Vedevo le vette, i laghi e i colori – E dopo la laurea?

Supermassive black hole dei Muse mi rimbomba in testa mentre con le cuffiette mi isolo in una bolla su questo pullman che attraversa la Toscana. Mentre i miei occhi sono fissi davanti a me sull’imperscrutabile paesaggio che muta, cerco di esaminare attentamente le emozioni che provo. Mi sento come se mi mancasse la terra sotto ai piedi, come se mi trovassi su una nuvola che pian piano si disintegra sotto di me, sulla cima di un grattacielo di 200 piani da cui vedo camion faraonici grandi come formichine, sull’ultimo lembo di terra rimasto dopo un devastante terremoto di magnitudo 9.0. È un salto nel vuoto, questa pazzia che mi accingo a compiere. In un paio di settimane avrò terminato ufficialmente anche la laurea magistrale, avrò la mia preziosa pergamena in mano e una festosa corona di alloro in testa per la seconda volta. Da un lato la sensazione che mi pervade è di immensa gioia e soddisfazione e profondo orgoglio per essere riuscita a raggiungere questo importante obiettivo, dall’altro spavento, spavento perché mi domando: e ora che faccio? 

I miei genitori, i familiari, gli amici, il fidanzato, tutti mi dicono che è ora di trovarmi un lavoro, possibilmente nella mia città, Imola, e iniziare così la mia prevedibile vita da adulta che lavora 8 ore al giorno in un ufficio o in una scuola, che il venerdì sera fa l’aperitivo con le amiche e tre volte a settimana va in palestra a sfogare lo stress del lavoro, che va in vacanza solo in estate e, se va bene, in inverno, che a 30 anni fa il primo figlio e che a 31 ha già un esaurimento nervoso perché non regge la tensione del mandare avanti una famiglia tra pannolini sporchi, spese, lavatrici e la perenne insoddisfazione di una vita che non era quella che sognava ogni notte sin da quando era piccola. Così, contro tutti e tutto, ho detto no. No. Ora un lavoro non lo cerco, almeno non quello che mi suggerite voi, ora prendo tutto quello che ho messo da parte in questi anni e parto per una nuova avventura, nel tentativo dell’inseguire il mio sogno del fare della mia passione più grande, viaggiare, il mio lavoro. 

Mi dicono che dopo la laurea magistrale dovrei trovarmi un lavoro e iniziare una vita sedentaria e ordinaria. Io dico che preferisco comprarmi un biglietto di sola andata per le Galapagos (per fare un esempio, e prima o poi andrò anche lì) e vedere cosa succede. Voglio vedere i luoghi di cui mi parlavano gli adulti quando ero bambina, quei paradisi naturali di cui ho visto così tanti documentari seduta per terra davanti alla Tv con la bocca aperta e gli occhi spalancati, i luoghi di cui ho letto centinaia di libri, di cui ho dipinto le forme immaginate dalla mia cameretta, di cui ho studiato con fervore la storia, la cultura, la lingua e la religione. Sapere ma non toccare con mano non mi basta. Ciò che posso imparare da casa non basta. Ho bisogno di sentire il calore della sabbia bianca della Polinesia francese, ho bisogno di saltare coi canguri in Australia, di andare a caccia di antilopi con le tribù indigene dell’Ecuador, di cantare e danzare con quelle kenyote, di vedere l’aurora boreale in Groenlandia, di camminare tra le imponenti sequoia del Sierra Nevada, di festeggiare il Natale in costume alle Hawaii, di assaggiare le cavallette fritte in Birmania… Quando viaggio mi passa la fame e ho una forma splendida, quando viaggio sorrido anche mentre fatico, quando viaggio non indulgo in tic nervosi. Non voglio chiudere i miei orizzonti e spegnere il fuoco che c’è in me. Il mondo è troppo vasto, troppo bello, troppo meraviglioso. Più viaggio e più ho voglia di viaggiare. Abbiamo una sola vita, rendiamola grandiosa!

“Sì, ma dove vai ora? E a fare cosa poi? Per quanto tempo? Questa non è la vita vera. Scendi dalle nuvole. La gente lavora e si fa il mazzo, pensa a X che fa l’operaio e non ha il tempo neppure per riposarsi, pensa a Y che non è mai uscito dall’Italia e che fatica ad arrivare a fine mese. La vita vera è fatta di bollette, tasse, spese. La maggior parte della gente non è mai uscita dai confini del proprio paese. Anno sabbatico? Ma sei pazza!?” Sì, sì, sono pazza. Ho una paura fottuta di partire ma se non parto muoio dentro. Se non parto e non sconfiggo le mie paure mi ritroverò poi piena di rimpianti che mi consumano l’anima come accade alla maggior parte delle persone. Quante volte mi sento dire: “Ahhh se solo avessi fatto questo e non questo, se solo avessi avuto più coraggio e determinazione, se solo avessi aspettato di più ad avere figli, se solo me ne fossi fregato dell’opinione degli altri, se solo avessi rischiato un po’ di più, se solo non mi fossi accontentato di una vita facile ma non piena, se solo…” 

E così, mentre scrivevo la tesi come una matta, un pensiero iniziava ad annidarsi nella mia mente, un pensiero molto vago, confuso, frammentato, nebuloso. Un pensiero di libertà. La notte mi addormentavo vedendo scorrermi davanti agli occhi il mio futuro come un film. Ciò che vedevo era troppo bello, troppo vivo, troppo importante per rinunciarvi. Vedevo i mille colori sgargianti delle bandiere del mondo, vedevo le vette delle montagne dalle forme più varie, vedevo fiumi impetuosi, laghi profondi, valli rigogliose, deserti assolati, barriere coralline colme di pesci tropicali, giungle selvagge, foreste centenarie, grandi metropoli brulicanti di luci al neon e vetrine a volte patinate a volte sudicie, piccoli villaggi sperduti nel nulla, uomini in giacca e cravatta o con barba e turbante, donne formose con le lunghe treccine e la pelle color caramello, donne in tailleur dalle gambe toniche e muscolose e la bionda chioma, bambini cenciosi che tendono la mano, bambini con la divisa scolastica appena uscita dalla lavanderia, lo sguardo di un passante con il volto scavato dalle rughe, sentivo le risate sguaiate e quelle delicate, una babele di lingue che si intrecciano e si scavalcano senza sosta, dolci profumi di spezie e piante, un uragano di emozioni che mi travolgono tutte insieme. 

Solo a pensarci mi viene da piangere. Piango quando penso a tutto quello che ho già fatto e visto nei miei 24 anni, a quante mani ho stretto, a quanti sentieri ho solcato, a quante storie ho ascoltato, a quante pietanze ho assaggiato, a quanti orizzonti ho potuto contemplare. Sono stata in 38 paesi nel mondo finora. Mi sembra così poco, così poco. 38 su 193. E in molti casi non ho visto che una briciola. Eppure la maggior parte delle persone non vede più del proprio paesino di nascita. Pochi fortunati arrivano a 3 o 4 paesi in una vita. E ancora meno invece ne vedono quanto me. Una percentuale irrisoria li vede tutti. Io voglio essere una di quelli che li vede tutti, e quando finisce, riparte da capo. Voglio vedere il mondo più di ogni altra cosa. Mentre mi domando che lavoro farò la risposta mi arriva da sola: qualunque lavoro farò, dovrà avere a che fare col viaggiare. Magari scriverò di viaggi, magari li organizzerò, magari li descriverò nei documentari, magari… 

Così, mentre ero in Giappone e non riuscivo a dormire e passavo ore a spulciare su mille siti di volontariato e workaway e le mie idee convergevano prima su un’idea poi su un’altra facendo voli pindarici, alla fine ho avuto un’illuminazione. L’avevo scritto già mentre ero in Vietnam, ma ora ho capito che non doveva essere tanto per dire: andrò in Brasile. E poi, perché sono insaziabile, in Costa Rica. 3 mesi in tutto. Dopo si vedrà, ma ho già diverse idee. Non so perché, ma sento che è arrivato il momento di dedicarmi a questi due paesi. I motivi sono molteplici. Ma prima lasciatemi cercare di spiegare questo imprinting che ti porta alla necessità di un paese in un determinato momento della tua vita. 

Io i paesi del mondo li voglio vedere tutti, tutti, nessuno escluso. Pure quelli dimenticati e di cui non conosco ancora il nome, pure quelli in guerra e quelli distrutti, quelli disabitati e quelli sovraffollati, quelli pericolosissimi e quelli con la calma piatta costante. Li voglio vedere tutti, per bene, non solo come turista, voglio viverci, relazionarmi con la gente del posto, mangiare come loro, parlare come loro, vestirmi come loro, comportarmi come loro. Per me un paese non è concluso dopo che ci ho fatto un tour e che ne ho visto le attrazioni principali. Anzi, questo è solo il punto di partenza, l’assaggio, la prima infarinatura. Io ci voglio tornare in quel paese, anche 20 volte. Scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, un nuovo angolo, una nuova tradizione, una nuova pagoda, un nuovo abitante. Voglio conoscere quel bambino che l’ultima volta che c’ero stata non era ancora nato. Voglio visitare il museo della guerra sorto sui luoghi dove la volta prima ancora si combatteva, voglio vedere l’industria che hanno costruito dove l’altra volta c’era la foresta, voglio incontrare quell’uomo che la volta prima era solo un ragazzo. Voglio vedere come certe cose cambiano ed evolvono e come altre restano immutate. Voglio assaporare ogni istante, voglio respirare la libertà del viaggio, lo capisci? E poi non lo so, a volte semplicemente sento che è arrivato il momento di andare in un certo paese, così, non so spiegarlo in realtà, devo e non posso aspettare.

…Dicevo, perché il Brasile? Perché il Costa Rica? Dunque, il Brasile? Perché è così immenso, e lontano, e selvaggio, perché si parla il portoghese e si balla la samba, perché si pratica il candomblé e si festeggia il Carnevale come in nessun altro posto, perché c’è la foresta Amazzonica con le tribù che non conoscono la civiltà né la modernità, perché ci sono le are rosse, blu e gialle, i giaguari e i piranha, perché c’è il futébol più appassionato di sempre, perché ci sono troppe favelas e troppa povertà, perché i brasiliani hanno la fama di persone ospitali e passionali, perché voglio vivere con loro per poter sfatare i pregiudizi che li toccano, perché… Insomma, dovrebbe bastare. Andrò a lavorare in una ONG a Fortaleza, nello stato del Cearà, nel nordest del paese, vicino a Natal. Mi hanno detto che lì ci sono le spiagge più belle di tutto il Sudamerica, biblioteche antiche, immensi parchi acquatici, discoteche che non chiudono mai, banane e manghi a volontà, uomini dalla carnagione cioccolata e gli occhi verdi che ti invitano a ballare danze sensuali…

Perché il Costa Rica? Perché ho letto che è il paese con la più ricca biodiversità al mondo, perché ho sempre amato gli animali e un po’ mi pento di non aver studiato veterinaria ma magari un giorno farò anche quello. Perché l’idea di ritrovarmi in mezzo a una foresta lussureggiante abitata da rane e pappagalli multicolori, bradipi e tapiri mi riempie il cuore di gioia, perché andrò a lavorare in un santuario di animali selvatici salvati dal traffico illegale a Puntenares e non vedo l’ora. 

Devo ancora partire e l’idea che dopo non ho ancora programmato niente mi angoscia ma allo stesso tempo mi delizia con il ventaglio di possibilità che mi offre. Il mondo è talmente grande e ho già 24 anni, non voglio perdere tempo, ogni giorno è troppo prezioso. Il tempo non torna indietro neanche per tutto l’oro del mondo. Per questo devo andare. Devo. Sarà rischioso? Sicuramente. Ma mi dico, lo sai che è rischioso anche uscire di casa? Potresti essere investito, aggredito, rapinato. Lo sai che è rischioso anche restare a casa? Potrebbe scatenarsi un terremoto e resteresti sepolto tra le tue mura, potrebbe diffondersi un incendio come quello avvenuto a Johannesburg due giorni fa, oltre 80 persone morte bruciate mentre erano al sicuro nei loro letti caldi e confortevoli. Potresti scivolare sul tappeto nuovo e romperti l’osso del collo, potresti dimenticarti di chiudere l’acqua mentre ti asciughi i capelli e morire fulminato, potresti avere la sfortuna di ritrovarti con un tumore a 30 anni e morire a 32. Quante cose potrebbero succedere. Dovunque. In qualunque momento. Quindi tanto meglio che queste brutte cose accadano mentre vivi la tua migliore vita piuttosto che una vita di rinunce e rimpianti!

Sarà dura separarsi da casa, dalla famiglia, dalle amiche, dall’uomo che amo, ancora. Ancora perchè non è la prima volta, anzi… Un po’ sono abituata, anche se a certe cose non ci si abitua mai. Forse è meglio non avere legami quando lo spirito è troppo selvaggio per essere rinchiuso in un unico luogo, forse è meglio essere single e spensierati e dormire ogni sera con un uomo diverso che soffrire e pensare ad un unico uomo ogni sera. Forse… E se quell’unico uomo viaggiasse con me? Se lasciasse anche lui casa e famiglia per partire con me? Ecco uno dei miei tanti sogni, trovare qualcuno che venga con me. 

Il mondo fa paura. È vero che è sporco, cattivo e pericoloso, è vero che molte persone cercheranno di imbrogliarti, usarti, cambiarti, che ti faranno del male, che non avranno rispetto di te e delle tue idee, che ti mentiranno e ti metteranno in difficoltà, che ti lasceranno solo quando sarai tu ad aver bisogno. Qualcuno potrebbe offenderti, qualcuno potrebbe anche metterti le mani addosso e derubarti, abusare di te, sfigurarti. Ma è anche vero che molte altre persone saranno oneste, che ti ascolteranno e ti rispetteranno, che ti aiuteranno e ti insegneranno ciò che sanno, che ti resteranno vicine in ogni momento e che con te saranno gentili e generose. Non puoi dire basta al mondo solo perché hai avuto una brutta esperienza, non puoi rinunciare a tutta la meraviglia che ancora non hai vissuto perché sei inciampato nella persona sbagliata. E, credimi, io lo so. Io la scorsa estate sono stata aggredita e minacciata con un lungo coltello arrugginito da due uomini in Namibia. So cosa sono il terrore, il dolore, il livore, il sospetto, il trauma. So cosa significa chiudersi a riccio e non voler più uscire di casa per paura di un’altra violenza. Ma so anche cosa significa reimparare a fidarsi degli altri, a camminare a testa alta, a non tremare più. Ritrovare la sicurezza e la voglia di buttarsi, ridare priorità ai propri sogni e lottare per realizzarli, rinnamorarsi della vita e attaccarvisi ancora più di prima.


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