I miei 9 mesi di backpacking in Asia

Cerco su Wikipedia la definizione di un termine che mi sento attribuire sempre più spesso, Wanderlust: “il desiderio di andare altrove, di andare oltre il proprio mondo, di cercare qualcos’altro: un desiderio di esotismo, scoperta e viaggio”. Sì, questa parola la sento decisamente mia.


Viaggiare è infatti da sempre la mia parola preferita, quella che più di ogni altra mi ridà il sorriso e l’entusiasmo. Sin da quando ero piccola il viaggio di Natale o dell’estate con mia mamma era il momento più atteso dell’anno: finalmente potevo allontanarmi dalla mia realtà fatta di difficoltà a scuola e coi compagni di classe, le insicurezze e le paure dell’adolescenza, la noia. Ho quindi viaggiato regolarmente in famiglia e tramite vacanze studio principalmente in Inghilterra e Irlanda durante gli anni delle medie e del liceo, poi i primi viaggetti da una settimana in capitali europee con un’amica, a 20 anni la decisione di tornare in India da sola per un progetto di volontariato in una scuola primaria vicino a Chennai, i primi viaggi importanti fuori Europa col fidanzato, i due Erasmus in Francia e Scozia e poi… Poi ho finalmente terminato i 5 anni di Università e il mondo si è aperto ai miei occhi. Sono partita per l’America Latina, per fare due mesi di volontariato in una ONG in Brasile e un mese in Costa Rica, da sola. Dopo aver vissuto le esperienze più incredibili e aver ammirato lo splendore del Cristo Redentore e dei danzatori di forrò a Rio de Janeiro e dei colibrì e dei tucani multicolore nelle foreste tropicali del Centroamerica, sono tornata a casa, nel freddo e nel buio di Imola a dicembre. La mia sete di vedere il mondo non era affatto appagata, anzi, non ho fatto in tempo a disfare le valigie che già fremevo dalla voglia di ripartire.


Questa volta, mi sono detta, sarebbe stato per più tempo: questa volta, senza nemmeno rendermene conto, sarebbe stato l’inizio di uno straordinario vagabondaggio per l’Asia. Mi sono messa davanti al mappamondo nella mia cameretta, a considerare i luoghi più remoti e affascinanti di cui non conoscevo neppure i nomi, a valutare cosa effettivamente stessi cercando in quel momento: il caldo o il freddo, l’Asia o l’America Latina, il mare o la montagna, le moschee o i templi buddhisti, un popolo accogliente o uno schivo, un luogo familiare o uno alieno. Alla fine ho scelto un paese nuovo per me, lo Sri Lanka, spesso definito la lacrima dell’India per via della sua particolare forma e posizione rispetto al subcontinente indiano. Ho trovato online un’opportunità di volontariato in un monastero buddhista in una remota area del paese, ho preparato i bagagli in una frenesia che solo la prospettiva di una nuova avventura mi sa dare, ho salutato tutti senza saper rispondere al “quando torni?” o al “e poi dove andrai?”, e, ancora una volta, ho preso il volo.


Per la prima volta nella mia vita potevo finalmente definirmi una backpacker, ovvero una che viaggia con uno zaino(ne) in spalla per un lungo periodo di tempo, in modo economico e spesso attraverso esperienze di couchsurfing (accoglienza gratuita a casa di persone sconosciute, contattate tramite l’omonima applicazione e desiderose di supportare i viaggiatori e fare uno scambio culturale), workaway (lavoro volontario di vario tipo senza contratto ripagato con vitto e alloggio) ed hitchhiking (autostop). L’itinerario l’ho costruito sul momento, in base alle mie preferenze e ai voli più economici che trovavo. Sono partita con l’obiettivo di riuscire a stare in giro per almeno 3 mesi (il mio massimo fino ad allora lontana da casa) e sono finita per peregrinare per ben 9. Dopo un mese in Sri Lanka ho esplorato Malesia, Singapore, Borneo e Brunei per circa due mesi e mezzo, dopodiché ho vissuto e viaggiato per un mese e mezzo in Corea del Sud, un mese in Indonesia, 3 settimane in India, 2 settimane in Oman, altre 3 in India, venti giorni in Uzbekistan e una settimana negli Emirati Arabi Uniti, prima di dichiarare ufficialmente la mia necessità di riposo e quindi di tornare in Italia prima di proseguire con le mete successive.


Sono stati 9 mesi meravigliosi e folli, 9 mesi itineranti dove ho imparato, visto, fatto e vissuto tantissimo. Ho conosciuto persone da tutto il mondo, ho lavorato in un ostello vibrante nella cosmopolita Seoul, ho scovato tra gli alberi di un parco nazionale le scimmie dal naso lungo nel misterioso e selvaggio Borneo, ho lavorato in un adventure camp nella foresta e sono stata ospite di uno sceneggiatore televisivo in Malesia, ho cenato nella modesta casa di un ragazzino cingalese e ho giocato a cricket coi suoi amici in un villaggio remoto nel distretto sacro di Anuradhapura in Sri Lanka, sono stata ospitata dalle persone più generose e gentili, ho dormito in un campo tendato nel deserto sotto a un tappeto di stelle e ho viaggiato per oltre 800 km su una strada vuota e tutta dritta che attraversa l’Oman da nord a sud, ho fatto l’autostop con la pioggia e sotto il sole cocente e sono stata presa su dalle persone più simpatiche e da quelle meno affidabili, ho nuotato con gli squali balena in mare aperto in Indonesia e con le tartarughe marine in Malesia, ho visto squali, cammelli, orangotanghi, elefanti, draghi di Komodo e delfini, ho osservato a un metro di distanza come il fuoco scioglie e disintegra un corpo umano in 3 ore sulle rive del Gange a Varanasi, ho bevuto un caffè preparato da un robot e visitato un museo dove ogni opera d’arte è fatta di conchiglie in Corea del sud, ho desinato con carne e latte di cammello a Muscat, sono salita sul grattacielo più alto del mondo a Dubai e ho festeggiato il mio 25esimo compleanno sugli spettacolari alberi fotovoltaici di Singapore, ho navigato su una barchetta nel villaggio dell’acqua più esteso del mondo in Brunei e ho scalato un vulcano attivo sull’isola di Giava, ho scattato 100000 selfie con persone locali, ho schivato 100000 tuktuk e vacche e ho visitato 100000 templi induisti in India, ho festeggiato la fine del ramadan con troppe pietanze e petardi a casa di una famiglia di malesi che non parlava inglese per 3 giorni, ho ascoltato monaci, imam, preti e atei spiegarmi il loro credo con foga, ho partecipato a un programma televisivo e ho preso un treno di 20 ore in Uzbekistan, ho dormito sul pavimento di troppi aeroporti, ho mangiato troppo riso, troppi noodles e troppe banane, ho preso troppo sole e troppi acquazzoni tropicali, ho vissuto in 9 mesi quello che in anni interi non avevo vissuto.


Le disavventure ovviamente non sono mancate: mi sono slogata una caviglia e riempita di graffi ed abrasioni per una caduta durante un trekking in Malesia e sono stata costretta a letto per due settimane, sono stata divorata dalle zanzare sull’isola tropicale di Tioman e sul mio corpo sono state contate quasi 200 punture di insetto, ho avuto febbre a 40, dissenteria e vomito innumerevoli volte in India ed ho affrontato i pessimi servizi sanitari del paese, mi sono bruciata il viso e un ginocchio col succo di lime e i raggi solari a Bali, sono stata moribonda per via di un’intossicazione alimentare per 3 giorni durante la navigazione da Lombok a Flores in Indonesia, ho preso l’influenza in Uzbekistan e l’epatite A in India. Ma sono sopravvissuta e mi sento più forte di prima e, come dico sempre, non ho tatuaggi, per cui le cicatrici sono i miei ricordi di viaggio.


Cos’altro mi resta di questi 9 mesi? Le persone le cui vite hanno incrociato la mia. È stato su una spiaggia sulla costa sud dello Sri Lanka che 9 mesi fa ho conosciuto il ragazzo neozelandese dagli occhi verdi e la barba rossa che sarebbe diventato il mio compagno di viaggio e di vita, Will, che dopo una settimana di conoscenza reciproca decide di cambiare i suoi piani e mi segue in Malesia, e da allora siamo stati inseparabili. Il viaggio che mi ero accinta a compiere in solitaria sin da subito si è dimostrato essere invece il periodo della mia vita in cui sono stata più circondata da persone. Da subito le amiche nel monastero Buddhista, l’italiana Lulu, la spagnola Elena e l’indiana Ishpreet, poi il danese Nick e il cingalese Sanjeev con cui ho viaggiato on the road per 10 giorni, e la brasiliana Soraya e l’austriaca Steffi conosciute rispettivamente su un treno troppo affollato e su un monte al calare del sole. Il malese Faisal, l’inglese Luke e il tedesco Marc in Malesia. Le mie amiche e colleghe all’ostello TTR a Seoul, la tedesca Nina, l’argentina Agus, l’egiziana Gawhara, l’americano Ethan, l’australiana Isabella, i coreani Sang-jo e Jong-ma. L’inglese Chris, l’americana Lucy e il tedesco Lucas a Bali. Gli omaniti Malik e Munther e gli indiani Khurram e Vishal in Oman. Mia mamma che è riuscita a venirmi a trovare ben 3 volte in 3 diversi paesi perché da quando son partita ho asserito che “chi mi vuol vedere mi venga a cercare”.


Mi sono persa la nascita dei gattini della mia gatta Perla, la malattia delle mie nonne, le ultime alluvioni nella regione, tutti i grandi avvenimenti che a casa avrei seguito attentamente al telegiornale ma che mentre viaggio mi scappano. Ho perso il senso del tempo, non so mai che giorno o mese sia, mi sono abituata a una vita senza orari o sveglie se non quando mi aspetta un volo o un autobus, una vita di perenne estate, una vita randagia, sempre con lo zaino in spalla, abituata a camminare per kilometri col mal di schiena e sudata fradicia, a cambiare guesthouse, casa privata, hotel o ostello ogni 2/3/4 notti, a sopravvivere nel caos infernale di una megalopoli in India e nel silenzio assoluto di un parco giochi abbandonato in Uzbekistan, a diventare esperta di ricerca dei ristorantini locali più economici e delle lavanderie più vicine, a cambiare abitudini, amici, alimentazione, lingua, abiti, letto giorno dopo giorno.


Tempo fa qualcuno mi ha detto: “you regret the things you didn’t do, not the ones you did do” (rimpiangi le cose che non hai fatto, non quelle che hai fatto). Ed è così. Presto ripartirò, infiniti altri viaggi mi attendono. A carriera, casa e famiglia ci penserò poi, c’è tempo. Un breve tour europeo, un salto in centroamerica, un volontariato in Africa sono più impellenti. Presto riprenderò là da dove ho interrotto il backpacking in Asia, per poi finalmente raggiungere anche l’Oceania, poi, successivamente, sarà il momento di tentare di realizzare il mio grande sogno: attraversare tutte le Americhe dalla punta meridionale del Cile agli estremi nord del Canada. Ma una cosa alla volta.


Quando racconto delle mie avventure ritrovo sempre reazioni di sorpresa e meraviglia, occhi sgranati e tanti “ohh, come sei coraggiosa”, “come ti invidio”, “come vorrei poter viaggiare tanto anch’io”, “ma non hai paura?” etc. Ecco, di paure ne ho tantissime, ma la paura di non vivere la mia vita appieno e realizzare i miei sogni, come quello di visitare tutti i paesi del mondo e fare più esperienze possibili, è più grande di ogni altra paura. E poi, chi l’ha stabilito che per viaggiare serva un fidanzato, che una volta finiti gli studi bisogni per forza trovare un lavoro stabile, che non si possa prendere una direzione controcorrente, la strada meno battuta?
Viaggiare è rischioso, ti devi mettere in gioco, uscire dalla tua zona di comfort, devi rimboccarti le maniche, adattarti, arrangiarti, ma, credetemi, ne vale la pena, fino all’ultima goccia di sangue e di sudore.


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