di agosto, dunque. Tra l’altro, gli alberi (soprattutto i famosi sakura, i ciliegi), non sono in fiore come in primavera, le foglie non creano quell’atmosfera magica che solo l’autunno, con i suoi arancioni e i rossi, dà, un candido manto di neve non avvolge le città e le montagne come in inverno. Insomma, l’estate è sempre bella, e solitamente per noi italiani è anche la stagione in cui ci si può prendere le ferie, però, se potete, evitate di andare in Giappone quando ci sono 42 gradi all’ombra e neppure una possibilità di vedere gli iconici ciliegi in fiore accanto ai templi buddhisti.

- Il fuso orario è di 8 ore in più quando in Italia non è in vigore l’ora legale, nel qual caso le ore diminuiscono a 7.

- I giapponesi, in linea di massima, sono gentili, educati, rispettosi, silenziosi, riservati, introversi, civili, logici, razionali, efficienti, obbedienti. Ovviamente non si può generalizzare e affermare che tutti i giapponesi sono così, però è anche vero che la cultura giapponese tende a forgiare piccoli giapponesi di tale mite temperamento, così come in Italia siamo, solitamente, gente alla mano, intraprendente, legata alle proprie radici, accoglienti, furbi, caciaroni e via dicendo. Sì, potete anche definirli luoghi comuni, stereotipi, se volete, ma i luoghi comuni hanno un fondo di verità. E così è. I giapponesi non esprimono sentimenti, emozioni, o almeno, nelle mie 3 settimane nel paese, la sola e unica volta che ho visto un giapponese sorridere, era ubriaco fradicio. Sono talmente riservati che sui mezzi pubblici, sono soliti coprire la copertina del libro che stanno leggendo con un’ulteriore copertina unicolor che copra il titolo della loro opera, perché far sapere agli altri che cosa stanno leggendo vorrebbe dire esporsi pericolosamente al giudizio altrui, ma anche, più semplicemente, infrangere la loro stessa privacy.

- I giapponesi sono anche anaffettivi. Tra le popolazioni più anaffettive al mondo, invero. Sembrano automi apatici: non trapela mai un’emozione dai loro volti, sembra che niente possa turbarli. Leggevo di recente uno studio che spiegava difatti che la maggior parte delle coppie sposate in Giappone consuma il matrimonio la prima notte di notte, dopodiché più niente di niente, spesso neppure un innocuo bacio. Non ho mai visto nessuno tenersi per mano, nessuna dolce coppietta innamorata, né vecchietti che si vogliono bene, né migliori amiche, né genitori con figlioletti. In Giappone non ci si tocca. Non ci si dà la mano quando ci si vede, non ci si abbraccia, e men che meno ci si bacia. In Giappone ci si fa una riverenza, un leggero inchino che ti dice: “salve a te amico/collega/parente, ti porgo i miei più cordiali saluti. Sono felice di rivederti ma non così tanto da voler avere un contatto diretto con i tuoi microbi, arigato gozaimasssss.”

- Negli onsen, i bagni termali che spuntano ad ogni angolo di città, cittadine e paesini sperduti, è severamente vietato l’ingresso alle persone tatuate. Neppure un piccolo tatuaggio è consentito, pena dover restare fuori ad aspettare gli amici dalla pelle vergine che si rilassano tra vapori, saune, idromassaggi, scrub al sale e thé matcha. E non vale mettere cerotti, correttori o bende, se hai un tatuaggio, non puoi entrare. Categorico. Il motivo di tanto rigore? Perché in Giappone i tatuaggi sono da sempre strettamente legati alla yakuza, la mafia nipponica. E a nulla serve cercare di spiegare che ormai la stragrande maggioranza della popolazione mondiale se si fa un tatuaggio è più per moda o motivazioni estetiche e personali che per dimostrare un’affiliazione mafiosa. Mi hanno detto, però, che ci sono anche degli onsen destinati proprio ai turisti e meno tradizionalisti, e quindi, pronti ad accogliere anche gli sfortunati tatuati.
- Nessuno parla inglese. Il Giappone è un paese vivibile, tra i più sicuri al mondo, pieno di attrattive e opportunità per tutti. Sono un popolo bello, sano, elegante ed interessante, però anche gelido nei rapporti interpersonali, sono chiusi allo straniero e inoltre, appunto, nessuno parla inglese. Si pensi che fino a pochi decenni fa o stato vietava l’insegnamento delle lingue straniere, e, fino a 3 anni fa, ai tempi delle Olimpiadi di Tokyo, i cartelli e le insegne stradali erano tutti in giapponese. Comunicare con la gente del posto è dunque quasi impossibile. Bisogna armarsi di Google Lens, un frasario e tanta pazienza.

- Con l’aria condizionata, in Giappone, non si scherza. Si passa dai 40 gradi dell’esterno ai 10 di ristoranti, negozi, treni, uffici. La temperatura al chiuso è così bassa da farti ammalare già al secondo giorno, per cui una sciarpa e una giacchetta sono indispensabili nello zaino anche se quando esci dall’hotel hai già tutto il trucco sciolto dal sudore causato dal caldo.

- L’estetica ti colpisce ovunque. A differenza di altri paesi asiatici dell’Estremo Oriente in cui sono stata (Cina, Thailandia, Vietnam, Cambogia, India), in Giappone tutto è perfetto, spesso troppo perfetto: le strade, appunto, sono immacolate; le persone sono tutte eleganti nei loro impeccabili completi da lavoro, i negozi sono tutti all’ultimo grido, le bacchette inamidate e rifilate in oro, il thè è servito senza neppure un’ombra di schizzi sulla tazza, la stessa andatura delle persone sembra seguire un percorso prestabilito, passetti piccoli piccoli, ma velocissimi, tranne quelli delle geishe, o delle finte geishe, che, con calzini e pesanti infradito di legno, procedono piano piano, senza fretta. I volti sono perfetti, mai un viso foruncoloso o una pancia troppo gonfia, mai un seno troppo scoperto o una gamba troppo pelosa. La loro pelle non è scura come quella dei vietnamiti o dei cambogiani, i lineamenti sono delicati quanto i capelli sempre lisci come spaghetti. La ragazza giapponese ha la fisicità di una bambina, senza curve, senza grasso, senza peli.

- Quando il semaforo diventa verde parte una musichetta che ti risveglia dai tuoi pensieri e ti fa notare che ora puoi attraversare. Anche nelle stazioni c’è sempre una musichetta allegra di sottofondo, forse per cercare di rilassare le persone, forse per ridare il buonumore ai cupi e far rimandare di un altro po’ chi si era recato in stazione con l’intento di finirla lì e, di conseguenza, causare ritardi all’impeccabile servizio dei trasporti pubblici giapponesi.

- È un popolo a sé, diverso da tutti gli altri. Nessuno assomiglia ai giapponesi, eppure loro assomigliano a tutti. Dopo secoli di isolazionismo si sono aperti all’occidente e hanno copiato e ingurgitato ogni moda possibile, pur restando, nonostante ciò, sempre inevitabilmente distanti dalle altre culture.

- Il cibo è squisito, oltre che sanissimo. Ti preparano il tofu in 1000 varianti diverse: tofu stufato, tofu grigliato, tofu al naturale, tofu con salsa di arachidi, zuppa di tofu, tofu snack etc etc. I prezzi inoltre sono ottimi.

- Sulla metro sono tutti stra silenziosi, ciascuno con gli occhi fissi sul proprio telefono o persi difronte a sé. Se anche ti accanisci a fissare un giapponese, questo non si degnerà mai di rivolgerti neppure una fugace occhiata, bensì continuerà a fissare il suo telefono o il vuoto dinanzi a sé.

- Le distanze sono lunghe. Non sembra, ma il Giappone è un paese dall’estensione territoriale davvero notevole. Basti pensare che la punta più settentrionale ha la stessa longitudine del Canada e quella più meridionale di Cuba. Con lo shinkansen in due ore sei da una parte all’altra del paese senza rendertene conto.

- I meravigliosi santuari shintoisti si assomigliano tutti. Dopo averne visti 3 o 4 non vedi più le differenze.

- Come dicevo prima, i giapponesi non ti guardano mai, e, soprattutto, non ti parlano mai. In realtà però a me due hanno parlato. Entrambi nell’arco di poche ore, nella città sacra di Koyasan: prima un signore, un professore di neurobiologia all’Università di Fukuoka, poi una signora che lavorava nel monastero in cui alloggiavo. Il primo mi ha rivolto la parola su una panchina, davanti a un tempio, con un inglese mooolto stentato. Mi ha chiesto di me, cosa facevo lì, dove andavo poi, che città avevo visitato, se studiavo… infine mi ha avvertita del violento tifone che sarebbe arrivato l’indomani a Nara e Kyoto, proprio le città in cui ci stavamo dirigendo. È stato estremamente gentile. Mi ha fatto vedere col suo telefonino le immagini del tifone su un sito meteorologico. I suoi parenti, seduti su una panchina più in là, ci guardavano stupiti e ridacchiavano coprendosi la bocca con eleganza. Lui ogni tanto lanciava delle occhiate preoccupate verso di loro, lo capivo che era combattuto. Da un lato, era inaudito che lui, giapponese, parlasse con una gaijin, una ragazza straniera, e di certo la disapprovazione e lo scherno dei parenti lo inibivano, dall’altro, era evidente che era la curiosità nei confronti della straniera gli dessero il coraggio di proseguire nell’educata conversazione. La signora invece era bella spigliata. Mi ha attaccato bottone nell’onsen del monastero, mentre io cercavo di restare impassibile nonostante il tremendo imbarazzo per l’essere tutta nuda in una vasca calda con una giapponese. Per fortuna almeno non c’erano altre donne come le altre volte, in cui cercavo di nascondermi con un fazzoletto di asciugamano ad ogni passo. Lei pure voleva sapere di me, chi ero, cosa facevo, perché ero lì… mi ha detto che lei è del sud, di Okinawa, ma che ora restava a Koyasan per lavorare all’accettazione del monastero per tre mesi. Che le piaceva moltissimo vivere lì e fare bagni nell’onsen tutti i giorni. Poi mi ha chiesto se ero andata alla meditazione delle 18 e le ho detto di sì, che ci ero andata ed era stato fantastico. Non le ho detto però che dopo 20 minuti mi sono addormentata e che per i restanti 40 minuti di meditazione ho cercato di trovare la posizione più comoda da seduta per dormire senza farmi notare. Dopo avermi elencato i pregi della meditazione e avermi spiegato perché lei ogni giorno della sua vita medita due volte, mi ha chiesto entusiasta se sarei andata anche l’indomani all’alba. Un po’ incerta, ho risposto di sì. Ancora non conoscevo il piacere di dormire sul futon spesso 2 centimetri di un monastero buddhista. Quella notte mi sarò svegliata 15 volte per il terribile mal di schiena e l’impossibilità di riuscire a trovare una posizione comoda per dormire, oltre al fastidio dei passi, dei bisbigli, degli scricchiolii del pavimento in legno anti ninja e del russare al di là delle porte di carta di riso e della luce che filtrava da ogni spiffero. Inutile dire che quando la mia fiduciosa sveglia è suonata alle 5.40 per prepararmi alla meravigliosa ora di pace interiore, non ce l’ho fatta e mi sono ributtata sul mio dolce tatami.

- È meglio viaggiare leggeri, con una valigia piccola. Le stanze spesso sono così ristrette che una valigia grande non riusciresti ad aprirla se non, forse, sul lettino.

- È pieno di distributori automatici di qualunque genere di bene. Persino i beni che non ti verrebbero mai in mente, come le mutandine usate (io però questi non li ho visti), o le 50 varianti di statuette di Hello Kitty.

- È pieno di pachinko, il gioco d’azzardo giapponese e gachapon, giocattolini in capsule di plastica in vendita nei distributori automatici.

- I maneki neko, letteralmente il “gatto che chiama”, è un portafortuna giapponese che consiste in una statuetta che raffigura un gattino con una zampa alzata. In Giappone il gesto di tenere una mano su e muoverla avanti e indietro con le dita piegate non è un gesto di saluto, come potrebbe farci pensare, bensì di richiamo a sé. A seconda del colore del gatto, della lunghezza della zampa alzata, che a volte è la destra, a volte la sinistra, cambia anche il tipo di fortuna che la statuetta può portarti: ad esempio, il gattino nero tiene lontani i molestatori, quello rosso la malattia, quello oro porta benessere economico, quello verde protegge dagli incidenti stradali…

- Sono puntuali, ma non al minuto. Uno dei tanti treni che ho preso è partito in ritardo di addirittura 4 minuti.

- Una folle avventura nella valle vulcanica dell’Owakudani: saliamo sulla funivia dopo infiniti treni, metro e scarpinate. Una signora giapponese, mentre saliamo verso la vetta a bordo di una cabina della funivia, ci dice che ha sentito che a breve chiuderanno la funivia poiché dal sud del Giappone sta arrivando un thunderstorm. Le hanno detto di sbrigarsi a salire prima che chiudessero la linea. Mentre saliamo il vento si fa sempre più forte. Non facciamo in tempo ad arrivare in cima e scendere dalla cabina che salta la luce e tutto si blocca. La funivia è ferma e noi, che siamo scesi per un pelo, ci ritroviamo bloccati sul vulcano. Quelli rimasti su devono aspettare che gli addetti li tirino su a mano. Alla fine, scendono anche loro sulla terra sulfurea. L’acre odore di zolfo è fortissimo, si vedono colonne di fumo e colorazioni gialle, arancioni, verdi e nere sul terreno. Un paesaggio di rocce, foreste bruciate e fumarole ci avvolge. Assaggiamo le uova nere cotte nella cenere vulcanica, è tutto quello che offre il convento per pranzo e io non lo sento neppure il sapore di zolfo. Per fortuna prima di salire mi ero mangiata un ottimo gelato artigianale alla patata dolce e al pomodoro all’Open Air Museum. La tensione nel gruppo è alle stelle, ma io con i miei compagni di viaggio mi diverto come non mai. Ogni disavventura è un’avventura, adoro gli imprevisti, le situazioni inaspettate, le sorprese, purché non capiti niente di grave ovviamente. La funivia non riapre e le file per gli autobus che riportano a valle sono troppo lunghe, così ci incamminiamo a piedi. Ci tocca un’ora e passa di trekking sotto al sole sulla strada e per sentieri accidentati. Alla fine arriviamo distrutti, ma sani e salvi.

- È pieno di ciotoline con oggetti e biglietti portafortuna da 100 yen (meno di un euro) dove sei tu che devi avere la coscienza di lasciare i soldi nella ciotolina affianco prima di prendere il tuo regalo.

- La gente va in giro con dei piccoli ventilatori portatili. Sono di vari colori, spesso legati a un laccio che ti permette di appenderli al collo. Alcuni sono addirittura a forma di collare e basta appoggiarli sulla nuca senza doverli tenere in mano. Sono geniali, con quel caldo poi…

- L’isola di Myajima è: cerbiatti che ti rubano il cibo (anche le cotolette di maiale, una ragazza li definisce “bestie di satana” per il fatto che siano così invadenti e snaturati), e si fanno accarezzare, i mochi, i deliziosi dolcetti ripieni di pasta ai fagioli rossi a forma di foglia d’acero che ci gustiamo in un negozietto sorseggiando thè matcha freddo, un maestoso torii rosso immerso nell’acqua del mare finché c’è l’alta marea, dopo il tramonto invece è immerso nella fanghiglia ma ci si può camminare sotto, santuari shintoisti immensi in mezzo alla natura, funivia che ti porta sul cucuzzolo dell’isola e ti regala una vista mozzafiato sulle miriadi di isolotti circostanti, trekking nella foresta per scendere dal cucuzzolo e rigenerante bagno nel fiume dopo la sudata della giornata, con incontro ravvicinato con un bel serpente verde smeraldo.

- La lingua giapponese adotta 3 sistemi di scrittura: i kanji, gli hiragama e i katakama. I primi sono quelli principali, che si usano sempre, i secondi servono per indicare le particelle agglutinanti e le parti variabili di verbi e aggettivi, gli ultimi per le parole prese in prestito dalle altre lingue.

- Le atrocità delle conseguenze della bomba atomica ad Hiroshima mi hanno sconvolta. Mi tremavano le gambe mentre visitavo il museo della pace la mattina della commemorazione, il 6 agosto. Assolutamente da visitare. Con la speranza che non accada mai più un simile abominio, bisogna ricordare quello che è successo e le migliaia di persone le cui vite sono state distrutte in un nanosecondo.
- Sadako Sasaki aveva solo 2 anni quando la bomba atomica che devastò Hiroshima cadde sulla città. Da quel momento la sua vita fu distrutta: parte della sua famiglia morì e lei si ammalò gravemente di leucemia. Il cancro la afflisse prepotentemente. Un giorno, dopo l’ennesimo ricovero in ospedale, decise che voleva vivere, così, per propiziarsi la guarigione, ascolto la leggenda che le aveva raccontato un’amica e iniziò a creare delle gru di carta, con la certezza che se fosse riuscita a realizzarne 1000 sarebbe guarita. La gru infatti è considerato un animale sacro in Giappone: l’animale della longevità, vive oltre 100 anni. La sua cameretta d’ospedale si era riempita di bellissime ed elegantissime gru di ogni dimensione e colore, tanto da portare allegria persino in un luogo così triste. Purtroppo Sadako non riuscì a raggiungere il suo obiettivo perché la malattia si aggravò e, dopo mesi di sofferenze, morì. Gli amici e i compagni di scuola, affranti, decisero di terminare gli origami in suo onore e completarono l’impresa che Sadako aveva iniziato. La sua vicenda è rimasta impressa nelle menti delle persone e lei è passata alla storia come la bambina delle 1000 gru, diventando il simbolo dell’innocenza e della vita di fronte alle atrocità della bomba atomica.

- Onsen a Kanazawa. Iniziale imbarazzo ma poi diventa naturale. È davvero rilassante, inoltre costa una sciocchezza! Solo 5 euro a ingresso contro i soliti 40/50 italiani.

- Non sono mai volgari le ragazze qui. Molte si vestono con kimono, ciabattine in legno e fard bianco, ma non sono vere geishe, quelle vere infatti, che ormai sono pochissime, si trovano nel quartiere Gion di Kyoto, ma purtroppo, io non ne ho viste.

- Agosto è il mese dei tifoni. Quindi, di nuovo, evitate agosto.

- Il villaggio di Shirikawa-go è una perla: risaie verdi splendenti, antiche casette in legno, fiori profumati, una piccola Svizzera insomma. Una boccata d’aria fresca dopo il trambusto e i grattacieli di Tokyo.

- Gli abiti delle geishe, i kimono, sono così stretti che non ti fanno respirare. Il nostro primo giorno a Nara abbiamo mangiato a casa di una famiglia che aveva adibito la propria casa a ristorante e negozio di abbigliamento tradizionale. Così, nella lunghissima attesa dei nostri piatti, io e un paio di altre ragazze ci siamo avventurate tra i tessuti ricamati e le stampe a fiori o a gru. La figlia del padrone di casa è stata così gentile da aiutarmi ad indossare un bel kimono a fiori fucsia. Indossarlo mi ha riportato alla mente delle immagini del favoloso libro Memorie di una geisha di Arthur Golden, e un po’ mi sono sentita come loro, schiacciata in un corpetto scomodissimo per essere più bella agli occhi degli uomini. Il collo dev’essere scoperto, mi ha spiegato un’altra italiana che si intendeva di punti erotici giapponesi, i capelli raccolti, la pelle bianchissima, le labbra rossissime e i passi piccolissimi. E sia mai che, come nel libro, con uno sguardo intensissimo tu non riesca a far cadere un uomo dalla bicicletta. Magari!

- Il 13 agosto eravamo a Koyasan per il festival delle lanterne. È stato magico, suggestivo, emozionante. Come lo descrivo? Non si può. Avevo le farfalle nello stomaco, mi sentivo viva per davvero come raramente capita. Preghiera con i monaci, pranzo e cena parca a base di tofu, meditazione alle 18 e alle 6, onsen, doccia, templi… come in India, monaci che recitano i mantra buddhisti in loop, migliaia di candele accese ovunque, i piedi scalzi, le teste rasate, una lunga processione nel cimitero fino al tempio dove si tiene la cerimonia solenne di commemorazione dei defunti, una sorta di dia de los muertos messicano. Una preghiera e una candela per ogni defunto… Inoltre, quel giorno ho ricevuto una tristissima notizia: il mio gatto Arturo era morto. Io ero in un tempio buddista, avevo appena cosparso la mia fronte d’incenso, fatto un inchino e suonato il gong facendo una preghierina di felicità e realizzazione dei miei sogni, stavo per uscire e ho controllato le notifiche. Sono ritornata sui miei passi e ripetuto la procedura incenso, inchino, gong e preghiera. Questa volta con il pensiero rivolto al mio gattino che non c’è più. Qualche lacrima è scesa dai miei occhi, ma ancora non riuscivo a capacitarmi della cosa. Nel pomeriggio ho chiamato mio padre per capire meglio. La sera sono andata a una celebrazione di commemorazione dei defunti, era proprio quel giorno. Centinaia di candele accese ovunque. Ho lasciato una candela per lui.

- “Ora, 14 agosto, sono seduta fuori, nel cortile del monastero in cui ho dormito stanotte. C’è una pace incredibile qui fuori. Ma a dir la verità, la pace, molto stranamente, la sento anche dentro di me. È questo luogo misterioso e magico… è il connubio tra campanellini al vento, bonsai, piatti vegani, monaci sereni, meditazione, mantra, piccoli Buddha ovunque, silenzio, lentezza, mancanza di problemi e preoccupazioni. La struttura in legno, le porte di carta di riso, gli sparuti alberelli che costellano il giardino e quelli possenti della foresta intorno, il giardino curato in ogni dettaglio, i simboli di pace disegnati coi sassolini del ghiaino, la colazione di piccoli assaggi vegani seduti su un cuscino, l’elegante tunica blu con la cintura a righe che abbiamo indossato…”

- E poi, gli altri giorni: Osaka, la città degli eccessi, caotica e fluorescente, rumorosa e odorosa. La piccola e tranquilla cittadina di Kurashiki, dove un signore tedesco, che mi ha dato l’impressione di essere disperatamente solo, ha iniziato a raccontarci la sua vita. Dallo zaino ha tirato fuori un raccoglitore in cui teneva le fotografie plastificate delle tappe salienti della sua vita. È arrivato in Giappone 65 anni fa in bicicletta, attraversando decine di paesi, persino la Corea del Nord, ci tiene a specificare. Ha sposato una bella giapponese dai lunghi capelli di seta corvina e ha costruito la sua vita in questo misterioso paese. Ora che lei è morta non gli restano che le due figlie e le tante fotografie sbiadite che lo riempiono di malinconia. I salici piangenti sono il perfetto sfondo per questa figura destinata all’oblio.

- Adoro queste case così essenziali: nessun mobile, nessun arredamento, nessun soprammobile, solo tanto legno, piante, futon, tatami, thè verde, tende sottili come le ali di una libellula, qualche libro dalla copertina elegante.

- “Dobbiamo andare a Nara e Kyoto, nell’occhio del tifone, come il professore di ieri mi aveva avvertita. Il viaggio sta volgendo al termine e io non voglio tornare a casa. Nel monastero è nuvoloso stamani. L’atmosfera perfetta. Adoro questo clima di pioggia e nebbia carico di possibilità.”

- “Nara, mega tifone che ferma i mezzi di trasporto e ci fa rimandare di un giorno la partenza per Kyoto. Piove, il cielo è grigio, le nuvole sono gonfie, elettriche, gli uccelli volano bassi, i cerbiatti si sono rifugiati sotto i porticati, non ci sono negozi aperti, niente da fare, nessuno in giro tranne noi disgraziati in infradito e giacca a vento. Giornata uggiosa, ma il tifone pensavo fosse un’altra cosa. Ci infiliamo in un parco, dopo un ottimo e abbondante ramen, e, wow… pura magia. Che emozione, che luogo suggestivo! Sarà stata anche la desolazione di un luogo solitamente gremito di orde di turisti… ma l’effetto è davvero pazzesco. I torii rossi, le lanterne di pietra con le preghiere in carta velina, la foresta rigogliosa, qualche monaco che cammina silenzioso tra gli alberi, i cerbiatti che frugano sereni tra le foglie cadute per la tempesta, uno scarabeo blu che aiuto a rigirarsi con una fogliolina e lui riprende tranquillo la sua strada come se niente fosse successo. La poesia di questi luoghi non ha eguali. Quando tornerò in Giappone sarà per questa magia, per la natura sconfinata, per le antiche tradizioni che resistono al tempo, per il buddhismo, per la lentezza dei paesini, per il minimalismo, il thè verde bollente mentre ammiri lo spettacolo della pioggia che scende, per le preghiere e i mantra dei monaci la mattina presto, per i gong che ti risvegliano dell’assopimento mentre riposi su un’amaca, per i maestosi torii che sbucano dalle fronde o dall’acqua. Il Giappone autentico, quello magico (l’ho già detto?) e antico delle storie di geishe e samurai, imperatori e monaci… le innovazioni della modernità perdono sempre dinanzi alle meraviglie dell’antichità.”

- Tokyo è una città immensa. Ci sono le cose più stravaganti del mondo, come i Godzilla giganti in mezzo ai grattacieli o i Pokemon shop, ma io non ci vivrei mai: per quanto vivace e attraente, è pur sempre piena di traffico, rumori, folle di gente sudata. E le distanze sono immense, la sensazione di dispersione e straniamento costante, i palazzoni e i grattacieli divorano il cielo… preferisco la natura e i piccoli paesini tranquilli.

- Kyoto è un carnaio di turisti, ben più di Tokyo. Le aspettative erano altissime, eppure, forse a causa della troppa folla e del troppo caldo, mi ha delusa, e mi sono sentita male più volte. Era una corsa continua da un tempio all’altro, da una scalinata all’altra. I giardini, i templi, i palazzi perdono ogni poesia in mezzo a quel casino. Non mi è piaciuta. Persino la cerimonia del thè mi è sembrata una trappola per turisti, così come il Fushimi Inari, il santuario shintoista con le celebri gallerie di torii rossi. Le grandi città bocciate, i paesini sperduti approvati.

- Il sampuru, l’arte del cibo finto, è diffusissima in Giappone. Ovunque, infatti, si trovano vetrine che espongono pietanze finte, di plastica, che sono realizzate così bene da sembrare delle reali appetitose prelibatezze.

Insomma, eccoci alla conclusione, per ora. Qualche appunto, pensiero, osservazione, su un Paese che mi ha saputo emozionare e sorprendere ogni giorno. Spero di tornarci presto!



Arigato gozaimas!
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