Volontariato in una Ong in Brasile: la mia esperienza

Terminata l’università ho capito che per la prima volta in vita mia ero veramente libera, libera di dedicarmi a quello che più mi rende felice: preparare la valigia e partire per una nuova avventura in giro per il mondo.


Così, all’ultimo momento, ho deciso di imbarcarmi per un’esperienza di volontariato in Brasile, andando contro a amici e familiari che hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo alla scelta della destinazione famigerata e a quella poco conformista di non cercarmi un lavoro fisso nella mia città come è consuetudine al termine degli studi. Ho scelto il Brasile senza sapere quasi niente su tale paese, a parte che è uno dei luoghi più pericolosi al mondo, con un numero spaventoso di assalti e omicidi all’ordine del giorno. Nella mia mente l’idea del pericolo si frammisturava a concetti confusi sulla cultura carioca, come quelli del coloratissimo carnevale, dei vibranti spettacoli di samba, della lotta mascherata come una danza che è la capoeira, della religione mistica africana del candomblé, del cristo redentore di Rio, delle infinite spiagge paradisiache con alberi di cocco e surfisti, dell’immensa e salvaggia Amazzonia con gli indigeni e i giaguari, della triste realtà delle favelas, della rinomata accoglienza brasiliana… E in parte ho esperito tutto questo, ma anche molto altro.

Ho deciso di venire qui attraverso un’organizzazione di volontariato internazionale, Aiesec, grazie alla quale avevo già vissuto una meravigliosa esperienza che ha marcato la mia vita a fuoco: 6 settimane in un paesino sperduto nel sudest dell’India, nel Tamil Nadu, ospitata da una famiglia indiana in qualità di insegnante di inglese per i bambini della loro scuola. Ho dunque pensato di ributtarmi nel mondo del volontariato, dove l’associazione ti trova una famiglia che ti accoglie e ti dà da mangiare gratuitamente in cambio di un tot di ore di lavoro alla settimana in una scuola, una ONG, una comunità o via dicendo. Così mi sono lanciata sull’America Latina, di cui conoscevo così poco, in un paese in cui si parla il portoghese, lingua che desideravo imparare e che effettivamente ora padroneggio discretamente, con un lavoro mai provato prima, quello di social media manager.

Prossica è il nome della ONG cui sono stata assegnata: la sua sede si trova nella periferia della città di Fortaleza, nel nord-est del Brasile, ed è stata fondata nel 2005 con lo scopo di aiutare i bambini e i ragazzi delle favelas nella zona vicino allo stadio Castelão. Adesso i ragazzi che partecipano al progetto sono oltre 350, di cui la maggior parte legati a madrine e padrini che da tutto il mondo inviano contributi per la loro educazione e il loro sostentamento. La direttrice è Sandra, e al suo fianco Nayanna, Rebeca, João, Franzé, Zile, Nick, Ronaldo e tante altre persone meravigliose lavorano sodo tutti i giorni, consacrando la propria vita all’aiutare chi ha avuto meno fortuna. I ragazzi che frequentano la ONG vivono in condizioni socioeconomiche difficilissime, in contesti di violenza quotidiana, soprusi e ristrettezze, e Prossica, nel 95% dei casi, è l’unica luce di salvezza nelle loro vite, altrimenti destinate al crimine, alla droga o alla prostituzione. Questi ragazzi partecipano a corsi di informatica, di disegno, di salute mentale, di inglese e di spagnolo, di karate, di danza, di capoeira, di indirizzamento professionale e molto altro. I pochi volontari come me che arrivano a Prossica sono accolti a braccia aperte come dei salvatori. Per questi ragazzi, che nella maggior parte dei casi non sono mai usciti dalla favela, poter conoscere un po’ di mondo attraverso chi viene fin quaggiù è davvero importante. Nel loro complicato contesto, potersi confrontare col diverso, poter trarre ispirazione da persone di ogni tipo e poter stimolare un’apertura mentale che altrimenti non avrebbero sono fattori fondamentali per la loro crescita e il loro riscatto sociale.

Nei pomeriggi passati tra lavoro, chiacchere, abbondanti pasti a base di riso, fagioli e patate e l’obbligata e agognata siesta sull’amaca mentre il sole batte sempre a 35 gradi, le storie che Sandra mi racconta mi lasciano senza fiato. La ascolto tutta orecchi e prendo nota di tutto quello che mi confida. Sono storie di una realtà per noi così distante ma che ora sento che riguardano da vicino anche me. Sono storie di vita e di morte, di successo e di fallimento, di generosità e di odio, di luce e di oscurità. Sono le storie di Ortensia, che è morta a 22 anni per una overdose lasciando un figlio di 8 anni, di Ana Clara, che insegue il suo sogno di studiare psicologia mentre tutti i giorni si esercita a disegnare tra gli spari e le violenze fuori dalla porta di casa, di Maria Eduarda che quando le chiedo cosa vuole fare da grande mi risponde “viaggiare per il mondo come te”, di Franzé che tutti i giorni ringrazia Dio per la sua famiglia e che da sempre lavora nel riscatto di bambini vittime di violenze e i cui occhi hanno visto le atrocità peggiori che l’essere umano è capace di commettere, di quel ragazzo di 18 anni che l’altra mattina mentre stava uscendo di casa per andare al lavoro ha ricevuto una pallottola in testa semplicemente perché faceva parte di una comunità nemica a quella del ragazzo che ha incrociato il suo sguardo, e di Ayuso che a 15 anni è stato freddato mentre giocava a calcio nella sua ONG sempre per motivi di rivalità tra comunità, poi di Sandra che mentre gli occhi le si riempiono di lacrime mi dice che la sua vita è consacrata agli altri, che lei ogni giorno lotta per dare a questi ragazzi un futuro migliore, lei che non è mai stata nella bellissima località di Jericoacoara nonostante sia così vicino perché non ha mai un giorno libero, poi Samara che studia canto e condivide le sue esibizioni sui social, e Stefany che fa la modella e pubblicizza vari brand dalla sua cameretta nella favela.

Domani un aereo mi porterà lontana da qui perché ormai le mie 6 settimane sono terminate, ma io non sono più la stessa di prima. Vivere a stretto contatto con il popolo brasiliano, poter toccare con mano le profonde disuguaglianze che lacerano il paese, passando dal lusso e l’arroganza della ricca famiglia di medici e dentisti che mi ha ospitata le prime settimane alla modestia e alla grandezza di cuore delle persone che lavorano alla Ong, i rapporti fortissimi stretti con gli altri volontari, Enma e Joel dall’Ecuador, Fatima dal Perù, Jazmín e David dalla Bolivia e Luis dalla Colombia, Jade e sua mamma Andrea che mi hanno accolta in casa loro a braccia aperte come poi Isabelle e dopo ancora Alekhine hanno fatto.

Un giorno Sandra e gli altri mi hanno portata nell’altra sede di Prossica nella località di Gualdrapas, un paesino sperduto nell’interiore del Ceará, in occasione della giornata dei bambini. Abbiamo portato loro cibo, giochi e allegria, siamo arrivati travestiti: João era lanterna verde, Nayanna Wonder Woman, io una marinaia. Là le condizioni di vita sono ancora più critiche che a Fortaleza, ma i bambini mi hanno regalato dei sorrisi enormi, mi hanno presa per mano e mi hanno riempita di domande sulle lingue che parlo e sui paesi che ho visitato, mi hanno detto che sono bella e mi hanno chiesto di giocare con loro, e, prima che me ne andassi, mi hanno confidato “grazie per essere venuta”.

Tutti dovremmo fare un’esperienza del genere almeno una volta nella vita, metterci alla prova, testare i nostri limiti, superare le nostre paure, uscire dalla comfort zone, mettere gli altri al primo posto. Tutti dovremmo fare volontariato perché il bene che si dà non è neanche comparabile a quello che si riceve. Ricevere un abbraccio e un cioccolatino da una bambina brasiliana che è contenta che io sia venuta fin qui per portare un po’ delle mie conoscenze mi ripaga di tutta la fatica e le difficoltà affrontate. Vedere Sandra, Ana Clara e tanti altri piangere nel momento dei saluti è stata una delle emozioni più forti che abbia vissuto, perché so che la mia presenza qui ha lasciato un impatto, così come ogni persona che ho conosciuto ha lasciato un impatto su di me.

Lascio un pezzetto di cuore a Fortaleza e riparto con una nuova consapevolezza. Con una sensazione dolceamara perché non vorrei andarmene ma allo stesso tempo so che ho ancora molto da imparare e da dare, in tante realtà lontane e vicine, e che l’atmosfera che si respira all’interno di questa ONG non ha niente a che vedere con gli sterili ambienti di lavoro in cui la maggior parte delle persone passa la sua vita. Prossica è una famiglia, e, ora che ne sono parte anch’io, non potrei esserne più orgogliosa. Obrigada de todo meu coração meus amigos, grazie di cuore amici miei! Até logo, a presto!

Ps. racconti e fotografie dell’esperienza sulla mia pagina Instagram: https://www.instagram.com/wander_girl_travel/

E sull’origine di questa avventura: Vedevo le vette, i laghi e i colori – E dopo la laurea?


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