Volontariato in una Ong in Brasile: la mia esperienza

Terminata l’università ho capito che per la prima volta in vita mia ero veramente libera, libera di dedicarmi a quello che più mi rende felice: preparare la valigia e partire per una nuova avventura in giro per il mondo.


Così, all’ultimo momento, ho deciso di imbarcarmi per un’esperienza di volontariato in Brasile, andando contro a amici e familiari che hanno espresso le loro preoccupazioni riguardo alla scelta della destinazione famigerata e a quella poco conformista di non cercarmi un lavoro fisso nella mia città come è consuetudine al termine degli studi. Ho scelto il Brasile senza sapere quasi niente su tale paese, a parte che è uno dei luoghi più pericolosi al mondo, con un numero spaventoso di assalti e omicidi all’ordine del giorno. Nella mia mente l’idea del pericolo si frammisturava a concetti confusi sulla cultura carioca, come quelli del coloratissimo carnevale, dei vibranti spettacoli di samba, della lotta mascherata come una danza che è la capoeira, della religione mistica africana del candomblé, del cristo redentore di Rio, delle infinite spiagge paradisiache con alberi di cocco e surfisti, dell’immensa e salvaggia Amazzonia con gli indigeni e i giaguari, della triste realtà delle favelas, della rinomata accoglienza brasiliana… E in parte ho esperito tutto questo, ma anche molto altro.

Ho deciso di venire qui attraverso un’organizzazione di volontariato internazionale, Aiesec, grazie alla quale avevo già vissuto una meravigliosa esperienza che ha marcato la mia vita a fuoco: 6 settimane in un paesino sperduto nel sudest dell’India, nel Tamil Nadu, ospitata da una famiglia indiana in qualità di insegnante di inglese per i bambini della loro scuola. Ho dunque pensato di ributtarmi nel mondo del volontariato, dove l’associazione ti trova una famiglia che ti accoglie e ti dà da mangiare gratuitamente in cambio di un tot di ore di lavoro alla settimana in una scuola, una ONG, una comunità o via dicendo. Così mi sono lanciata sull’America Latina, di cui conoscevo così poco, in un paese in cui si parla il portoghese, lingua che desideravo imparare e che effettivamente ora padroneggio discretamente, con un lavoro mai provato prima, quello di social media manager.

Prossica è il nome della ONG cui sono stata assegnata: la sua sede si trova nella periferia della città di Fortaleza, nel nord-est del Brasile, ed è stata fondata nel 2005 con lo scopo di aiutare i bambini e i ragazzi delle favelas nella zona vicino allo stadio Castelão. Adesso i ragazzi che partecipano al progetto sono oltre 350, di cui la maggior parte legati a madrine e padrini che da tutto il mondo inviano contributi per la loro educazione e il loro sostentamento. La direttrice è Sandra, e al suo fianco Nayanna, Rebeca, João, Franzé, Zile, Nick, Ronaldo e tante altre persone meravigliose lavorano sodo tutti i giorni, consacrando la propria vita all’aiutare chi ha avuto meno fortuna. I ragazzi che frequentano la ONG vivono in condizioni socioeconomiche difficilissime, in contesti di violenza quotidiana, soprusi e ristrettezze, e Prossica, nel 95% dei casi, è l’unica luce di salvezza nelle loro vite, altrimenti destinate al crimine, alla droga o alla prostituzione. Questi ragazzi partecipano a corsi di informatica, di disegno, di salute mentale, di inglese e di spagnolo, di karate, di danza, di capoeira, di indirizzamento professionale e molto altro. I pochi volontari come me che arrivano a Prossica sono accolti a braccia aperte come dei salvatori. Per questi ragazzi, che nella maggior parte dei casi non sono mai usciti dalla favela, poter conoscere un po’ di mondo attraverso chi viene fin quaggiù è davvero importante. Nel loro complicato contesto, potersi confrontare col diverso, poter trarre ispirazione da persone di ogni tipo e poter stimolare un’apertura mentale che altrimenti non avrebbero sono fattori fondamentali per la loro crescita e il loro riscatto sociale.

Nei pomeriggi passati tra lavoro, chiacchere, abbondanti pasti a base di riso, fagioli e patate e l’obbligata e agognata siesta sull’amaca mentre il sole batte sempre a 35 gradi, le storie che Sandra mi racconta mi lasciano senza fiato. La ascolto tutta orecchi e prendo nota di tutto quello che mi confida. Sono storie di una realtà per noi così distante ma che ora sento che riguardano da vicino anche me. Sono storie di vita e di morte, di successo e di fallimento, di generosità e di odio, di luce e di oscurità. Sono le storie di Ortensia, che è morta a 22 anni per una overdose lasciando un figlio di 8 anni, di Ana Clara, che insegue il suo sogno di studiare psicologia mentre tutti i giorni si esercita a disegnare tra gli spari e le violenze fuori dalla porta di casa, di Maria Eduarda che quando le chiedo cosa vuole fare da grande mi risponde “viaggiare per il mondo come te”, di Franzé che tutti i giorni ringrazia Dio per la sua famiglia e che da sempre lavora nel riscatto di bambini vittime di violenze e i cui occhi hanno visto le atrocità peggiori che l’essere umano è capace di commettere, di quel ragazzo di 18 anni che l’altra mattina mentre stava uscendo di casa per andare al lavoro ha ricevuto una pallottola in testa semplicemente perché faceva parte di una comunità nemica a quella del ragazzo che ha incrociato il suo sguardo, e di Ayuso che a 15 anni è stato freddato mentre giocava a calcio nella sua ONG sempre per motivi di rivalità tra comunità, poi di Sandra che mentre gli occhi le si riempiono di lacrime mi dice che la sua vita è consacrata agli altri, che lei ogni giorno lotta per dare a questi ragazzi un futuro migliore, lei che non è mai stata nella bellissima località di Jericoacoara nonostante sia così vicino perché non ha mai un giorno libero, poi Samara che studia canto e condivide le sue esibizioni sui social, e Stefany che fa la modella e pubblicizza vari brand dalla sua cameretta nella favela.

Domani un aereo mi porterà lontana da qui perché ormai le mie 6 settimane sono terminate, ma io non sono più la stessa di prima. Vivere a stretto contatto con il popolo brasiliano, poter toccare con mano le profonde disuguaglianze che lacerano il paese, passando dal lusso e l’arroganza della ricca famiglia di medici e dentisti che mi ha ospitata le prime settimane alla modestia e alla grandezza di cuore delle persone che lavorano alla Ong, i rapporti fortissimi stretti con gli altri volontari, Enma e Joel dall’Ecuador, Fatima dal Perù, Jazmín e David dalla Bolivia e Luis dalla Colombia, Jade e sua mamma Andrea che mi hanno accolta in casa loro a braccia aperte come poi Isabelle e dopo ancora Alekhine hanno fatto.

Un giorno Sandra e gli altri mi hanno portata nell’altra sede di Prossica nella località di Gualdrapas, un paesino sperduto nell’interiore del Ceará, in occasione della giornata dei bambini. Abbiamo portato loro cibo, giochi e allegria, siamo arrivati travestiti: João era lanterna verde, Nayanna Wonder Woman, io una marinaia. Là le condizioni di vita sono ancora più critiche che a Fortaleza, ma i bambini mi hanno regalato dei sorrisi enormi, mi hanno presa per mano e mi hanno riempita di domande sulle lingue che parlo e sui paesi che ho visitato, mi hanno detto che sono bella e mi hanno chiesto di giocare con loro, e, prima che me ne andassi, mi hanno confidato “grazie per essere venuta”.

Tutti dovremmo fare un’esperienza del genere almeno una volta nella vita, metterci alla prova, testare i nostri limiti, superare le nostre paure, uscire dalla comfort zone, mettere gli altri al primo posto. Tutti dovremmo fare volontariato perché il bene che si dà non è neanche comparabile a quello che si riceve. Ricevere un abbraccio e un cioccolatino da una bambina brasiliana che è contenta che io sia venuta fin qui per portare un po’ delle mie conoscenze mi ripaga di tutta la fatica e le difficoltà affrontate. Vedere Sandra, Ana Clara e tanti altri piangere nel momento dei saluti è stata una delle emozioni più forti che abbia vissuto, perché so che la mia presenza qui ha lasciato un impatto, così come ogni persona che ho conosciuto ha lasciato un impatto su di me.

Lascio un pezzetto di cuore a Fortaleza e riparto con una nuova consapevolezza. Con una sensazione dolceamara perché non vorrei andarmene ma allo stesso tempo so che ho ancora molto da imparare e da dare, in tante realtà lontane e vicine, e che l’atmosfera che si respira all’interno di questa ONG non ha niente a che vedere con gli sterili ambienti di lavoro in cui la maggior parte delle persone passa la sua vita. Prossica è una famiglia, e, ora che ne sono parte anch’io, non potrei esserne più orgogliosa. Obrigada de todo meu coração meus amigos, grazie di cuore amici miei! Até logo, a presto!

Ps. racconti e fotografie dell’esperienza sulla mia pagina Instagram: https://www.instagram.com/wander_girl_travel/

E sull’origine di questa avventura: Vedevo le vette, i laghi e i colori – E dopo la laurea?

Il mio bel gatto rosso della Lunigiana

Fortaleza, Brasile. 

15 ottobre 2023

Sfrappi

Ancora non posso esprimermi

Fa troppo male

Ti adoro

Mi manchi

Eri il mio gatto speciale

Il micio bellissimo che ho trovato per le strade di Monti

Il mio micio rosso con i begli occhietti verdi 

Mi manchi Sfrappetto

Ogni volta che tornavo a casa venivo in garage a cercarti

Eri così buono

Indipendente

Gatto vero

Ma dolce

Sempre di buonumore 

Anche dalla veterinaria eri sempre così educato 

Lei ti faceva le punture e tu stavi lì tranquillo mentre io ti tenevo la zampina o ti facevo i grattini sotto al collo

Non posso crederci

Non voglio crederci

Che non farò più niente di tutto ciò

Non è possibile

Avevi solo un anno, poco più

La veterinaria ti ha pesato quando ti abbiamo portato per la zampina destra ferita

Ed eri 4,3 kg

Quasi un kg in più rispetto a quando ti abbiamo trovato

E mi ricordo che ho pensato

Che bello

Il mio gattino sta crescendo

Sta diventando grande

Chissà la prossima volta

Quanto peserà

Sarebbe stato bello vedere i tuoi gattini 

Permetterti di diventare papà gatto

Vederti giocare con Perla in garage o in corridoio era una gioia per me

Smettevo di studiare leggere mangiare o qualunque attività stessi svolgendo

E mi mettevo a guardare

Semplicemente osservare come giocavate felici insieme

Mentre vi rincorrevate a vicenda facendo tanti bei saltini

Poi ti stancavi e di stravaccavi sul pavimento vicino al muro

Ti facevi fare tutte le coccole e poi andavi a mangiare

Ti abbuffavi sempre 

Avevi sofferto la fame e il trauma non l’avrei ancora superato

Ti ho trovato per le strade di Monti una sera di aprile 

Mi sei venuto incontro piangendo perché avevi fame

Il tuo umano era morto da più di un mese e da allora eri rimasto per strada

A cercare di arrangiarti come potevi

Ma eri ancora piccolo

Avevi bisogno di protezione

Ho deciso di portarti con me

E quella notte tu mi sei stato in braccio come un angioletto durante tutto il viaggio in macchina

Non hai mai fatto un miao

Ogni tanto guardavi fuori dal finestrino con curiosità mentre le luci in lontananza scorrevano veloci come in un film nell’oscurità della notte

Ma eri tranquillo

Tra le mie braccia

Quando siamo arrivati all’inizio eri disorientato

Avevo paura che a lasciarti di nuovo fuori avresti provato a ritornare in Toscana

Ma il desiderio di vederti felice mentre scorrazzavi tra alberi e piante era troppo grande

I gatti devono essere liberi

Liberi di scegliere quando stare fuori e quando dentro

E così ti abbiamo lasciato libero di nuovo

Ma tu stavi bene da noi

Ben presto hai fatto amicizia con tutti i gatti e gli umani del quartiere

La prima amica è stata Margherita

Una gattina bianca di 10 anni della via dietro la nostra

Sono venuta a cercarti un giorno

Ti chiamavo per nome

Sfrappi sfrappiiiiiiiiii

Dicevo a voce bassa per non disturbare i vicini mentre mi guardavo in giro

Tu mi hai sentita e sei spuntato da un cespuglio con un salto abilissimo

Sei venuto verso di me miagolando e ongeggiando la bella codina morbida

Margherita è venuta con te incuriosita dalla situazione

Vi ho dato delle crocchette e vi ho accarezzati

Ho fatto conoscenza con la tua nuova amica

Ti ho preso in braccio e ti ho riportato a casa

Tutta orgogliosa di te

Camminavo a testa alta e mi guardavo in giro sperando che i vicini ci vedessero

Con una sensazione di orgoglio e soddisfazione enormi

Perché eri il gatto più bello dolce e fiero del mondo

E io ti avevo tra le mie braccia

Ora mi domando se non sarebbe stato meglio lasciarti a Monti

Nella tua terra natale

In mezzo alla foresta coi caprioli e i cinghiali

Soggetto però all’incertezza di una vita di strada fatta di fame e zero cure

E soprattutto del freddo gelido dell’inverno che sarebbe arrivato

Però mi domando se a quest’ora saresti ancora vivo

Dopotutto eri un cacciatore abilissimo

Nei pochi mesi che hai passato da noi ci hai portato decine e decine di corvi piccioni passerotti topolini e lucertole

Chi può saperlo…

Quando ho deciso di adottarti ho seguito l’istinto 

Sentivo che tu saresti stato parte della mia vita

Ogni giorno là tra i boschi di Monti tu tornavi da me e io ti davo da mangiare

La prima sera non avevo scatolette

Eravamo appena arrivati e avevo solo del pecorino romano e del prosciutto crudo che avrebbero dovuto essere parte del nostro pranzo del giorno successivo 

Ti ho dato entrambi e tu hai mangiato come se non toccassi cibo da mesi

Mi inseguivi piangendo per casa chiedendo altro cibo

Poi una volta sazio volevi giocare

Ti ho fatto inseguire un cordino fino a stancarci entrambi

Sei entrato in un sacchetto della spesa e ti ho fatto una foto

Sei salito sul divano e ti sei arrotolato a cucchiaio per riposarti

Dandomi tutta la fiducia del mondo abbassando le difese con un’umana che avevi appena conosciuto 

Ti ho fatto dormire in casa procurandomi l’odio di M. che non ti voleva in giro causa la tua probabile (e poi confermata) coabitazione con pulci e zecche

Il giorno dopo ti ho comprato crocchette e scatolette e ti ho aspettato ogni giorno sulla veranda mentre leggevo un libro o ammiravo le montagne intorno a me in lontananza 

Ti davo anche il latte che bevevo a colazione 

Il tonno e lo sgombro delle nostre scarse provviste montanare

Tu mangiavi tutto fino all’ultima briciola

Bevevi il latte fino all’ultima goccia

Eri felice

Finalmente con la pancia piena e qualcuno che ti volesse bene

Un giorno ti ho ritrovato al baretto del paese

Eri lì che ti facevi coccolare da Bruno e da un’altra signora 

Loro mi hanno raccontato la tua storia 

Del signore

Del fatto che ora non avevi più una casa

Che era meglio che te ne andassi perché lì di gatti randagi ce ne sono sempre fin troppi

Che Bruno proprio non li può vedere i gatti

Che incolpava uno di quelli di sua moglie di aver permesso ai ladri in casa per via della finestra aperta

Che una volta ha preso il gatto del vicino che gli dava tanto fastidio perché miagolava spesso

Ha guidato per ore col gatto che continuava a miagolare

E lo ha lasciato un un campo sperduto chissà dove

Per un paio di giorni non ti ho visto

Mi sono detta

Se lo rivedo 

È destino

Se no

È destino ugualmente 

Vediamo cosa succede 

Il giorno prima di tornare a Imola le nostre strade si sono rincrociate

Mi sei venuto incontro sulla via del paese

Ho avuto una visione

Tu 

Con me

Il mio bel gatto rosso della Lunigiana

E così quella sera io ed M. abbiamo fatto i bagagli e ci siamo messi in viaggio

Ho scritto a mia mamma

Mamma torno a casa con un gatto randagio

Ha bisogno di una casa

Diamogliela noi

Lei non ha fatto storie

Era tutto deciso

Ti sei ambientato così bene

A volte stavi a casa del vicino alla nostra destra

A volte da quello alla sinistra

A volte da quella famiglia della via dietro la nostra

A volte da una vecchietta che ti chiamava Red

A volte giocavi pure con Zagor, il chiwawa di Mario l’altro vicino

E forse proprio questo cagnetto ti ha dato quel morso il mese scorso

Quel morso per cui ti abbiamo portato di corsa dalla veterinaria spaventate e per cui per qualche giorno sei dovuto restare in casa con noi senza uscire come sempre facevi

Dovevamo darti le medicine ed era un supplizio perché proprio non ne volevi sapere

Dovevamo aspettare che il gonfiore sparisse e che tornassi ad appoggiare la zampina

Tu ti mettevi a dormire tranquillo nella cuccia sotto il letto di mamma

Quella del gatto nuovo che però ha sempre snobbato 

Stavi a pancia all’aria con le tue lunghe zampe eleganti rilassate e appoggiate sul bordo della cuccia

Mi facevi le fusa quando venivo a vedere come stavi, ad accarezzarti e a riempirti di baci

Quando poi ti svegliavi Perla veniva farti gli agguati e giocavate insieme

Camminavi con la zampetta alzata perché ti faceva male

Mi facevi una tale tenerezza…

Quando sono partita eri ancora malato

Ho chiesto notizie da qui e mamma mi ha detto che stavi bene

Che correvi da un giardino all’altro come sempre 

Che eri un gran furbo perché quando lei ti guardava tu tenevi la zampetta alzata e zoppicavi

Ma quando lei faceva finta di non notarti la abbassavi e camminavi normalmente

Che un giorno non ti trovava e ti è venuta a cercare

Ha scoperto che eri a casa di una signora che ti dava da mangiare

Eri così socievole

In pochi mesi ti sei fatto conoscere da tutti

Amare da tutti

Sei l’unico che piaceva a Perla

L’unico così sinuoso

Altero

Elegante 

L’essenza del gatto

Eri il mio bel gatto rosso della Lunigiana

E il dolore che provo a sapere che una macchina ti ha portato via da me e dalla vita mi devasta

Mi devasta sapere

Che forse hai sofferto

Che forse hai avuto paura

Che forse non hai avuto modo di capire cosa stesse succedendo

Che forse non avevi neppure paura delle macchine perché tu avevi fiducia in tutti, persino nei cani che ti abbagliavano

Che probabilmente stavi pensando alla prossima preda da catturare o alla prossima scatoletta da gustare

Che non vedrai mai più un’altra alba

Non ti rotolerai più nell’erba

Non ti divertirai più a saltare in cima al materasso in cantina mentre giochi con Perla

Non farai più i tuoi dolcissimi e delicatissimi miao

Che non diventerai mai grande 

Che non potrò vederti crescere e ingrassare

Perché ho sempre pensato che con la quantità di cibo che mangiavi saresti diventato obeso una volta finito il periodo della fanciullezza in cui si bruciano tutte le calorie

Che non potrò correre emozionata a cercarti per riempirti di coccole quando tornerò a casa

Che prima di partire sono venuta a salutare ciascuno di voi e per fortuna vi ho trovati tutti

Ho ringraziato Dio perché mi aveva fatto ritrovare Pelosino dopo due mesi che era scomparso

E l’ho ringraziato perché non succede mai di trovarvi tutti in casa e in cantina

Così sono venuta a salutarvi

Sentendomi un po’ sciocca perché parlo con voi ad alta voce ma grata perché so che, anche se non capite la mia lingua, sono sicura che percepite il mio amore e il mio affetto per voi

Perché nessuno si senti mai solo o triste

Perché è importante che sappiate che qualcuno vi ama davvero

Anche se siete “solo” dei gatti e gli esseri umani hanno deciso che chiunque non sia un essere umano è meno importante o inferiore o meno degno di rispetto cure e attenzioni

Ma noi lo sappiamo che non è così

E infatti io vi parlo come parlo ai miei compagni umani

E vi amo come amo i miei compagni umani

Sono venuta a salutarvi 

Uno per uno

Uno alla volta

Vi ho fotografati tutti per ricordarmi come eravate nell’ultimo momento in cui vi ho visto

Tu eri nel balcone in camera di mamma

Tenevi ancora la zampetta alzata 

Il musetto dolce e intelligente 

Il lucido e folto manto rosso e bianco

Gli occhi verde smeraldo 

L’orecchietta destra spezzata da una probabile lotta tra gatti della tua vita precendente 

Vi ho baciato

Vi ho abbracciato

Vi ho sussurrato parole d’amore vicino alle orecchie

Mi sono raccomandata di stare attenti

Ai cani, alle macchine, alle persone

Di fare i bravi

Vi ho ricordato quanto vi amo

E che sarei tornata presto

Ti ho salutato 

Con la certezza che ti avrei rivisto tra 3 mesi ancora più bello e forte

Ma tutto questo ci è stato portato via

Sfrappi

Sfrappetto mio

Con questo nome buffo che è solo mio e di M. e solo noi sappiamo perché proprio Sfrappi

Questo nome che mia mamma proprio non voleva dargli

E che io ho lottato per mantenere

E allora

Sfrappola

Mi manchi da morire

Sapere che non ti vedrò mai più se non nelle foto nei sogni e nei miei ricordi mi devasta

E non mi importa se qualcuno pensa che sono esagerata

Melodrammatica 

Che tanto tutto passa

E che dopotutto eri solo un gatto

Che di gatti il mondo è pieno e non è certo il primo che viene investito da una macchina

Che ci sono motivi ben più gravi per cui piangere

Che probabilmente tanto non te ne fregava niente di me

Che venivi da me solo per mangiare 

Che tanto i gatti sono solo degli opportunisti indifferenti

Non mi importa

Non mi importa cosa pensano gli altri 

Perché lo so io l’amore e il dolore immensi

Infiniti

Imperituri

Che derivano dallo scegliere un animale nella propria vita e dall’essere scelti da lui

Sto male come da tanto non stavo

Mi manca l’aria e non riesco a smettere di piangere

Stamattina quando mia mamma mi raccontava l’accaduto al telefono ho iniziato a singhiozzare e a tremare senza freni 

Non ho mangiato niente tutto il giorno

Ho fatto di tutto per distrarmi il più possibile

Ma mi sei venuto in mente tante volte

E ogni volta

Come ora che scrivo

È una pugnalata al cuore

Anche se sono lontana e comunque non ti vedevo da settimane 

Sapevo che stavi bene

Sapevo che eri libero

Che andavi in giro quando e dove volevi 

Che tornavi sempre a casa per un saluto e la pappa

E quindi ero tranquilla e felice pure io

Ma ora non tornerai più

Ti adoro gattone mio

Ti adorerò sempre 

E sempre penserò a te

Così come a Rufus

Come a Milù

Ad Arturo

Almeno Arturo ha vissuto una vita da pascià principe e re fino ai 16 anni passati anche per via del fortuito successo legato alla F1 e al circuito di Imola

Milù pure fino ai 14

Rufus una vita meno felice a causa dei continui abbandoni e maltrattamenti prima di arrivare da noi, ma almeno ha vissuto anche lui fino quasi ai 10 anni, di cui gli ultimi 

Finalmente

Felici

Ma tu eri ancora un ragazzo in fiore

Il tuo potenziale ancora da sviluppare

Avevi solo un anno

Sfrappi

Non è giusto 

Ho ricevuto la notizia alle 7 di mattina mentre stavo aspettando l’autobus davanti all’hotel Praia Centro con i miei amici Jazmín e Luis per andare a fare un tour delle spiagge più belle del Ceará

Era un’occasione speciale

Una gita tanto agognata

Non vedevo Luis da una settimana e non vedevo l’ora di stare con lui che quando l’ho conosciuto è stato così carino con me

Ero contenta

Felice

La notte prima Jazmín era rimasta a dormire da me dopo due giorni insieme tra musei, giri per librerie, mercati, centri culturali, spiagge, eclissi lunare con gli altri amici, bagno in mare tra le onde fortissime, pranzi discutibili e una indimenticabile serata a ballare la samba in un club di Iracema…

Questa notizia mi ha fatta dimenticare tutto di colpo

Tutto il mio buon umore è sparito

E sono tornata dai miei amici in lacrime

Loro mi hanno abbracciata

Mi hanno detto parole di conforto 

Luis sul bus mi teneva la mano e mi accarezzava il braccio mente mi diceva “Ohhh linda Elisita, no llores, no llores”

La giornata comunque non è stata rovinata

Soprattutto mi sono sforzata per Jazz e Luis

Non volevo essere il passero nero che rovina la gita che tanto aspettavano

Non se lo meritavano di passare tutta la giornata con un’amica musona e piagnucolona

E un po’ sono riuscita a non pensarci

Al mio Sfrappi che ora non è più

A fare uno switch mentale

A mettere in modalità freeze quello che è successo e le sue implicazioni 

Così nonostante tutto mi sono divertita

Abbiamo passato una giornata bellissima, meravigliosa

Anche se in un paio di momenti mi tornava il pensiero e tac, pugnalata allo stomaco e lacrime a tutta randa mentre nessuno mi guardava 

Ma cercavo di non farmi vedere

Cercavo di rimandare il momento di pensarci al ritorno nella mia cameretta di Fortaleza 

E così è stato

Ora sono tornata a casa dopo tutta questa giornata del 15 ottobre 2023 tra dune, spiagge pazzesche, risate, salti sul 4×4, noci di cocco gelate, bruciature continue, confidenze, abbracci, nuotate nel mare…

E ora 

Ora è il momento di dare spazio al dolore

Di esprimere ciò che provo

Di scrivere come mi sento mentre in soffofondo la musica classica di un concerto trasmesso dalla tv brasiliana mi fa compagnia

Ecco Sfrappi

Ora i miei pensieri e il mio cuore e le mie lacrime e il mio tempo sono per te

A volte mi sento dire “Ahh ma tu te ne freghi ti fai la tua vita sopra le righe in giro per il mondo e niente ti tocca di ciò che lasci a casa”

Ma non è vero per niente

Ma che ne sapete voi di come mi sento io quando spengo la luce e resto sola con me stessa?

Solo perché condivido foto di momenti belli della mia vita non significa che non ci siano anche quelli brutti

Se pubblico delle foto mentre ho un sorriso grande come un sole non vuol dire che magari quello stesso giorno ho anche pianto per un’ora, due o tre

Adesso ho gli occhi gonfi gonfi

Ma non farò vedere come sto a nessuno

Mi piace condividere la felicità

Non il dolore

Chi mi è vicino lo sa 

E solo perché non lo faccio sapere a tutti non significa che non ci sia

Ora penso che non voglio più altri gatti

Non voglio più affezionarmi a nessuno

Perché il dolore della separazione

Mi spezza a metà

Ogni volta è una mazzata

Non ci si abitua mai a questo dolore

Mai

Come faccio domani a fare finta di niente?

Come faccio a spiegare alle persone che mi chiederanno “Elisa, como vai você? Tá bom? Todo bem?” che la tua morte per me è un lutto difficilissimo

Che eri il mio gatto speciale

Tu come Pelo, Lulù, Pippy, Leo, Rufus, Arturo, Milù, Perlina, Romeo

Che non sopporto che la tua vita sia passata inosservata per tutti gli altri

Che vorrei che il mondo piangesse per te come hanno fatto per Arturo

Vorrei si parlasse pure del povero Rufus che è sparito nel nulla ormai due anni fa

Il mio gattone obeso bianco e nero con degli occhi verdi che ti trafiggevano l’anima

Rufus che è un’altra ferita mai guarita per me

E che mai guarirà 

Rufus che mi seguiva felice quando andavo a camminare e tu facevi proprio come lui con mia grande preoccupazione perché vi avventuravate su strade pericolose 

Come faccio a spiegarlo che non vuol dire niente che siete solo “gatti” e non esseri umani?

Io vi ho amati vi amo e vi amerò con tutta la mia anima sempre e per sempre 

E piango ogni volta che sento notizie di abbandoni o violenze sui vostri compagni di specie o su altri animali 

Sfrappi

Mio bel gattone rosso della Lunigiana 

Non vedo l’ora di sognarti stanotte

Un giorno ci rivedremo dall’altra parte.

Vedevo le vette, i laghi e i colori – E dopo la laurea?

Supermassive black hole dei Muse mi rimbomba in testa mentre con le cuffiette mi isolo in una bolla su questo pullman che attraversa la Toscana. Mentre i miei occhi sono fissi davanti a me sull’imperscrutabile paesaggio che muta, cerco di esaminare attentamente le emozioni che provo. Mi sento come se mi mancasse la terra sotto ai piedi, come se mi trovassi su una nuvola che pian piano si disintegra sotto di me, sulla cima di un grattacielo di 200 piani da cui vedo camion faraonici grandi come formichine, sull’ultimo lembo di terra rimasto dopo un devastante terremoto di magnitudo 9.0. È un salto nel vuoto, questa pazzia che mi accingo a compiere. In un paio di settimane avrò terminato ufficialmente anche la laurea magistrale, avrò la mia preziosa pergamena in mano e una festosa corona di alloro in testa per la seconda volta. Da un lato la sensazione che mi pervade è di immensa gioia e soddisfazione e profondo orgoglio per essere riuscita a raggiungere questo importante obiettivo, dall’altro spavento, spavento perché mi domando: e ora che faccio? 

I miei genitori, i familiari, gli amici, il fidanzato, tutti mi dicono che è ora di trovarmi un lavoro, possibilmente nella mia città, Imola, e iniziare così la mia prevedibile vita da adulta che lavora 8 ore al giorno in un ufficio o in una scuola, che il venerdì sera fa l’aperitivo con le amiche e tre volte a settimana va in palestra a sfogare lo stress del lavoro, che va in vacanza solo in estate e, se va bene, in inverno, che a 30 anni fa il primo figlio e che a 31 ha già un esaurimento nervoso perché non regge la tensione del mandare avanti una famiglia tra pannolini sporchi, spese, lavatrici e la perenne insoddisfazione di una vita che non era quella che sognava ogni notte sin da quando era piccola. Così, contro tutti e tutto, ho detto no. No. Ora un lavoro non lo cerco, almeno non quello che mi suggerite voi, ora prendo tutto quello che ho messo da parte in questi anni e parto per una nuova avventura, nel tentativo dell’inseguire il mio sogno del fare della mia passione più grande, viaggiare, il mio lavoro. 

Mi dicono che dopo la laurea magistrale dovrei trovarmi un lavoro e iniziare una vita sedentaria e ordinaria. Io dico che preferisco comprarmi un biglietto di sola andata per le Galapagos (per fare un esempio, e prima o poi andrò anche lì) e vedere cosa succede. Voglio vedere i luoghi di cui mi parlavano gli adulti quando ero bambina, quei paradisi naturali di cui ho visto così tanti documentari seduta per terra davanti alla Tv con la bocca aperta e gli occhi spalancati, i luoghi di cui ho letto centinaia di libri, di cui ho dipinto le forme immaginate dalla mia cameretta, di cui ho studiato con fervore la storia, la cultura, la lingua e la religione. Sapere ma non toccare con mano non mi basta. Ciò che posso imparare da casa non basta. Ho bisogno di sentire il calore della sabbia bianca della Polinesia francese, ho bisogno di saltare coi canguri in Australia, di andare a caccia di antilopi con le tribù indigene dell’Ecuador, di cantare e danzare con quelle kenyote, di vedere l’aurora boreale in Groenlandia, di camminare tra le imponenti sequoia del Sierra Nevada, di festeggiare il Natale in costume alle Hawaii, di assaggiare le cavallette fritte in Birmania… Quando viaggio mi passa la fame e ho una forma splendida, quando viaggio sorrido anche mentre fatico, quando viaggio non indulgo in tic nervosi. Non voglio chiudere i miei orizzonti e spegnere il fuoco che c’è in me. Il mondo è troppo vasto, troppo bello, troppo meraviglioso. Più viaggio e più ho voglia di viaggiare. Abbiamo una sola vita, rendiamola grandiosa!

“Sì, ma dove vai ora? E a fare cosa poi? Per quanto tempo? Questa non è la vita vera. Scendi dalle nuvole. La gente lavora e si fa il mazzo, pensa a X che fa l’operaio e non ha il tempo neppure per riposarsi, pensa a Y che non è mai uscito dall’Italia e che fatica ad arrivare a fine mese. La vita vera è fatta di bollette, tasse, spese. La maggior parte della gente non è mai uscita dai confini del proprio paese. Anno sabbatico? Ma sei pazza!?” Sì, sì, sono pazza. Ho una paura fottuta di partire ma se non parto muoio dentro. Se non parto e non sconfiggo le mie paure mi ritroverò poi piena di rimpianti che mi consumano l’anima come accade alla maggior parte delle persone. Quante volte mi sento dire: “Ahhh se solo avessi fatto questo e non questo, se solo avessi avuto più coraggio e determinazione, se solo avessi aspettato di più ad avere figli, se solo me ne fossi fregato dell’opinione degli altri, se solo avessi rischiato un po’ di più, se solo non mi fossi accontentato di una vita facile ma non piena, se solo…” 

E così, mentre scrivevo la tesi come una matta, un pensiero iniziava ad annidarsi nella mia mente, un pensiero molto vago, confuso, frammentato, nebuloso. Un pensiero di libertà. La notte mi addormentavo vedendo scorrermi davanti agli occhi il mio futuro come un film. Ciò che vedevo era troppo bello, troppo vivo, troppo importante per rinunciarvi. Vedevo i mille colori sgargianti delle bandiere del mondo, vedevo le vette delle montagne dalle forme più varie, vedevo fiumi impetuosi, laghi profondi, valli rigogliose, deserti assolati, barriere coralline colme di pesci tropicali, giungle selvagge, foreste centenarie, grandi metropoli brulicanti di luci al neon e vetrine a volte patinate a volte sudicie, piccoli villaggi sperduti nel nulla, uomini in giacca e cravatta o con barba e turbante, donne formose con le lunghe treccine e la pelle color caramello, donne in tailleur dalle gambe toniche e muscolose e la bionda chioma, bambini cenciosi che tendono la mano, bambini con la divisa scolastica appena uscita dalla lavanderia, lo sguardo di un passante con il volto scavato dalle rughe, sentivo le risate sguaiate e quelle delicate, una babele di lingue che si intrecciano e si scavalcano senza sosta, dolci profumi di spezie e piante, un uragano di emozioni che mi travolgono tutte insieme. 

Solo a pensarci mi viene da piangere. Piango quando penso a tutto quello che ho già fatto e visto nei miei 24 anni, a quante mani ho stretto, a quanti sentieri ho solcato, a quante storie ho ascoltato, a quante pietanze ho assaggiato, a quanti orizzonti ho potuto contemplare. Sono stata in 38 paesi nel mondo finora. Mi sembra così poco, così poco. 38 su 193. E in molti casi non ho visto che una briciola. Eppure la maggior parte delle persone non vede più del proprio paesino di nascita. Pochi fortunati arrivano a 3 o 4 paesi in una vita. E ancora meno invece ne vedono quanto me. Una percentuale irrisoria li vede tutti. Io voglio essere una di quelli che li vede tutti, e quando finisce, riparte da capo. Voglio vedere il mondo più di ogni altra cosa. Mentre mi domando che lavoro farò la risposta mi arriva da sola: qualunque lavoro farò, dovrà avere a che fare col viaggiare. Magari scriverò di viaggi, magari li organizzerò, magari li descriverò nei documentari, magari… 

Così, mentre ero in Giappone e non riuscivo a dormire e passavo ore a spulciare su mille siti di volontariato e workaway e le mie idee convergevano prima su un’idea poi su un’altra facendo voli pindarici, alla fine ho avuto un’illuminazione. L’avevo scritto già mentre ero in Vietnam, ma ora ho capito che non doveva essere tanto per dire: andrò in Brasile. E poi, perché sono insaziabile, in Costa Rica. 3 mesi in tutto. Dopo si vedrà, ma ho già diverse idee. Non so perché, ma sento che è arrivato il momento di dedicarmi a questi due paesi. I motivi sono molteplici. Ma prima lasciatemi cercare di spiegare questo imprinting che ti porta alla necessità di un paese in un determinato momento della tua vita. 

Io i paesi del mondo li voglio vedere tutti, tutti, nessuno escluso. Pure quelli dimenticati e di cui non conosco ancora il nome, pure quelli in guerra e quelli distrutti, quelli disabitati e quelli sovraffollati, quelli pericolosissimi e quelli con la calma piatta costante. Li voglio vedere tutti, per bene, non solo come turista, voglio viverci, relazionarmi con la gente del posto, mangiare come loro, parlare come loro, vestirmi come loro, comportarmi come loro. Per me un paese non è concluso dopo che ci ho fatto un tour e che ne ho visto le attrazioni principali. Anzi, questo è solo il punto di partenza, l’assaggio, la prima infarinatura. Io ci voglio tornare in quel paese, anche 20 volte. Scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, un nuovo angolo, una nuova tradizione, una nuova pagoda, un nuovo abitante. Voglio conoscere quel bambino che l’ultima volta che c’ero stata non era ancora nato. Voglio visitare il museo della guerra sorto sui luoghi dove la volta prima ancora si combatteva, voglio vedere l’industria che hanno costruito dove l’altra volta c’era la foresta, voglio incontrare quell’uomo che la volta prima era solo un ragazzo. Voglio vedere come certe cose cambiano ed evolvono e come altre restano immutate. Voglio assaporare ogni istante, voglio respirare la libertà del viaggio, lo capisci? E poi non lo so, a volte semplicemente sento che è arrivato il momento di andare in un certo paese, così, non so spiegarlo in realtà, devo e non posso aspettare.

…Dicevo, perché il Brasile? Perché il Costa Rica? Dunque, il Brasile? Perché è così immenso, e lontano, e selvaggio, perché si parla il portoghese e si balla la samba, perché si pratica il candomblé e si festeggia il Carnevale come in nessun altro posto, perché c’è la foresta Amazzonica con le tribù che non conoscono la civiltà né la modernità, perché ci sono le are rosse, blu e gialle, i giaguari e i piranha, perché c’è il futébol più appassionato di sempre, perché ci sono troppe favelas e troppa povertà, perché i brasiliani hanno la fama di persone ospitali e passionali, perché voglio vivere con loro per poter sfatare i pregiudizi che li toccano, perché… Insomma, dovrebbe bastare. Andrò a lavorare in una ONG a Fortaleza, nello stato del Cearà, nel nordest del paese, vicino a Natal. Mi hanno detto che lì ci sono le spiagge più belle di tutto il Sudamerica, biblioteche antiche, immensi parchi acquatici, discoteche che non chiudono mai, banane e manghi a volontà, uomini dalla carnagione cioccolata e gli occhi verdi che ti invitano a ballare danze sensuali…

Perché il Costa Rica? Perché ho letto che è il paese con la più ricca biodiversità al mondo, perché ho sempre amato gli animali e un po’ mi pento di non aver studiato veterinaria ma magari un giorno farò anche quello. Perché l’idea di ritrovarmi in mezzo a una foresta lussureggiante abitata da rane e pappagalli multicolori, bradipi e tapiri mi riempie il cuore di gioia, perché andrò a lavorare in un santuario di animali selvatici salvati dal traffico illegale a Puntenares e non vedo l’ora. 

Devo ancora partire e l’idea che dopo non ho ancora programmato niente mi angoscia ma allo stesso tempo mi delizia con il ventaglio di possibilità che mi offre. Il mondo è talmente grande e ho già 24 anni, non voglio perdere tempo, ogni giorno è troppo prezioso. Il tempo non torna indietro neanche per tutto l’oro del mondo. Per questo devo andare. Devo. Sarà rischioso? Sicuramente. Ma mi dico, lo sai che è rischioso anche uscire di casa? Potresti essere investito, aggredito, rapinato. Lo sai che è rischioso anche restare a casa? Potrebbe scatenarsi un terremoto e resteresti sepolto tra le tue mura, potrebbe diffondersi un incendio come quello avvenuto a Johannesburg due giorni fa, oltre 80 persone morte bruciate mentre erano al sicuro nei loro letti caldi e confortevoli. Potresti scivolare sul tappeto nuovo e romperti l’osso del collo, potresti dimenticarti di chiudere l’acqua mentre ti asciughi i capelli e morire fulminato, potresti avere la sfortuna di ritrovarti con un tumore a 30 anni e morire a 32. Quante cose potrebbero succedere. Dovunque. In qualunque momento. Quindi tanto meglio che queste brutte cose accadano mentre vivi la tua migliore vita piuttosto che una vita di rinunce e rimpianti!

Sarà dura separarsi da casa, dalla famiglia, dalle amiche, dall’uomo che amo, ancora. Ancora perchè non è la prima volta, anzi… Un po’ sono abituata, anche se a certe cose non ci si abitua mai. Forse è meglio non avere legami quando lo spirito è troppo selvaggio per essere rinchiuso in un unico luogo, forse è meglio essere single e spensierati e dormire ogni sera con un uomo diverso che soffrire e pensare ad un unico uomo ogni sera. Forse… E se quell’unico uomo viaggiasse con me? Se lasciasse anche lui casa e famiglia per partire con me? Ecco uno dei miei tanti sogni, trovare qualcuno che venga con me. 

Il mondo fa paura. È vero che è sporco, cattivo e pericoloso, è vero che molte persone cercheranno di imbrogliarti, usarti, cambiarti, che ti faranno del male, che non avranno rispetto di te e delle tue idee, che ti mentiranno e ti metteranno in difficoltà, che ti lasceranno solo quando sarai tu ad aver bisogno. Qualcuno potrebbe offenderti, qualcuno potrebbe anche metterti le mani addosso e derubarti, abusare di te, sfigurarti. Ma è anche vero che molte altre persone saranno oneste, che ti ascolteranno e ti rispetteranno, che ti aiuteranno e ti insegneranno ciò che sanno, che ti resteranno vicine in ogni momento e che con te saranno gentili e generose. Non puoi dire basta al mondo solo perché hai avuto una brutta esperienza, non puoi rinunciare a tutta la meraviglia che ancora non hai vissuto perché sei inciampato nella persona sbagliata. E, credimi, io lo so. Io la scorsa estate sono stata aggredita e minacciata con un lungo coltello arrugginito da due uomini in Namibia. So cosa sono il terrore, il dolore, il livore, il sospetto, il trauma. So cosa significa chiudersi a riccio e non voler più uscire di casa per paura di un’altra violenza. Ma so anche cosa significa reimparare a fidarsi degli altri, a camminare a testa alta, a non tremare più. Ritrovare la sicurezza e la voglia di buttarsi, ridare priorità ai propri sogni e lottare per realizzarli, rinnamorarsi della vita e attaccarvisi ancora più di prima.

Tutto Giappone – appunti di viaggio

Konnichiwa amici ed amiche! Il tempo vola e dal Giappone sono ritornata già da 30 giorni, e, forse perché veramente ero super impegnata, forse perché temevo il momento di iniziare a rielaborare quanto visto ed esperito nel Nihon, ho rimandato sinora la scrittura del mio resoconto di viaggio nel paese del Sol Levante. Il Giappone ha sempre esercitato un grande fascino su di me, ma non solo: anche timore e riverenza, curiosità e ammirazione. Dopo tanta Asia a dir il vero ero più proiettata verso altre mete, ma ormai il viaggio era stato prenotato, e così, dopo una prima esperienza con Avventure nel Mondo in Marocco https://wordpress.com/post/wandergirltravell.wordpress.com/341  nel giugno 2022, 23 giorni di questo agosto li ho passati in Japan con un gruppo nuovo e una nuova consapevolezza. Non so bene da dove partire, dato che le cose da dire sono davvero tante, ma partiamo così: durante le tre settimane di viaggio ho tenuto un diario in cui annotavo pensieri, sensazioni, osservazioni, episodi degni di nota, un piccolo glossario di parole utili, i timbri delle stazioni, qualche foglia essiccata, adesivi stravaganti e un paio di miei tentativi di disegni. Ora, attingendo al materiale del suddetto diario, alla guida Lonely Planet, ai miei preziosi ricordi e alle fotografie scattate laggiù, partiamo con il racconto.

Il nome del viaggio di Avventure è Tutto Giappone. Il nostro itinerario è stato: Tokyo, Kamakura, Nikko, Hakone, Hiroshima, Myajima, Kanazawa, Takayama, Kurashiki, Shirikawa-go, Okayama, Himeji, Naoshima, Osaka, Koyasan, Nara, Kyoto e Tokyo di nuovo.

Ecco l’elenco delle cose strane del Giappone che ho segnato sul mio diario:

  • Arigato gozaimas, grazie mille, è una specie di mantra. Tutti ringraziano tutti in continuazione, spesso non si sa bene per cosa.
  • Non ci sono pattumi per strada. Ci tengono molto a fare la differenziata una volta arrivati a casa, inoltre i bidoni dei rifiuti sono stati usati nel passato per nascondere bombe. Nonostante questa mancanza non si trova una briciola di sporco in giro neanche a cercarla in lungo e in largo. Non ho mai visto una lattina vuota né un torsolo di mela per terra. Il Giappone è veramente pulitissimo.
  • La frutta è costosa. Un melone può costare 50 euro, una pesca 5, un rametto d’uva 30. Per via di condizioni climatiche particolari il Giappone non è una terra adatta alla coltivazione degli alberi da frutta. Gli unici frutti un po’ più accessibile sono le banane, un euro l’una. La frutta non fa parte della dieta dei giapponesi, che pur hanno un’alimentazione sanissima, tanto da averci fatti dimagrire tutti di almeno 3 kili nei 23 giorni nel paese.
  • Il resto del cibo non è caro come ci si immagina. Costa molto di più andare a mangiare giapponese in un ristorante in Italia che in Giappone. In Italia una cena all’all you can eat costa 35 euro, in Giappone 20. Il sashimi, ovvero il carpaccio di pesce crudo, te lo tirano dietro, i ghyoza, i deliziosi ravioli al vapore ripieni di carne, verdure o gamberetti, costano una stupidaggine, un ciotolone di ramen bollente 10 euro. Ho speso di più nei supermercati, dove mi compravo tante insalate con verdure e tonno o pollo e sacchettini di carote, patate dolci e zucca fatti a mo’ di patatine, ma sane, o pesciolini essiccati con mandorle. Nei localini per strada mangi anche con 5/10 euro, nei ristoranti con 10/20 euro. Il Giappone, insomma, non è caro, a meno che, ovviamente, non si vada nei locali più in di Tokyo dove i prezzi salgono alle stelle.
  • Un euro equivale a 150 yen circa, di conseguenza 10 euro sono 1500 yen, 20 euro 3000 yen, 50 euro 7000 yen e via dicendo.
  • Le migliaia di giapponesi in cui ti imbatti la mattina in metro sono tutti vestiti uguali, camicia bianca e pantalone lungo nero, sembrano tante sardine magre e serie, compatte e anonime, che, diligentemente, si recano al lavoro senza mai lasciar trapelare un’emozione. Quasi indistinguibili, intercambiabili, ti sembrano tante repliche identiche di un modello originario. Un po’ ti mette a disagio essere circondato da tanto anonimato, da tanti piccoli ed efficientissimi robottini, mentre tu ridi sguaiata e piangi di continuo, mentre i tuoi vestiti sono di tutti i colori dell’arcobaleno e spicchi in mezzo a quella folla anonima come un tulipano in una landa desolata.
  • Non tutti i giapponesi si vestono di bianco e nero. Quelli di prima sono i salarymen, quelli che anche Tiziano Terzani nel suo In Asia definisce come i lavoratori salariati che obbediscono, la forza motrice del Giappone, quegli stacanovisti che dalla mattina alla sera producono e fatturano, poi la sera vanno al ristorante coi colleghi e parlano di lavoro anche lì, si fanno un’ora e mezza di strada, se va bene, per tornare a casa, salutano la moglie con un cenno e crollano sul letto distrutti, e il giorno dopo, e quello dopo ancora, ripetono tutto in loop, ancora e ancora, senza variazioni sul tema. Senza spiragli di libertà o originalità, in un paese dove la collettività viene sempre prima dell’individuo, dove le ambizioni personali sono soffocate in nome del bene collettivo, dove sin dalla nascita il piccolo giapponese deve affrontare sfide ed esami sempre più ostici, dove persino per entrare nell’asilo di quelli che un giorno dirigeranno il paese, il piccolo giapponese di 4 anni deve studiare e dimostrare di essere all’altezza, e dopodiché, è tutto un effetto domino, perché tutto si decide in partenza.
  • Dicevo, non tutti i giapponesi si vestono di bianco e nero e camminano a testa bassa o siedono con le mani giunte sul grembo. No, ci sono anche i giapponesi modaioli, quelli degli eccessi e delle stravaganze, quelli che si ispirano ai personaggi anime e manga della loro potente cultura artistica, quelli che seguono le mode del k-pop, del kuwaii, delle lolita e le maid in miniatura, i giapponesi otaku, appassionati di manga, che vanno in giro per il celebre quartiere di Akihabara su altissimi scarponi neri, con trucco pesante, capelli multicolore e abiti all’ultima moda.
  • Tutto è piccolo, tutto è stretto. I locali sono minuscoli, tanto da rendere impossibile trovare delle tavolate da più di 4 persone o dei bagni negli hotel più grandi di quelli degli aeroplani. I giapponesi stessi sono piccoli e stretti: nessuno infatti è sovrappeso, sono anzi tutti magri. Le ragazze sono piccole anche di statura, con visi di porcellana che le fanno sembrare delle bambine di 10 anni anche a 25.
  • Il water è all’avanguardia. In Giappone infatti il water ha sempre delle funzionalità aggiuntive rispetto a quelle cui siamo abituati, ovvero il solo e unico pulsante per tirare l’acqua. Il water giapponese infatti ha tanti pulsanti, a volte tantissimi, spesso così tanti che per 30 secondi di pipì, dopo ti ci vogliono 10 minuti per decifrare la legenda che spiega le varie funzionalità di tutti quei pulsanti: c’è infatti il pulsante per fare il bidet dietro, quello per il davanti, quello per aumentare l’intensità del getto, quello per diminuirla, quello per emettere suoni e musiche che camuffino i tuoi rumori e darti la meritata privacy di cui necessiti, quello per cospargere il bagno di profumi, quello per regolare la temperatura dell’acqua, quello per fermarne il getto, etc etc. Però, nonostante questa ingegnosità per rendere la sempre imbarazzante esperienza del dover fare i propri bisogni con della gente che aspetta davanti alla tua porta, si sono dimenticati di aggiungere quella goccia di sapone all’acqua che avrebbe reso il tutto ancora più soddisfacente.
  • I mezzi di trasporto sono efficientissimi e, di conseguenza, costosissimi. Per 3 settimane di abbonamento ai treni shinkansen, quelli ad alta velocità, dovendo però escludere tutti i biglietti per la metro e gli autobus, abbiamo speso l’equivalente in yen di 400 euro a testa.
  • Agosto è il mese più caldo dell’anno, non andateci. L’umidità sfiora il 100%, le temperature oscillano durante il giorno tra i 35 e i 42 gradi, e la sera poco meno. Andare in giro senza ombrello, cappello, occhiali da sole, crema solare e tanta acqua con sali minerali sciolti dentro è impensabile, specialmente se si sta facendo un tour de force come il nostro, per cui si camminava senza sosta dalla mattina presto alla sera tardi, percorrendo lunghe distanze e tante scalinate spesso dovendo anche schivare la massa di altri turisti sudati fradici come te. È un bagno di sudore continuo, la pelle fa irritazione con qualunque materiale, i capelli sono sempre appiccicati al viso, le gambe doloranti e gonfie. Evitate il mese di agosto, dunque. Tra l’altro, gli alberi (soprattutto i famosi sakura, i ciliegi), non sono in fiore come in primavera, le foglie non creano quell’atmosfera magica che solo l’autunno, con i suoi arancioni e i rossi, dà, un candido manto di neve non avvolge le città e le montagne come in inverno. Insomma, l’estate è sempre bella, e solitamente per noi italiani è anche la stagione in cui ci si può prendere le ferie, però, se potete, evitate di andare in Giappone quando ci sono 42 gradi all’ombra e neppure una possibilità di vedere gli iconici ciliegi in fiore accanto ai templi buddhisti.
  • Il fuso orario è di 8 ore in più quando in Italia non è in vigore l’ora legale, nel qual caso le ore diminuiscono a 7.
  • I giapponesi, in linea di massima, sono gentili, educati, rispettosi, silenziosi, riservati, introversi, civili, logici, razionali, efficienti, obbedienti. Ovviamente non si può generalizzare e affermare che tutti i giapponesi sono così, però è anche vero che la cultura giapponese tende a forgiare piccoli giapponesi di tale mite temperamento, così come in Italia siamo, solitamente, gente alla mano, intraprendente, legata alle proprie radici, accoglienti, furbi, caciaroni e via dicendo. Sì, potete anche definirli luoghi comuni, stereotipi, se volete, ma i luoghi comuni hanno un fondo di verità. E così è. I giapponesi non esprimono sentimenti, emozioni, o almeno, nelle mie 3 settimane nel paese, la sola e unica volta che ho visto un giapponese sorridere, era ubriaco fradicio. Sono talmente riservati che sui mezzi pubblici, sono soliti coprire la copertina del libro che stanno leggendo con un’ulteriore copertina unicolor che copra il titolo della loro opera, perché far sapere agli altri che cosa stanno leggendo vorrebbe dire esporsi pericolosamente al giudizio altrui, ma anche, più semplicemente, infrangere la loro stessa privacy.
  • I giapponesi sono anche anaffettivi. Tra le popolazioni più anaffettive al mondo, invero. Sembrano automi apatici: non trapela mai un’emozione dai loro volti, sembra che niente possa turbarli. Leggevo di recente uno studio che spiegava difatti che la maggior parte delle coppie sposate in Giappone consuma il matrimonio la prima notte di notte, dopodiché più niente di niente, spesso neppure un innocuo bacio. Non ho mai visto nessuno tenersi per mano, nessuna dolce coppietta innamorata, né vecchietti che si vogliono bene, né migliori amiche, né genitori con figlioletti. In Giappone non ci si tocca. Non ci si dà la mano quando ci si vede, non ci si abbraccia, e men che meno ci si bacia. In Giappone ci si fa una riverenza, un leggero inchino che ti dice: “salve a te amico/collega/parente, ti porgo i miei più cordiali saluti. Sono felice di rivederti ma non così tanto da voler avere un contatto diretto con i tuoi microbi, arigato gozaimasssss.”
  • Negli onsen, i bagni termali che spuntano ad ogni angolo di città, cittadine e paesini sperduti, è severamente vietato l’ingresso alle persone tatuate. Neppure un piccolo tatuaggio è consentito, pena dover restare fuori ad aspettare gli amici dalla pelle vergine che si rilassano tra vapori, saune, idromassaggi, scrub al sale e thé matcha. E non vale mettere cerotti, correttori o bende, se hai un tatuaggio, non puoi entrare. Categorico. Il motivo di tanto rigore? Perché in Giappone i tatuaggi sono da sempre strettamente legati alla yakuza, la mafia nipponica. E a nulla serve cercare di spiegare che ormai la stragrande maggioranza della popolazione mondiale se si fa un tatuaggio è più per moda o motivazioni estetiche e personali che per dimostrare un’affiliazione mafiosa. Mi hanno detto, però, che ci sono anche degli onsen destinati proprio ai turisti e meno tradizionalisti, e quindi, pronti ad accogliere anche gli sfortunati tatuati.
  • Nessuno parla inglese. Il Giappone è un paese vivibile, tra i più sicuri al mondo, pieno di attrattive e opportunità per tutti. Sono un popolo bello, sano, elegante ed interessante, però anche gelido nei rapporti interpersonali, sono chiusi allo straniero e inoltre, appunto, nessuno parla inglese. Si pensi che fino a pochi decenni fa o stato vietava l’insegnamento delle lingue straniere, e, fino a 3 anni fa, ai tempi delle Olimpiadi di Tokyo, i cartelli e le insegne stradali erano tutti in giapponese. Comunicare con la gente del posto è dunque quasi impossibile. Bisogna armarsi di Google Lens, un frasario e tanta pazienza.
  • Con l’aria condizionata, in Giappone, non si scherza. Si passa dai 40 gradi dell’esterno ai 10 di ristoranti, negozi, treni, uffici. La temperatura al chiuso è così bassa da farti ammalare già al secondo giorno, per cui una sciarpa e una giacchetta sono indispensabili nello zaino anche se quando esci dall’hotel hai già tutto il trucco sciolto dal sudore causato dal caldo.
  • L’estetica ti colpisce ovunque. A differenza di altri paesi asiatici dell’Estremo Oriente in cui sono stata (Cina, Thailandia, Vietnam, Cambogia, India), in Giappone tutto è perfetto, spesso troppo perfetto: le strade, appunto, sono immacolate; le persone sono tutte eleganti nei loro impeccabili completi da lavoro, i negozi sono tutti all’ultimo grido, le bacchette inamidate e rifilate in oro, il thè è servito senza neppure un’ombra di schizzi sulla tazza, la stessa andatura delle persone sembra seguire un percorso prestabilito, passetti piccoli piccoli, ma velocissimi, tranne quelli delle geishe, o delle finte geishe, che, con calzini e pesanti infradito di legno, procedono piano piano, senza fretta. I volti sono perfetti, mai un viso foruncoloso o una pancia troppo gonfia, mai un seno troppo scoperto o una gamba troppo pelosa. La loro pelle non è scura come quella dei vietnamiti o dei cambogiani, i lineamenti sono delicati quanto i capelli sempre lisci come spaghetti. La ragazza giapponese ha la fisicità di una bambina, senza curve, senza grasso, senza peli.
  • Quando il semaforo diventa verde parte una musichetta che ti risveglia dai tuoi pensieri e ti fa notare che ora puoi attraversare. Anche nelle stazioni c’è sempre una musichetta allegra di sottofondo, forse per cercare di rilassare le persone, forse per ridare il buonumore ai cupi e far rimandare di un altro po’ chi si era recato in stazione con l’intento di finirla lì e, di conseguenza, causare ritardi all’impeccabile servizio dei trasporti pubblici giapponesi.
  • È un popolo a sé, diverso da tutti gli altri. Nessuno assomiglia ai giapponesi, eppure loro assomigliano a tutti. Dopo secoli di isolazionismo si sono aperti all’occidente e hanno copiato e ingurgitato ogni moda possibile, pur restando, nonostante ciò, sempre inevitabilmente distanti dalle altre culture.
  • Il cibo è squisito, oltre che sanissimo. Ti preparano il tofu in 1000 varianti diverse: tofu stufato, tofu grigliato, tofu al naturale, tofu con salsa di arachidi, zuppa di tofu, tofu snack etc etc. I prezzi inoltre sono ottimi.
  • Sulla metro sono tutti stra silenziosi, ciascuno con gli occhi fissi sul proprio telefono o persi difronte a sé. Se anche ti accanisci a fissare un giapponese, questo non si degnerà mai di rivolgerti neppure una fugace occhiata, bensì continuerà a fissare il suo telefono o il vuoto dinanzi a sé.
  • Le distanze sono lunghe. Non sembra, ma il Giappone è un paese dall’estensione territoriale davvero notevole. Basti pensare che la punta più settentrionale ha la stessa longitudine del Canada e quella più meridionale di Cuba. Con lo shinkansen in due ore sei da una parte all’altra del paese senza rendertene conto.
  • I meravigliosi santuari shintoisti si assomigliano tutti. Dopo averne visti 3 o 4 non vedi più le differenze.
  • Come dicevo prima, i giapponesi non ti guardano mai, e, soprattutto, non ti parlano mai. In realtà però a me due hanno parlato. Entrambi nell’arco di poche ore, nella città sacra di Koyasan: prima un signore, un professore di neurobiologia all’Università di Fukuoka, poi una signora che lavorava nel monastero in cui alloggiavo. Il primo mi ha rivolto la parola su una panchina, davanti a un tempio, con un inglese mooolto stentato. Mi ha chiesto di me, cosa facevo lì, dove andavo poi, che città avevo visitato, se studiavo… infine mi ha avvertita del violento tifone che sarebbe arrivato l’indomani a Nara e Kyoto, proprio le città in cui ci stavamo dirigendo. È stato estremamente gentile. Mi ha fatto vedere col suo telefonino le immagini del tifone su un sito meteorologico. I suoi parenti, seduti su una panchina più in là, ci guardavano stupiti e ridacchiavano coprendosi la bocca con eleganza. Lui ogni tanto lanciava delle occhiate preoccupate verso di loro, lo capivo che era combattuto. Da un lato, era inaudito che lui, giapponese, parlasse con una gaijin, una ragazza straniera, e di certo la disapprovazione e lo scherno dei parenti lo inibivano, dall’altro, era evidente che era la curiosità nei confronti della straniera gli dessero il coraggio di proseguire nell’educata conversazione. La signora invece era bella spigliata. Mi ha attaccato bottone nell’onsen del monastero, mentre io cercavo di restare impassibile nonostante il tremendo imbarazzo per l’essere tutta nuda in una vasca calda con una giapponese. Per fortuna almeno non c’erano altre donne come le altre volte, in cui cercavo di nascondermi con un fazzoletto di asciugamano ad ogni passo. Lei pure voleva sapere di me, chi ero, cosa facevo, perché ero lì… mi ha detto che lei è del sud, di Okinawa, ma che ora restava a Koyasan per lavorare all’accettazione del monastero per tre mesi. Che le piaceva moltissimo vivere lì e fare bagni nell’onsen tutti i giorni. Poi mi ha chiesto se ero andata alla meditazione delle 18 e le ho detto di sì, che ci ero andata ed era stato fantastico. Non le ho detto però che dopo 20 minuti mi sono addormentata e che per i restanti 40 minuti di meditazione ho cercato di trovare la posizione più comoda da seduta per dormire senza farmi notare. Dopo avermi elencato i pregi della meditazione e avermi spiegato perché lei ogni giorno della sua vita medita due volte, mi ha chiesto entusiasta se sarei andata anche l’indomani all’alba. Un po’ incerta, ho risposto di sì. Ancora non conoscevo il piacere di dormire sul futon spesso 2 centimetri di un monastero buddhista. Quella notte mi sarò svegliata 15 volte per il terribile mal di schiena e l’impossibilità di riuscire a trovare una posizione comoda per dormire, oltre al fastidio dei passi, dei bisbigli, degli scricchiolii del pavimento in legno anti ninja e del russare al di là delle porte di carta di riso e della luce che filtrava da ogni spiffero. Inutile dire che quando la mia fiduciosa sveglia è suonata alle 5.40 per prepararmi alla meravigliosa ora di pace interiore, non ce l’ho fatta e mi sono ributtata sul mio dolce tatami.
  • È meglio viaggiare leggeri, con una valigia piccola. Le stanze spesso sono così ristrette che una valigia grande non riusciresti ad aprirla se non, forse, sul lettino.
  • È pieno di distributori automatici di qualunque genere di bene. Persino i beni che non ti verrebbero mai in mente, come le mutandine usate (io però questi non li ho visti), o le 50 varianti di statuette di Hello Kitty.
  • È pieno di pachinko, il gioco d’azzardo giapponese e gachapon, giocattolini in capsule di plastica in vendita nei distributori automatici.
  • I maneki neko, letteralmente il “gatto che chiama”, è un portafortuna giapponese che consiste in una statuetta che raffigura un gattino con una zampa alzata. In Giappone il gesto di tenere una mano su e muoverla avanti e indietro con le dita piegate non è un gesto di saluto, come potrebbe farci pensare, bensì di richiamo a sé. A seconda del colore del gatto, della lunghezza della zampa alzata, che a volte è la destra, a volte la sinistra, cambia anche il tipo di fortuna che la statuetta può portarti: ad esempio, il gattino nero tiene lontani i molestatori, quello rosso la malattia, quello oro porta benessere economico, quello verde protegge dagli incidenti stradali…
  • Sono puntuali, ma non al minuto. Uno dei tanti treni che ho preso è partito in ritardo di addirittura 4 minuti.
  • Una folle avventura nella valle vulcanica dell’Owakudani: saliamo sulla funivia dopo infiniti treni, metro e scarpinate. Una signora giapponese, mentre saliamo verso la vetta a bordo di una cabina della funivia, ci dice che ha sentito che a breve chiuderanno la funivia poiché dal sud del Giappone sta arrivando un thunderstorm. Le hanno detto di sbrigarsi a salire prima che chiudessero la linea. Mentre saliamo il vento si fa sempre più forte. Non facciamo in tempo ad arrivare in cima e scendere dalla cabina che salta la luce e tutto si blocca. La funivia è ferma e noi, che siamo scesi per un pelo, ci ritroviamo bloccati sul vulcano. Quelli rimasti su devono aspettare che gli addetti li tirino su a mano. Alla fine, scendono anche loro sulla terra sulfurea. L’acre odore di zolfo è fortissimo, si vedono colonne di fumo e colorazioni gialle, arancioni, verdi e nere sul terreno. Un paesaggio di rocce, foreste bruciate e fumarole ci avvolge. Assaggiamo le uova nere cotte nella cenere vulcanica, è tutto quello che offre il convento per pranzo e io non lo sento neppure il sapore di zolfo. Per fortuna prima di salire mi ero mangiata un ottimo gelato artigianale alla patata dolce e al pomodoro all’Open Air Museum. La tensione nel gruppo è alle stelle, ma io con i miei compagni di viaggio mi diverto come non mai. Ogni disavventura è un’avventura, adoro gli imprevisti, le situazioni inaspettate, le sorprese, purché non capiti niente di grave ovviamente. La funivia non riapre e le file per gli autobus che riportano a valle sono troppo lunghe, così ci incamminiamo a piedi. Ci tocca un’ora e passa di trekking sotto al sole sulla strada e per sentieri accidentati. Alla fine arriviamo distrutti, ma sani e salvi.
  • È pieno di ciotoline con oggetti e biglietti portafortuna da 100 yen (meno di un euro) dove sei tu che devi avere la coscienza di lasciare i soldi nella ciotolina affianco prima di prendere il tuo regalo.
  • La gente va in giro con dei piccoli ventilatori portatili. Sono di vari colori, spesso legati a un laccio che ti permette di appenderli al collo. Alcuni sono addirittura a forma di collare e basta appoggiarli sulla nuca senza doverli tenere in mano. Sono geniali, con quel caldo poi…
  • L’isola di Myajima è: cerbiatti che ti rubano il cibo (anche le cotolette di maiale, una ragazza li definisce “bestie di satana” per il fatto che siano così invadenti e snaturati), e si fanno accarezzare, i mochi, i deliziosi dolcetti ripieni di pasta ai fagioli rossi a forma di foglia d’acero che ci gustiamo in un negozietto sorseggiando thè matcha freddo, un maestoso torii rosso immerso nell’acqua del mare finché c’è l’alta marea, dopo il tramonto invece è immerso nella fanghiglia ma ci si può camminare sotto, santuari shintoisti immensi in mezzo alla natura, funivia che ti porta sul cucuzzolo dell’isola e ti regala una vista mozzafiato sulle miriadi di isolotti circostanti, trekking nella foresta per scendere dal cucuzzolo e rigenerante bagno nel fiume dopo la sudata della giornata, con incontro ravvicinato con un bel serpente verde smeraldo.
  • La lingua giapponese adotta 3 sistemi di scrittura: i kanji, gli hiragama e i katakama. I primi sono quelli principali, che si usano sempre, i secondi servono per indicare le particelle agglutinanti e le parti variabili di verbi e aggettivi, gli ultimi per le parole prese in prestito dalle altre lingue.
  • Le atrocità delle conseguenze della bomba atomica ad Hiroshima mi hanno sconvolta. Mi tremavano le gambe mentre visitavo il museo della pace la mattina della commemorazione, il 6 agosto. Assolutamente da visitare. Con la speranza che non accada mai più un simile abominio, bisogna ricordare quello che è successo e le migliaia di persone le cui vite sono state distrutte in un nanosecondo.
  • Sadako Sasaki aveva solo 2 anni quando la bomba atomica che devastò Hiroshima cadde sulla città. Da quel momento la sua vita fu distrutta: parte della sua famiglia morì e lei si ammalò gravemente di leucemia. Il cancro la afflisse prepotentemente. Un giorno, dopo l’ennesimo ricovero in ospedale, decise che voleva vivere, così, per propiziarsi la guarigione, ascolto la leggenda che le aveva raccontato un’amica e iniziò a creare delle gru di carta, con la certezza che se fosse riuscita a realizzarne 1000 sarebbe guarita. La gru infatti è considerato un animale sacro in Giappone: l’animale della longevità, vive oltre 100 anni. La sua cameretta d’ospedale si era riempita di bellissime ed elegantissime gru di ogni dimensione e colore, tanto da portare allegria persino in un luogo così triste. Purtroppo Sadako non riuscì a raggiungere il suo obiettivo perché la malattia si aggravò e, dopo mesi di sofferenze, morì. Gli amici e i compagni di scuola, affranti, decisero di terminare gli origami in suo onore e completarono l’impresa che Sadako aveva iniziato. La sua vicenda è rimasta impressa nelle menti delle persone e lei è passata alla storia come la bambina delle 1000 gru, diventando il simbolo dell’innocenza e della vita di fronte alle atrocità della bomba atomica.
  • Onsen a Kanazawa. Iniziale imbarazzo ma poi diventa naturale. È davvero rilassante, inoltre costa una sciocchezza! Solo 5 euro a ingresso contro i soliti 40/50 italiani.
  • Non sono mai volgari le ragazze qui. Molte si vestono con kimono, ciabattine in legno e fard bianco, ma non sono vere geishe, quelle vere infatti, che ormai sono pochissime, si trovano nel quartiere Gion di Kyoto, ma purtroppo, io non ne ho viste.
  • Agosto è il mese dei tifoni. Quindi, di nuovo, evitate agosto.
  • Il villaggio di Shirikawa-go è una perla: risaie verdi splendenti, antiche casette in legno, fiori profumati, una piccola Svizzera insomma. Una boccata d’aria fresca dopo il trambusto e i grattacieli di Tokyo.
  • Gli abiti delle geishe, i kimono, sono così stretti che non ti fanno respirare. Il nostro primo giorno a Nara abbiamo mangiato a casa di una famiglia che aveva adibito la propria casa a ristorante e negozio di abbigliamento tradizionale. Così, nella lunghissima attesa dei nostri piatti, io e un paio di altre ragazze ci siamo avventurate tra i tessuti ricamati e le stampe a fiori o a gru. La figlia del padrone di casa è stata così gentile da aiutarmi ad indossare un bel kimono a fiori fucsia. Indossarlo mi ha riportato alla mente delle immagini del favoloso libro Memorie di una geisha di Arthur Golden, e un po’ mi sono sentita come loro, schiacciata in un corpetto scomodissimo per essere più bella agli occhi degli uomini. Il collo dev’essere scoperto, mi ha spiegato un’altra italiana che si intendeva di punti erotici giapponesi, i capelli raccolti, la pelle bianchissima, le labbra rossissime e i passi piccolissimi. E sia mai che, come nel libro, con uno sguardo intensissimo tu non riesca a far cadere un uomo dalla bicicletta. Magari!
  • Il 13 agosto eravamo a Koyasan per il festival delle lanterne. È stato magico, suggestivo, emozionante. Come lo descrivo? Non si può. Avevo le farfalle nello stomaco, mi sentivo viva per davvero come raramente capita. Preghiera con i monaci, pranzo e cena parca a base di tofu, meditazione alle 18 e alle 6, onsen, doccia, templi… come in India, monaci che recitano i mantra buddhisti in loop, migliaia di candele accese ovunque, i piedi scalzi, le teste rasate, una lunga processione nel cimitero fino al tempio dove si tiene la cerimonia solenne di commemorazione dei defunti, una sorta di dia de los muertos messicano. Una preghiera e una candela per ogni defunto… Inoltre, quel giorno ho ricevuto una tristissima notizia: il mio gatto Arturo era morto. Io ero in un tempio buddista, avevo appena cosparso la mia fronte d’incenso, fatto un inchino e suonato il gong facendo una preghierina di felicità e realizzazione dei miei sogni, stavo per uscire e ho controllato le notifiche. Sono ritornata sui miei passi e ripetuto la procedura incenso, inchino, gong e preghiera. Questa volta con il pensiero rivolto al mio gattino che non c’è più. Qualche lacrima è scesa dai miei occhi, ma ancora non riuscivo a capacitarmi della cosa. Nel pomeriggio ho chiamato mio padre per capire meglio. La sera sono andata a una celebrazione di commemorazione dei defunti, era proprio quel giorno. Centinaia di candele accese ovunque. Ho lasciato una candela per lui.
  • “Ora, 14 agosto, sono seduta fuori, nel cortile del monastero in cui ho dormito stanotte. C’è una pace incredibile qui fuori. Ma a dir la verità, la pace, molto stranamente, la sento anche dentro di me. È questo luogo misterioso e magico… è il connubio tra campanellini al vento, bonsai, piatti vegani, monaci sereni, meditazione, mantra, piccoli Buddha ovunque, silenzio, lentezza, mancanza di problemi e preoccupazioni. La struttura in legno, le porte di carta di riso, gli sparuti alberelli che costellano il giardino e quelli possenti della foresta intorno, il giardino curato in ogni dettaglio, i simboli di pace disegnati coi sassolini del ghiaino, la colazione di piccoli assaggi vegani seduti su un cuscino, l’elegante tunica blu con la cintura a righe che abbiamo indossato…”
  • E poi, gli altri giorni: Osaka, la città degli eccessi, caotica e fluorescente, rumorosa e odorosa. La piccola e tranquilla cittadina di Kurashiki, dove un signore tedesco, che mi ha dato l’impressione di essere disperatamente solo, ha iniziato a raccontarci la sua vita. Dallo zaino ha tirato fuori un raccoglitore in cui teneva le fotografie plastificate delle tappe salienti della sua vita. È arrivato in Giappone 65 anni fa in bicicletta, attraversando decine di paesi, persino la Corea del Nord, ci tiene a specificare. Ha sposato una bella giapponese dai lunghi capelli di seta corvina e ha costruito la sua vita in questo misterioso paese. Ora che lei è morta non gli restano che le due figlie e le tante fotografie sbiadite che lo riempiono di malinconia. I salici piangenti sono il perfetto sfondo per questa figura destinata all’oblio.
  • Adoro queste case così essenziali: nessun mobile, nessun arredamento, nessun soprammobile, solo tanto legno, piante, futon, tatami, thè verde, tende sottili come le ali di una libellula, qualche libro dalla copertina elegante.
  • “Dobbiamo andare a Nara e Kyoto, nell’occhio del tifone, come il professore di ieri mi aveva avvertita. Il viaggio sta volgendo al termine e io non voglio tornare a casa. Nel monastero è nuvoloso stamani. L’atmosfera perfetta. Adoro questo clima di pioggia e nebbia carico di possibilità.”
  • Nara, mega tifone che ferma i mezzi di trasporto e ci fa rimandare di un giorno la partenza per Kyoto. Piove, il cielo è grigio, le nuvole sono gonfie, elettriche, gli uccelli volano bassi, i cerbiatti si sono rifugiati sotto i porticati, non ci sono negozi aperti, niente da fare, nessuno in giro tranne noi disgraziati in infradito e giacca a vento. Giornata uggiosa, ma il tifone pensavo fosse un’altra cosa. Ci infiliamo in un parco, dopo un ottimo e abbondante ramen, e, wow… pura magia. Che emozione, che luogo suggestivo! Sarà stata anche la desolazione di un luogo solitamente gremito di orde di turisti… ma l’effetto è davvero pazzesco. I torii rossi, le lanterne di pietra con le preghiere in carta velina, la foresta rigogliosa, qualche monaco che cammina silenzioso tra gli alberi, i cerbiatti che frugano sereni tra le foglie cadute per la tempesta, uno scarabeo blu che aiuto a rigirarsi con una fogliolina e lui riprende tranquillo la sua strada come se niente fosse successo. La poesia di questi luoghi non ha eguali. Quando tornerò in Giappone sarà per questa magia, per la natura sconfinata, per le antiche tradizioni che resistono al tempo, per il buddhismo, per la lentezza dei paesini, per il minimalismo, il thè verde bollente mentre ammiri lo spettacolo della pioggia che scende, per le preghiere e i mantra dei monaci la mattina presto, per i gong che ti risvegliano dell’assopimento mentre riposi su un’amaca, per i maestosi torii che sbucano dalle fronde o dall’acqua. Il Giappone autentico, quello magico (l’ho già detto?) e antico delle storie di geishe e samurai, imperatori e monaci… le innovazioni della modernità perdono sempre dinanzi alle meraviglie dell’antichità.”
  • Tokyo è una città immensa. Ci sono le cose più stravaganti del mondo, come i Godzilla giganti in mezzo ai grattacieli o i Pokemon shop, ma io non ci vivrei mai: per quanto vivace e attraente, è pur sempre piena di traffico, rumori, folle di gente sudata. E le distanze sono immense, la sensazione di dispersione e straniamento costante, i palazzoni e i grattacieli divorano il cielo… preferisco la natura e i piccoli paesini tranquilli.
  • Kyoto è un carnaio di turisti, ben più di Tokyo. Le aspettative erano altissime, eppure, forse a causa della troppa folla e del troppo caldo, mi ha delusa, e mi sono sentita male più volte. Era una corsa continua da un tempio all’altro, da una scalinata all’altra. I giardini, i templi, i palazzi perdono ogni poesia in mezzo a quel casino. Non mi è piaciuta. Persino la cerimonia del thè mi è sembrata una trappola per turisti, così come il Fushimi Inari, il santuario shintoista con le celebri gallerie di torii rossi. Le grandi città bocciate, i paesini sperduti approvati.
  • Il sampuru, l’arte del cibo finto, è diffusissima in Giappone. Ovunque, infatti, si trovano vetrine che espongono pietanze finte, di plastica, che sono realizzate così bene da sembrare delle reali appetitose prelibatezze.

Insomma, eccoci alla conclusione, per ora. Qualche appunto, pensiero, osservazione, su un Paese che mi ha saputo emozionare e sorprendere ogni giorno. Spero di tornarci presto!

Arigato gozaimas!

Invisibile in mezzo alla folla

Ho vissuto l’esperienza di sentirmi invisibile in mezzo a una folla. È stato terrificante. 40 gradi sull’asfalto, seduta per terra sui mozziconi di sigaretta e le pipì di cane per ore ad attendere il pulmino che da Bologna mi avrebbe portata a Prato. Mi è pure caduto in testa un bicchiere con del caffè che era appoggiato sul davanzale di una finestra sopra di me. Sudavo come una fontana, mi sentivo girare la testa, avevo sete ma l’acqua era finita. Mi sentivo sul punto di svenire. La gente si accalcava sempre di più, e quando è arrivato l’autobus hanno iniziato tutti a spingere e urlare e sbraitare, l’autista ha iniziato ad imprecare ed offendere dei signori magrebini che gli stavano vicino. Non riusciva neppure più a controllare i biglietti perché la fiumana di gente lo aveva scalzato via. Era una lotta di gomitate e spinte. Io ho messo la mia valigetta nel bagagliaio e sono salita ma non c’erano più posti a sedere così l’autista ha intimato a tutti quelli in piedi di scendere. Un ragazzo dietro di me ha iniziato a litigare con l’autista e io non riuscivo a scendere. Mi sono sentita male e sono corsa giù. Dovevo recuperare la valigia prima che il bus partisse ma era finita in fondo. Ho dovuto tirar giù decine di altri bagagli e nel frattempo le mie gambe e braccia hanno incominciato a tremare fortissimo. Sono riuscita a prendere la valigia, l’ho tirata giù e scansando quelli rimasti a terra come me sono tornata nel mio cantuccio di asfalto bollente e putrido. Ho preso le ginocchia tra le braccia, ho nascosto la testa sul grembo e ho incominciato a piangere a dirotto. Avevo tutta la candela che mi colava dal naso e mi si appiccicava agli avambracci già fradici di sudore e sporchi di fuliggine. Piangevo, piangevo. E sono sicura che le persone intorno a me mi vedevano. Vedevano come mi tremavano ancora le gambe, le braccia, le mani, come singhiozzavo, come cercavo di farmi aria con la borsetta, come respiravo in modo affannato. E comunque nessuno, nessuno mi ha chiesto se avevo bisogno di aiuto. Nessuno. È stato terribile. Mi sono sentita completamente abbandonata a me stessa. Volevo solo ritornare alla mia cameretta confortevole e abbracciare i miei gatti. Volevo solo un po’ di sostegno. Già avevo perso l’autobus prima dopo delle corse infernali perché nessuno è stato in grado di dirmi dove dovessi andare. Poi anche il pullman successivo a quello da cui sono dovuta scendere era in ritardo. Tutti che urlavano, si incazzavano. Alla fine è arrivato e sono salita. Ho visto che era già tutto pieno, però in prima fila c’era un posto libero vicino a un signore cingalese. Mi sono messa lì. Piangevo ancora a dirotto, non riuscivo a smettere. Lui, con modi gentili, un sorriso e una voce confortanti, ha subito cercato di consolarmi. Io, che nel mentre cercavo di asicugarmi il sudore, le lacrime e il mocio dal viso con un unico fazzoletto, non capivo neppure bene quello che mi diceva, tanto il suono della sua voce era attutito dagli echi dei miei singhiozzi. Poi pian piano ho iniziato a capire la sua dolce cantilena. 

Non piangere ragazza. Non piangere. Non devi essere triste. Ciascuno di noi soffre, ciascuno di noi ha dei problemi, anche molto più gravi dei tuoi. Per cui non affliggerti. Qualunque cosa ti stia facendo star male, ricordati che passerà. Ti ho vista prima piangere, sai, quando ti sei messa per terra e ti nascondevi chiusa in te stessa, mi dispiace davvero. Vorrei poterti aiutare. Perché piangi? Sei cosi bella, anche mentre piangi. Sei giovane, cos’hai 17, 18 anni? Studi cara? Sì? Ma che brava. Vedi, tu sei davvero una brava ragazza. Si vede che sei intelligente. L’università è molto importante. Anch’io ho studiato. Sono laureato in economia, però non qui, in Sri Lanka. Là ero dirigente bancario. Qui mi divido tra l’essere giardiniere, badante, autista… Non c’è lavoro. Specialmente per chi viene dallo Sri Lanka come me. Alle persone non piaccio. Mi guardano con diffidenza. Ma tu no, tu mi hai sorriso anche se piangevi e ti sei seduta dove tutti evitavano di sedersi anche se non c’erano più posti a sedere. Ti voglio già bene sai. Dimmi, la tua mamma e il tuo papà stanno bene? Sì? Allora sii felice, non ti manca niente. Sono sicuro che ti amano molto. E il fidanzato ce l’hai? Sarai piena di fidanzati bella come sei. Perche vai a Prato? Dove vivi? Cosa studi? Cosa vuoi fare da geande? Ohhh sei stata in India. Sono colpito. Brava. l’India è un paese in forte sviluppo. Fino a qualche anno fa era più povero dello Sri Lanka, ma ora ci ha surclassati di tanto. Ora in India ci sono anche tanti ricchi, anche se i poveri sono ancora davvero troppi. No, io non ci sono mai stato in India, ma le so queste cose, alla fine siamo vicini, India e Sri Lanka. Ahhh il bus dici? Forse ci vogliono due ore per arrivare. No no ti prego non piagere più forse mi sono sbagliato forse solo un’ora e mezza o forse una e un quarto. Attacco di panico dici? No, tu soffri, ma non devi. Non devi davvero. 

Si chiama Srilal Fernando ed è venuto in Italia con una Business visa perché si guadagna di più a fare il badante in italia che il dirigente bacario in Sri Lanka. 23 anni fa ha divorziato e ancora ci soffre ma questa è la vita, mi dice.

Il mio Marocco

Da anni il Marocco mi faceva l’occhiolino presentandosi a me sotto la forma di amici, amiche e persino un affabile fidanzato di questo affascinante e conturbante paese. Finalmente, tra studio, altri viaggi e impegni vari, ho trovato l’occasione di recarmici, alla scoperta di quei luoghi di cui avevo tanto sentito parlare e letto, a partire da uno dei miei libri preferiti: L’alchimista dello scrittore brasiliano Paulo Coelho, che narra le mirabili vicende di un uomo, il giovane pastore Santiago, che intraprende un viaggio mistico partendo dall’Andalusia spagnola, per poi passare da Tangeri, città marocchina, al deserto del Sahara e, infine, all’Egitto. Il Marocco è stato il mio primo paese africano visitato, se escludiamo le vacanze egiziane nel Mar Rosso quando ero piccola, e ha dato l’avvio a una passione che credevo di poter provare solo per l’Asia, quella per l’Africa. Di lì a sei mesi sarei infatti ritornata nel continente più volte, prima per addentrarmi nell’Africa nera, selvaggia e pericolosa della Namibia, dello Zimbabwe, del Botswana e del Sudafrica e poi, con un viaggio più soft, per ritornare in Egitto, questa volta con più calma, per visitare le piramidi e le città che sorgono impavide lungo il fiume Nilo.

Il Marocco mi ha lasciata a bocca aperta, mi ha commossa e scossa, mi ha fatta innamorare di una terra che già mi manca. Dopo venti giorni di viaggio in uno dei paesi più ricchi di storia e cultura dell’Africa del Nord, sul volo di ritorno in Italia ho appuntato sul mio fedele diario il fiume di pensieri e sensazioni che questi luoghi hanno suscitato in me. Ecco ciò che ho scritto:

Sconquassata dalle emozioni, un diluvio, l’anima nuda, ferita. Occhi sbarrati per lo stupore, labbra contratte per la tristezza.

Mi mancheranno tutti quelli che ho conosciuto durante questa sorprendente avventura. Quante risate, quanti pianti, quanto mondo i miei occhi hanno scoperto una volta di più.

La perfezione e la delicatezza delle architetture andaluse ed arabe nelle città imperiali, le antiche rovine di Volubilis, le gole e la valle di Ziz e del Todra, la città di Ait Ben Haddou che, pronunciata da una napoletana (non io) fa proprio morir dal ridere, le affascinanti moschee dalle splendide decorazioni a motivi geometrici e floreali, i turbolenti souq (i mercati) in cui ti perdi in continuazione mentre venditori abilissimi ma fin troppo insolenti ti tirano dietro la loro mercanzia, gli spettacolari riad (le abitazioni tradizionali dotate di cortili interni con fontane e piante), la centenaria foresta di cedri con le sue bertucce dispettose che con una manina mi tirano la gonna e con l’altra cercano di prendermi di mano i pomodorini.

Il disgusto e lo sconvolgente lezzo delle concerie di Fes con i suoi poveri lavoratori che passano la giornata immersi nelle sostanze chimiche fino alle cosce, i bambini ignari del mondo fuori che vivono nei villaggi berberi dove nulla hanno fuorché loro stessi e la loro miseria, il contrasto con hotel di stralusso come il sontuoso Mamounia di Marrakech (in cui sono riuscita ad infiltrarmi piangendo qualche pietosa lacrima davanti alle guardie perplesse) e tutti i maestosi palazzi reali con le vetrate colorate come piacciono a me, l’aria fresca che circola da una stanza all’altra e i limoni che crescono fino al tetto.

I preziosi dirham, la lingua araba con i suoi suoni gutturali e severi, i profumi e i colori vividi delle spezie, i continui piatti roventi di tajine (pietanze di pollo, limone e olive, oppure agnello, prugne e mandorle, cotte in piatti di terracotta) e couscous (pietanza composta da granelli di semola, verdure, carne, uvetta cotti insieme), i tappeti drappeggiati che solo a guardarli ti fanno vivere mille viaggi mentali in Oriente, gli eleganti dromedari nel deserto ed Argentina (un assurdo turista argentino che noi abbiamo soprannominato così) che corre a petto nudo (e che petto nudo!) tra le dune per fare le live su Instagram rischiando di beccarsi un’insolazione e, peggio ancora, di perdere di vista la nostra carovana di dromedari diretta all’accampamento.

Il miele genuino e i grossi datteri scuri e dolcissimi la mattina presto, il thè alla menta versato da altezze improponibili, i nuovi amici Jouad (che è marocchino e gestisce un riad ma ha vissuto tanti anni in Spagna e infatti parla con noi in uno spagnolo impeccabile) e Joshua (che è tedesco e sta viaggiando per il mondo senza scadenza) a Fes, la superba Bouchra che difende il suo paese e intrattiene un dibattito sul femminismo con noi a Meknès, l’autista Samir e la sua giovane moglie che deve stare a casa a badare i figli com’è giusto che sia, a parer suo, gli indomabili nomadi nel deserto del Sahara che quando posano lo sguardo su di te ti trafiggono come se ti avessero scagliato una lancia addosso, i preziosi fossili testimoni di vite fa e risorsa di sostentamento per tante famiglie che mandano i loro figli sul ciglio della strada a venderli ai turisti, i colori sgargianti e freschi dei tessuti, il nero pece del burqa che divora le donne, quello stronzo che mi ha toccato il culo mentre ci guidava a visitare la sua piantagione di caffè, le infinite e maestose Kasbah visitate.

Le cene condivise coi compagni di avventura come quella a ben €20 a testa affumicati dalla testa ai piedi dalle griglie davanti a noi, i venditori di dentiere usate, l’olio di Argan e i miei mille orecchini, la pace e la civiltà di Ifrane e la bolgia infernale di Marrakech, la signora che mi prende la mano prepotentemente e mi dice “regalo regalo io amo Italia” poi pretende soldi per avermi scarabocchiato con l’hennè là dove ancora c’erano i segni di un vecchio tatuaggio (che era decisamente più carino), quello che ci lancia le scimmie addosso e (che novità) pretende denaro anche lui per il grande privilegio concessoci (odio le scimmie!), l’aria di Portogallo ad Essaouira che si sporge sull’oceano impetuoso e le sarde grigliate sul momento in una tiepida giornata a passeggio, lo splendore della capitale Rabat con la torre di Hassan e il mausoleo di Mohammed V, la paura a Casablanca quando ci dovettero scortare fino all’albergo i poliziotti armati, il blu cobalto di Chefchouen e il relax e la lentezza di Ourzazate, città che ospita la Hollywood marocchina.

La lente a contatto persa nel deserto (con mio grandissimo sconforto e livore) e le dodici ore di sonno filato ad Essaouira nel mio bel letto a baldacchino dalle candide lenzuola bianche, i teneri gattini indifesi per le strade affollate, l’assalto dei bambini polverosi alle biro e alle matite come fossero oro e diamanti nei villaggi berberi, il costante fastidio per gli insetti assillanti e il caldo secco, le risate a crepapelle e la musica berbera, i momenti di gioia e quelli di disperazione, i prodigi dell’hammam e del parrucchiere con cui mi sono buttata alle spalle un pezzo di me e delle mie paure, le nuotate nelle straordinarie piscine dei riad e il tappeto di stelle sopra di noi a Zaouiat…

Questo è stato il mio Marocco.

Impressioni sulla Serbia

WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.57 (2) È la seconda volta che mi ritrovo in Serbia, uno di quei paesi di cui non si sente mai parlare e dove i riflettori del turismo di massa faticano ad arrivare, e forse è un bene, perché, a parte ovviamente la cosmopolita e moderna capitale, Belgrado, i ritmi del vivere quotidiano, le abitudini contadine e le tradizioni locali sono rimasti immutati. Ormai i Balcani li conosco bene, sono stata diverse volte in Bosnia, Montenegro, Bulgaria, Slovenia e Croazia, e quasi sempre per una motivazione precisa: stripafest, ovvero festival di fumetti. Nei Balcani infatti da tempo si tramanda prosperamente una lunga tradizione fumettistica, certamente legata al doppio valore artistico/letterario associato alla Nona Arte. Io non c’entro niente coi fumetti, non li disegno, non li leggo, non mi piacciono neanche molto onestamente… però il mio fidanzato è un disegnatore di Zagor, proprio il personaggio più amato nei Balcani insieme al Grande Blek e ad Alan Ford, per la casa editrice Sergio Bonelli, e così, quasi per caso, sono diventata anch’io un’assidua frequentatrice di questi affascinanti paesi al di là dell’Adriatico. E il merito è della generosità di queste persone, che desidero ringraziare di cuore, perché, nonostante io non sia una disegnatrice, in questi anni mi hanno sempre invitata ai loro festival e trattata come un’ospite di riguardo, occupandosi di me in tutto e per tutto. Hiljadu hvala prijatelji! Grazie mille amici! WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.54 (1) La prima volta che sono stata in Serbia è stato un anno fa, a Niš, città nel sud del paese, a confine con la Bulgaria, e difatti in quell’occasione ho visitato anche la maestosa capitale Sofia, ma di questo non ci occupiamo adesso. Mi ricordo che le mie prime impressioni erano di stupore. In Italia abbiamo un po’ di pregiudizi su questi paesi, ce li immaginiamo come dei covi di zingari carichi di tintinnanti bracciali rubati che vivevano in baracche fatiscenti a gruppi di dieci. O almeno, io me li immaginavo così. Come mi sbagliavo… Certamente ci sono anche gli zingari e i quartieri degradati, un po’ come in tutte le grandi città e le zone povere del mondo, però c’è molto di più. C’è sempre molto di più, basta saper guardare e vincere la paura dettata dai pregiudizi e dall’ignoranza. Che strano paese la Serbia. È piccolo, senza sbocchi sul mare, con un terzo della densità della popolazione italiana, oltre l’80% di abitanti di religione cristiano ortodossa, stato sovrano soltanto dal 2006, anno in cui si sciolse dal Montenegro. Le città principali si riassumono in Belgrado, ovviamente, Novi Sad, Niš, Leskovac e Subotica. Nei ristoranti si mangia carne in abbondanza a prezzi stracciati, tante insalate greche o srpske, serbe, appunto, pesce di lago, srpski hleb, pane serbo, pljeskavica, ovvero l’hamburger balcanico e la baklava, dolce a base di pasta fillo e frutta secca intriso di miele. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.58 WhatsApp Image 2023-07-20 at 13.57.21 (1) I serbi sono gentili, accoglienti, sorridenti. Però non ti sanno mai dare informazioni, sono pessimi nell’organizzazione e non parlano inglese, a parte qualche formidabile cigno nero come il mio amico Ivan. E se tu dici loro che il serbo non lo parli, loro si infervorano in discorsi animati e si innervosiscono sempre più mentre ti ripetono per l’ennesima volta quella frase in serbo che tu, stupido che non sei altro, non vuoi capire. Sono buffi gli uomini, con i loro grossi pancioni da birra e i codini unti come non vanno più di moda da decenni, i visi spigolosi e i modi alla buona, il bicchierino di rakija (superalcolico simile alla grappa, solitamente prodotto con l’uva e largamente diffuso in tutti i Balcani) o di slivovitz (acquavite serba alla prugna) sempre in mano. Alcuni ti fanno venire voglia di controllare se hai ancora il portafoglio, ma la maggior parte ti stuzzica la curiosità di scambiarci due chiacchere, come con gli orsacchiotti dolci come Dušan, che parla italiano meglio di molti italiani veri e che insegna al liceo linguistico di Niš come fosse una missione. Lui, che, non pagato, ci ha fatto da interprete con gli organizzatori del festival entrambe le volte, ci porta in giro tra un impegno e l’altro e riesce anche a intavolare discussioni sulla situazione politica del Kossovo mentre si beve una birra e traduce i discorsi che ci fanno gli altri serbi infervorati. Molte donne hanno i labbroni gonfiati dall’estetista, il voluminoso seno ben esposto a sguardi indiscreti, i capelli rigorosamente tinti e allungati con le extension, lunghe unghie affilate, ciglia finte, minigonne… poi ovviamente molte altre donne invece sono semplicemente loro stesse, ma effettivamente mi rendo conto che da queste parte l’attenzione all’estetica femminile è elevata. Gli standard richiedono certe caratteristiche, l’essere magre ma con le forme nei punti giusti, avere gli zigomi alti, le labbra carnose, i capelli lunghi… e in questa parte nel modo sembra ci tengano particolarmente a possederle. C’è poca gente in giro e pochi colori, a parte le bandiere rosse, bianche e blu (pericolosamente somiglianti a quelle russe) che sventolano ovunque, è tutto abbastanza grigio a dire il vero, come grigio è il loro umore ogni volta che si toccano certi argomenti, non pochi in effetti: politica, presidente, Kossovo, istruzione, sbocchi professionali, attività culturali etc etc. Si denota una certa delusione riguardo al modo in cui il loro paese è gestito, alcuni mi confidano di odiare il presidente, altri di non sopportare i loro conterranei, altri ancora di sentirsi abbandonati a loro stessi dallo Stato. Prendiamo ad esempio Milan, che ha un negozio di piercing e tatuaggi all’interno di un labirintico centro commerciale. Ogni volta che lo vediamo ci ribadisce che la Serbia gli ha tolto il futuro, e che la Serbia stessa non ha futuro, che lì l’arte, la cultura e la creatività non vengono apprezzate, che la diversità è vista di malocchio, che lo Stato tarpa le ali a quelli come lui, i sovversivi. Che non ci sono soldi, i diritti non sono tutelati, che il paese è centralizzato su Belgrado, che c’è troppa corruzione in giro, che non si investe abbastanza sui giovani, sull’insegnare loro l’inglese e farli uscire dalla loro bolla isolazionistica… ma lui resiste, qualcuno deve pur farlo, ammette. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 (3) WhatsApp Image 2023-07-20 at 13.57.21 Sono l’unica ragazza ventenne in mezzo a uomini cinquantenni, sessantenni. In questi festival io non c’entro proprio nulla. Ma forse è proprio perché non c’entro nulla che mi piace andarci e continuo a tornarci. Perché è tutto improbabile, assurdo, inaspettato. Io, che gli unici fumetti che abbia mai letto nella mia vita sono alcuni libretti con le bellissime donne di Manara, io, che reputo gli albi della Bonelli datati e noiosi, sempre io me ne sto per ore con sguardo perso ad ascoltare degli omoni che si parlano addosso in serbo e non la finirebbero mai se non fosse per un languorino che fa loro desiderare rakija e costolette di maiale a volontà. Il leit motif di questo paese sembra essere 5 MINUTI. Ti dicono sempre wait 5 minutes, just 5 minutes, ma 5 minuti non sono mai, minimo 30, se non un’ora o pure di più. Sono ritardatari nati. Almeno tutti quelli con cui ho avuto a che fare io. Già dall’arrivo in aeroporto a Belgrado ho potuto constatarlo. Ho chiamato Vlada, il signore che l’organizzazione ci aveva mandato per recuperarci in aeroporto e portarci fino a Niš. La prima volta mi ha detto: “5 minutes I’m there. Wait.” Abbiamo aspettato mezz’ora, ancora niente. Marcello voleva fare il bravo bambino paziente e comprensivo, per cui mi diceva: “no Eli, non insistere, ha detto 5 minuti, lo so, ma vedrai, starà arrivando, ci sarà traffico, sono sicuro che ora sbuca fuori e si scusa per il ritardo”. E io, rassegnata, decido di tentare anch’io di essere paziente e comprensiva, per non rovinare il viaggio già da prima di iniziarlo. Però passano altri 5 minuti, poi 10, 15. Insomma, Dio mio, ma possibile che solo per me 5 minuti siano DAVVERO 5 minuti?! Lo richiamo e lui, imperturbabile, quasi stupito di sentirmi ancora, mi dice “I said 5 minuts. I’m coming”. Alchè, dopo un’altra mezz’oretta dalla seconda chiamata, iniziamo davvero a perdere la pazienza entrambi e chiamiamo i responsabili dell’organizzazione. Epilogo, anche loro ci dicono di aspettare 5 minuti e noi, rassegnati, aspettiamo. Questa volta l’attesa è presto ricompensata dall’arrivo di Vlada che, in un’improvvisa fretta dovuta al timore di farci arrivare tardi al festival, ci trasporta sani e salvi, e un po’ sballottati, a destinazione. Il festival si rivela un flop come sempre, non c’è organizzazione, nessuno ha fatto pubblicità all’evento, in giro per le strade non si vede neppure una locandina che incoraggi i visitatori ad andare alle mostre, gli ospiti invitati non hanno niente da fare in programma, se non andare a zonzo e bere birra, e ci sono sempre i soliti signori dalle barbe lunghe che abbiamo incontrato anche in Bosnia e in Montenegro, però la passione e la dedizione di questa gente mi lascia a bocca aperta, la loro umanità e ospitalità mi rincuorano. La prima sera ci allontaniamo dieci minuti perché io ho fame, strano, e loro sono in ritardo con la cena, strano, per andare a comprarmi un bel bombolone ripieno di cioccolata, così, come antipastino alle 21.30 di sera, e loro si dimenticano di noi. Quando poco dopo ritorniamo al festival non c’è più nessuno, se ne sono andati tutti all’altra esposizione che si trova dall’altro lato della città. Noi non abbiamo la macchina, ci avrebbero dovuto portare loro. Così li chiamiamo, mentre io inizio a sentire i sensi di colpa per la bomba calorica appena ingerita, e loro, me li vedevo proprio, si danno una pacca in testa per la sbadataggine. Ma certo! I nostri ospiti d’onore! Come abbiamo fatto a dimenticarci di loro! Così ci mandano un taxi e si ripete la solita infinita tiritera dei 5 minutes che 5 minutes non sono mai. Dopo forse 40 minuti riusciamo a raggiungerli. L’evento è ormai finito, ed è tempo di andare a cena, ma io, oramai, ho perso l’appetito. WhatsApp Image 2023-07-20 at 13.57.21 (2) Sono in un bar con M. e tre serbi, ci sono diverse biciclette appese sulle pareti affianco ai grotteschi disegni incorniciati di Predrag, uno dei signori con cui sono seduta al tavolino, li ho appena conosciuti nella strada dietro al locale, erano amici del nostro enorme (letteralmente) amico, nonché mio piercer di fiducia, Milan. Una voce femminile canta in sottofondo Life on Mars di David Bowie, le luci sono soffuse, si sta facendo buio fuori, per la strada passano un bambino che insegue una palla, una anziana signora in bicicletta, un gatto spelacchiato. Mentre loro vanno di grappe e patatine io mi bevo una cioccolata calda che mi lascia un po’ perplessa, in quanto zeppa di biscotti sbriciolati al suo interno. Un pomeriggio di ozio, scambi di opinione e sguardi sul mondo, ore a chiaccherare e a rilassarci sui comodi divanetti del locale dopo la frenesia della mattinata in giro tra mostre di fumetti, incontri didattici nelle scuole, centri commerciali e il parco memorial Bubanj, dedicato alle vittime, ivi sepolte, del parco di concentramento nazista a pochi chilometri di distanza. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.58 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.58 (2) Sì, la Serbia è un paese tetro, è tetro perché i luoghi di interesse sono tutti in qualche modo legati alla morte: oltre al campo di concentramento e al parco già citati, c’è la Cele Kula, la Torre dei Teschi, poco fuori dal centro della città, costruita dagli Ottomani nel 1809 dopo la battaglia di Cegro. La torre un tempo annoverava tra i suoi mattoni più di 500 teschi di soldati serbi rimasti uccisi nella battaglia, ora se ne contano una decina a malapena. Se vai con una guida questa sarà felice di indicarti quali teschi appartenevano a ragazzi di appena 15/16 anni, e quali invece a ragazzi grandi di 20 anni: i soldati infatti erano tutti giovanissimi. Un macabro avvertimento dei turchi a dimostrazione di cosa accade a chi si mette contro di loro. In realtà questa non è l’unica torre che abbiamo visitato. Il nostro amico Dušan, il professore, una mattina è stato così gentile da accompagnare noi, il formidabile artista 3D (dovreste vederli i dipinti che realizza in giro per tutta Europa! Sembra che i personaggi sbuchino fuori dal pavimento pronti per saltarci addosso!) e caro amico Milivoj e sua moglie Katarina (tutte persone assolutamente squisite) a visitare la torre di Čegar, nella florida campagna ad appena mezz’ora di macchina da Niš. La torre è stata costruita in onore del duca Stevan Sinđelić e di tutti i coraggiosi serbi che combatterono con le unghie e con i denti contro i terribili turchi, sacrificando le loro vite per la patria. Saliamo sulla torre e da là la vista si rivela davvero mozzafiato: un’immensa valle verde e rigogliosa ci avvolge dolcemente. Non voglio più scendere di lì, ma, come sempre, anche le cose belle devono finire. L’eccentrico ed ospitale signor Selomir è il custode del sito e, prima di raccontarci la storia della sanguinosa battaglia, ci invita tutti a sederci al suo tavolo, a metà mattina, per bere il caffè bollente appena preparato da lui in persona e la rakija contenuta in un dispenser a forma di torre con sopra raffigurate aquile e combattenti. Ci offre anche le ciliegie da lui colte negli alberi che circondano il luogo e dolcetti locali ricoperti di candido zucchero a velo. Io, che non bevo alcolici né caffè e mi sento ancora in colpa per quel maledetto bombolone, vado di ciliegie, e devo dire che sono davvero deliziose. Che personaggio che è. Il viso abbronzato solcato da profondissime rughe, una voluminosa chioma bianca immacolata, una bucherellata giacca blu oltremare sopra a tre camicioni sblusati e una dentatura che farebbe sfregare le mani a qualunque dentista. Ma dovreste vederlo quando arriva il suo momento, là difronte alle scolaresche in visita alla torre, decine e decine di bambini e ragazzi, che sventolano piccole bandiere serbe e lo ascoltano trattenendo il fiato. E lui, con gesti teatrali e toni da baritono, racconta, mi dice Katarina ridacchiando, con una serie di esagerazioni ed iperboli, le grandi gesta dell’esercito serbo. È un bel posto, quello. Dopo aver ringraziato e salutato Selomir, che ci tiene a regalarci un libretto sulla torre scritto da lui e con un’enorme foto del suo faccione, e ovviamente, il suo autografo con dedica personalizzata, ci avviamo in discesa verso il fiume e, seguiti da uno scodinzolante cagnotto felice, raggiungiamo una chiesa ortodossa davanti alla quale Dušan si premura di spiegarci le differenze che intercorrono tra le chiese cristiane ortodosse e quelle cattoliche. Dopodiché esploriamo la zona, è tutta natura lì, si sta benissimo, non fa caldo come in città, anzi, mi devo persino mettere un maglioncino. Katarina trova un quadrifoglio e, esultante, me lo mostra. Io le dico sconsolata che non ne trovo mai di quadrifogli. Lei allora mi lancia un sorriso furbetto e si rimette a frugare tra i fili d’erba fino a che, sorprendendo tutti, trova un altro quadrifoglio e lo porge a me sussurrandomi all’orecchio che nessuno saprà mai che non l’ho trovato io. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.57 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.56 (2) Con l’amico Milan, grandissimo tifoso di una squadra calcistica di Belgrado, dopo che mi ha fatto il mio terzo piercing serbo, visitiamo un campo di concentramento nazista nel centro della città. Ora è vuoto, un museo coi resti di chi è passato di lì, un luogo di resistenza e memoria, un tempo prigione, inferno, luogo di annientamento e disumanizzazione. Il museo è ben allestito, è pieno di documentazione originale sulla vita dei detenuti, larghi pannelli appesi ai muri ci raccontano la vita, o meglio, l’incubo, delle migliaia di anime che hanno visto spegnersi le loro speranze in quel luogo oscuro. Leggiamo dei fucilamenti aleatori, dei leggerissimi indumenti di lino quando la temperatura scende sotto lo zero, delle razioni ridotte a un pugno di riso insipido, delle madri separate dai figli, di quelli che hanno lottato fino all’ultimo ma non ce l’hanno fatta, delle evasioni andate a buon fine, delle torture inflitte senza spiegazioni, delle umiliazioni quotidiane, dei capelli rasati, dei volti dimenticati. Ogni tanto mi scende una lacrima, e mi sovvengo di quanto sia breve il passo dall’inseguimento di un ideale alla realizzazione di un abominio. In quei giorni tutti si domandano come sia possibile che un ragazzino di 12 anni possa uccidere dieci compagni di classe nella sua scuola e ferirne decine di altri. E come, in quello stesso giorno, la sera, un altro ragazzino possa commettere una strage simile. È la cultura della violenza, mi dicono, negli Stati Uniti sono abituati, in Texas c’è una sparatoria un giorno sì e uno no. Ma qui da noi, noi che siamo i resti dell’ex Jugoslavia, noi che abbiamo una cultura filosovietica, cosa c’entra con noi questa insensata violenza? È colpa della TV, dei media, dei film di Tarantino, delle notizie al TG, dei fumetti splatter, della diffidenza che si sta spargendo a macchia d’olio tra le persone, dell’odio che chi ci governa incita in noi, della mancanza di empatia, di valori, di contatto con la realtà, di distinzione tra Bene e Male. Sabato mezza Serbia andrà a Belgrado per protestare, si faranno ore e ore in autostrada su bus gremiti di gente sudata e puzzolente per il caldo anomalo di queste settimane, ma secondo te, servirà a qualcosa? Io credo di no. In Serbia protestiamo, protestiamo, ma niente cambia mai. Siamo un paese fossilizzato nel suo passato, stiamo morendo, mi dicono. Una sera a cena mi ritrovo seduto davanti a me il signor Stefanovic, un omone grosso e barbuto, un intellettuale da quel che ho capito (anche perché gli ospiti del festival, a parte me, sono tutti disegnatori, sceneggiatori o intellettuali). Sono già le 22.30 ed io sto morendo di fame. Come al solito quelli dell’organizzazione ci hanno fatto aspettare un’eternità prima di portarci al ristorante. Ogni volta che chiedevo tra quanto saremmo andati a cena mi rispondevano 5 minutes, oramai ero rassegnata. Ci portano enormi insalate di cavolo, pomodoro, cipolla, cetriolo e feta e io mi ci fiondo senza ritegno. Il signor Stefanovic, che a quel punto si è già bevuto due rakije e due coca-cola, non tocca l’insalata e mi rassicura di non preoccuparmi per lui, che avrebbe mangiato la carne. E così è. Io la carne non la tocco neppure, tanto ci pensano gli uomini. Stefanovic mi guarda divertito quando gli dico che dovrebbe mangiare un po’ di verdure anche lui e mi dice “I don’t have vices at all. I don’t smoke, I don’t drink, I don’t gamble, I don’t overeat, I don’t curse. I only have one little flaw: I am a big liar” (Non ho nessun vizio. Non fumo, non bevo, non scommetto d’azzardo, non mi abbuffo, non impreco. Ho solo un piccolo difetto: sono un gran bugiardo). Poi mi chiede secondo me perché non si taglia mai la barba. Io resto un attimo perplessa, suppongo perché gli piace così, gli rispondo. Lui scuote la testa. “Because this way when people want to address me they are more likely to say the beard guy instead of the fat guy” (perchè così quando qualcuno vuole riferirsi a me è più probabile che dica “il tizio con la barba” invece che “il tizio grasso”) e scoppia a ridere compiaciuto della sua genialità. Mi è simpatico da subito. Ci invita anche al suo festival di Sombor, città al confine con l’Ungheria. Il ragazzo seduto affianco a lui mi confessa che queste battute la racconta ogni volta che incontra persone nuove, è il suo biglietto da visita. Ci tiene a che si sappia che non si preclude niente nella sua vita, ed è felice così. Dopo Niš ci rechiamo a Belgrado, questa volta svincolati da impegni lavorativi (comunque ridotti all’osso per M. e assolutamente nulli per me) e compagnie varie, desiderosi di scuoterci di dosso il torpore del sonnolento festival e delle serate passate a mangiare fino allo sfinimento. Resto stupita nel ritrovarmi difronte una città così cosmopolita e vivace, brulicante di giovani, turisti, artisti di strada. In ogni via ci sono almeno un paio di antiche librerie, ne visito qualcuna e in men che non si dica mi resta in mano un manuale per imparare il serbo (ho un po’ il pallino per le lingue), ora rigorosamente impilato nella mia libreria tra il manuale di hindi e urdu e quello di olandese (quest’ultimo ancora da aprire). Il quartiere Skadarlija sarebbe il quartiere bohémien della città, una specie di Montmartre di Parigi, e con le sue vie acciottolate, i locali raffinati e le pareti degli edifici affrescate un po’ mi conquista, ma mai come la vista che si ha dalla maestosa fortezza di Belgrado, chiamata Kalemegdan, sul punto in cui il fiume Danubio incontra la Sava. La prima sera lì abbiamo visto pure i fuochi d’artificio, mentre intorno a noi i giovani ballavano su ritmi pop, succulenti profumini di zucchero filato e hamburger si mescolavano all’aria tiepida della notte, coppiette innamorate si scambiavano segreti d’amore sulle panchine che si stagliano sul fiume e, più in là, l’orizzonte. È una serata magica, mi sento euforica, felice con tutto il cuore, vorrei non finisse mai. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.53 (1) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.53 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.55 (2) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.53 (2) WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.55 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.55 (1) Il giorno dopo visitiamo la fortezza alla luce del sole, esploriamo la parte all’aperto del museo della guerra, passiamo davanti al Parlamento, il celebre e lussuoso Hotel Mosca, Piazza della Repubblica con il suo sontuoso monumento al principe Milhaio, punto di riferimento e d’incontro per tutti i giovani della città. Il pomeriggio ci riposiamo su una panchina in un parchetto pieno di ragazzini e io, che mi sono stesa per il lungo con la testa appoggiata allo zainetto e i piedi su M., mi addormento in un batter d’occhio e dormo fintanto che lui non mi sveglia delicatamente dicendomi che è ora di proseguire il tour. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.54 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.54 (2) Il giorno dopo ancora mi impunto sul cercare il Museo Nikola Tesla, dedicato al geniale inventore (1856-1943) dei motori elettrici a corrente alternata. Nessuno di noi due ci capisce nulla di fisica, però dai, siamo nella sua città, non possiamo non onorarlo con una visita al suo museo. Con l’aiuto di Google Maps lo troviamo, ma l’esperienza non risulta così piacevole come speravo. Innanzitutto ci mandano via dicendoci di tornare dopo un’ora, per via del fatto che il numero massimo di visitatori è stato raggiunto. Poi, quando torniamo, ci lasciano ad aspettare sotto al sole cocente per mezz’ora insieme a decine di altri visitatori visibilmente nervosi. Tra l’altro non hanno il bagno, ci dicono, strano… Alla fine entriamo e siamo talmente in tanti che nessuno riesce mai a vedere quali marchingegni della fisica ci sta mostrando la guida. L’unica cosa che vedo, alla fine, è un macchinario che ti dà la scossa elettrica se avvicini la mano abbastanza. Mando avanti M., per capire se si tratta di un dolore sopportabile e lui, impassibile dopo la sua scossa, mi dice che non fa per niente male. Ma quando provo io il dolore mi sorprende e mi spaventa tanto da lasciarmi sfuggire un urlo… neppure il bambino di 5 anni prima di me aveva urlato… Usciamo da questo interessantissimo museo sapendone esattamente quanto prima sulle invenzioni di Tesla (se non che prendere la scossa fa male) e ci dirigiamo al magnifico tempio di San Sava. Dobbiamo camminare per un’altra mezz’oretta sotto il sole, ma ne vale assolutamente la pena. Sorta nel 1935, è la chiesa ortodossa più grande al mondo. Al suo interno si resta sbalorditi dai meravigliosi esempi di arte cristiano ortodossa, l’oro predomina in tutte le raffigurazioni. È pieno di fedeli che, attendendo pazientemente il proprio turno in una fila che arriva fino all’ingresso, rivolgono i loro rituali di preghiera alle immagini sacre che sono collocate in una specie di altarino davanti all’abside della chiesa. Rimango incantata dai gesti carichi di sacralità che, sapientemente, piccoli e grandi eseguono con estrema precisione mentre sono assorti nelle loro preghiere: questo luogo magico mi mette un po’ in soggezione, e mi fa avvertire uno strano vuoto dentro di me. Vorrei potermi sentire anch’io così sinceramente e profondamente devota a un qualche Dio. WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.52 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.51 WhatsApp Image 2023-07-20 at 11.33.50 L’ultima cena decidiamo di dedicarla alla nostra scoperta preferita nella città, ovvero una favolosa gelateria che mi fa dimenticare dei vecchi sacrifici della dieta. Prima mi scelgo un cono grande. Poi, non soddisfatta, un altro piccolo. Però mando M. a prendermelo perché mi vergogno di essere così golosa… ma d’altronde, è la dolce conclusione perfetta per questo indimenticabile soggiorno serbo. La scappata nella capitale è l’occasione buona per rivedere un altro paio di vecchi amici conosciuti durante altri festival in Bosnia e Montenegro. Rispettivamente, Ivan e Selena (lei viene col marito, Ivan anche lui, e il figlio adolescente). Rispettivamente, sceneggiatore e disegnatrice. Lui si veste sempre immancabilmente di nero da testa a piedi, lei ha una chioma rosso fuoco, come rosse sono sempre anche le sue labbra. Mi erano mancati molto entrambi, abbiamo dei così bei ricordi insieme… E così decido di organizzare l’incontro tutti insieme, perché di tempo non ce n’è molto, e i due, che non si conoscevano di persona, a un certo punto si rendono conto che tempo fa si erano scambiati diversi messaggi su Facebook a proposito di un certo altro festival di fumetti e di conoscenze comuni. Da questo momento in poi non la smettono di ridacchiare e raccontarsi aneddoti per noi incomprensibili in quanto, a questo punto, sono ripassati dall’inglese al serbo. Io di nuovo mi perdo nei miei pensieri mentre mi bevo il mio thè alla fragola, e ripenso al simpatico signor Selomir, ai bambini uccisi dall’omicida compagno di scuola, all’agghiacciante torre di teschi, alle rakije, ai dipinti 3D del nostro amico Milivoj, all’incantevole vista sul Danubio dalla fortezza di Belgrado, alla genialità di Tesla, alle grigliate infinite, alla bellezza degli affreschi nelle Chiese, a Dušan che si fa sempre in quattro per noi, alle parole in serbo che sono riuscita ad imparare, al troppo mangiare e al troppo poco dormire, ai quadrifogli di Katarina, alle storie di massacri tra serbi e turchi, a Milan e alla sua ossessione per il calcio, ai giovani che ballano felici per strada, al futuro di questo paese, alla rabbia e all’orgoglio di questo popolo fiero, a tutti i personaggi stravaganti incontrati… e penso che sì, in Serbia mi sento davvero a casa. Con affetto, Elisa. 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Perché viaggiare

Viaggiare è un modo di vivere e, sfatiamo subito un mito, non è tutta una questione di soldi. Certamente si può andare negli hotel 5 stelle, nei resort all’ultimo grido, in giro con il tour più confortevole e lussuoso sul mercato… però si può anche viaggiare con lo zaino in spalla dormendo in ostelli sgangherati a 5 euro a notte, si può prendere l’autobus per spostarsi invece del taxi, si può mangiare un panino per strada invece di sedersi al ristorante, si può usufruire di sconti e festività per visitare musei e palazzi, si può alloggiare presso una famiglia che ti ospita gratuitamente in cambio di poche ore di lavoro al giorno… Insomma, con qualche accortezza, tanta buona volontà e, soprattutto, passione, chiunque può viaggiare il mondo intero!

Per me viaggiare è la spinta che mi fa andare avanti nella vita, che mi dà la forza di affrontare le difficoltà e superare gli ostacoli che incontro lungo il mio cammino, è lo sprone a dare sempre il massimo perché poi quel viaggio che sto per fare me lo devo meritare.

Viaggiare è tendere una mano verso il mondo, liberarsi da pregiudizi e preconcetti, affrontare le proprie paure e sfidare la routine.

Viaggiare è scrollarsi di dosso gli schemi precostituiti, rompere le abitudini, superare i propri limiti, progredire.

Viaggiare è…

Libertà.

Riflessioni varie ed eventuali:

Mi hanno sempre detto che faccio troppe domande

Che non è una cosa carina

Io non ci avevo mai fatto caso prima che me lo facessero notare

Come la mia pronuncia

Come i miei tratti asiatici

Mi è sempre sembrato maleducato chi invece non fa domande

Chi non si interessa al mondo che lo circonda

Chi è sempre preso a parlare di sé e di quei tre argomenti che conosce a memoria

Chi ascolta solo chi la pensa come lui

Chi torna sempre negli stessi posti

Anno dopo anno

Chi passa il tempo solo con le stesse persone

Facendo sempre le stesse cose

Senza mai provare qualcosa di nuovo

Senza sperimentare

Chi si riguarda quindici volte lo stesso film invece di vederne 15 differenti.

Scrivo perché voglio raccontare

Perché quando ero piccola qualcuno mi diceva quanto è bello viaggiare

Che è la cosa più bella del mondo

Anche se poi c’era sempre qualcun altro che mi diceva che era uno spreco di soldi e tempo

Scrivo perché mi vince l’impulso di raccontare

Di gridare al mondo ciò che vedo, che sento, che vivo

Scrivo perché non venga dimenticato

Perché tutti sappiano che non esiste un solo mondo

La città in cui si vive

Il paese in cui si è nati.

Viaggiare è faticoso

Impegnativo

Devi convivere con la paura di morire

Prendere malattie

Volare

Essere investito

Derubato

Aggredito

Non tornare più a casa

Restare solo.

Ma la paura più grande

È quella di vivere

Senza aver davvero vissuto.

Vado in Brasile

Da sola

E se morirò

Morirò felice

Perché avrò vissuto veramente

Avrò vinto la paura di volare

Della solitudine

Dell’affrontare il mondo

I pericoli

Le difficoltà

Avrò vissuto come volevo io

E non

Come conviene

Come agli altri piace

Come dovrei

Come chi mi dice che vivo in un mondo di orsetti gommosi e zucchero filato

Fuori dalla realtà

Con la testa sulle nuvole

E invece

Sono io quella che vive davvero nella realtà

Sono io quella che va a vedere

Capire

Scoprire

Provare

Cambiare

Tu sei fermo nella comfort zone

Nel tuo mondo misero

Chiuso

Dove non c’è più niente da imparare

Sperimentare

Nessuno stimolo per migliorare

Io sono felice così

Rischio forse la vita

Ma per me è più rischioso restare al sicuro

Nei pregiudizi e nel quotidiano

Lontana dalla verità

Di mondo così grande

Sfaccettato

Colorato

Io voglio vivere veramente

Assaggiare i cibi d’oriente

Cavalcare elefanti e nuotare tra i ghiacci

Soccorrere le tartarughe e camminare tra la gente

Diventare parte del tutto

Essere una persona diversa in ogni paese

Città

Villaggio

Seguire il mio cuore

Che mi porta lontana

Lontana

Sempre in movimento

Mai ci sarà pace in me

Io sono curiosità

Sono bramosia di vita

Sono necessità di partire

La mia morte sarebbe la sedentarietà

La mancanza di novità

Di libri, musei, campagne, dipinti, cibi

Se morirò

Non avrò rimpianti

Se vivrò

Non avrò paura

Tu dici che là morirò

Io dico che là sarò più viva che qua.

Vietnam e Cambogia: diario di viaggio

Le mie impressioni su Vietnam e Cambogia

10 giorni in Vietnam non bastano, come d’altronde per nessun paese bastano pochi giorni per scoprire una cultura, una lingua, delle tradizioni e una società diversi e spesso diametralmente opposti alla nostra. Ma alla maggior parte delle persone di questo mondo non viene dato neppure un giorno a disposizione per visitare l’enigmatico Vietnam o la mistica Cambogia ed io, conscia della mia fortuna, sono grata di questa opportunità.

Il mio viaggio è iniziato ad Hanoi, capitale del Vietnam, nel nord del paese, dove ho speso due giorni a visitare monumenti, musei, viottoli e templi e dove ho assistito ad uno spettacolo tanto antico quanto unico al mondo: il water puppet show, dove gli attori sono delle marionette che vengono mosse con abilità su un palcoscenico d’acqua per far rivivere leggende popolari e scene di vita quotidiana. Sono poi passata alla magica baia di Halong, dove mi sono lasciata trasportare dalla corrente su una tradizionale giunca cinese che mi ha fatta navigare tra isolotti, faraglioni e grotte con laghi sotteranei. Con un volo interno sono poi arrivata nel caldo e afoso centro, dove ho potuto visitare le città di Hoi An, Hue e Danang, ognuna con le sue peculiarità, la prima assaltata dai turisti e traformata in una Riccione orientale, la seconda rimasta integra nel suo spirito d’altri tempi e l’ultima sede di uno dei complessi di templi buddisti più spettacolari del paese. Altro volo interno, questa volta direzione Ho Chi Minh, l’antica Saigon, dove la storia della guerra sgorga da ogni poro della città, formicaio da 12 milioni di abitanti, con i famigerati e asfissianti tunnel dei vietcong e il museo della guerra con fotografie e reperti storici. Dopo aver navigato, in un’atmosfera da nirvana, su una canoa scricchiolante sul delta del Mekong, in mezzo a mercati galleggianti e mandrie di bisonti, e dopo aver raggiunto la sperduta cittadina di Chau Doc, ho attraversato via mare il confine con la vicina Cambogia. Nel Regno di Cambogia sono restata 5 giorni, il primo speso nella capitale, Phnom Penh, dove risiedono il magnifico Palazzo Reale e la splendida Pagoda d’argento. Gli ultimi 4 giorni di viaggio li ho passati a Siem Reap, dove ho scoperto come vivono gli ultimi della società: le persone che risiedono nelle casupole di uno dei tanti villaggi galleggianti sul lago di Tonle Sap o quelli che sopravvivono nelle baraccopoli di lamiera delle periferie. E, ovviamente, dove si trovano i maestosi templi di Angkor Wat incastonati nella foresta, oltre 260, e che costituiscono il sito archeologico più importante di tutto il Sud-Est asiatico.

In questo testo non darò le solite informazioni di viaggio come: cosa vedere, dove dormire o dove mangiare (informazioni che comunque progetto di fornire in un prossimo articolo), per ora mi voglio limitare a trasmettere le sensazioni, le riflessioni e le impressioni che questo paese ha suscitato in me, oltre a condividere alcune delle fotografie che ho scattato strada facendo. Ho scritto tutto mentre mi trovavo là, a volte, di punto in bianco, mentre camminavo per le strade schivando motorini e cani randagi, mentre stavo visitando un museo o mentre mi gustavo un piatto di ramen in un locale affollato, venivo presa dall’impulso irrefrenabile di mettere nero su bianco tutto quello che le circostanze in cui mi trovavo suscitavano in me; e così mi aggingevo a scrivere sulle note del mio telefonino. Ecco il mio Vietnam. Ed ecco la mia Cambogia.

VIETNAM

IL NORD. Arrivo ad Hanoi:

Volti grigi come la cappa di nebbia e inquinamento che avvolge la città

Non mi aspettavo così poca gente

Una famiglia bianca, bionda, con due bambini sui 3/4 anni in bici come se le disgrazie potessero capitare solo agli altri

Un’altra bici, questa volta un signore col tipico cappello a punta che gli copre gli occhi

Il “nón lá”, conico, in paglia

Non so come faccia a vedere

A districarsi nel mare di motorini.

Già 3 zanzare schiacciate con l’avambraccio contro il finestrino del pulmino

Paura della malaria, paura di morire Cintura rotta, unghia lunga del mignolo del conducente, sorriso beffardo e non curante.

Bruciore allo stomaco per la frittata di gamberetti e seppie piccantissima

Specialità di Singapore

Mi han detto.

Nessun cenno di risposta alla dogana

Nessun cenno rassicurante

Rischiare di fare un incidente in motorino per scrivere un messaggio

Volti di chi ha vissuto la guerra

Non è come l’Europa

Turismo spensierato

Ma come la Thailandia

L’India

La Cina

Qui la gente ha la sofferenza nello sguardo

Non è vacanza, è sfidare l’abisso

Baraccopoli come in Messico, Sudafrica, Egitto o Giordania.

Ho perso il senso del tempo

Non so più che ora sia

Se è giorno o notte

Quanto ho dormito

Quante ore ho passato insonne

C’è uno strano silenzio

Una cupezza che ti stringe l’anima

Un ginocchio nella schiena

Un gomito tra le costole

Un pugno in testa

E 40 kg di vietnamita che mi cammina addosso

15 euro per un’ora e mezza.

Niente.

Tutto fashion

Finalmente ricchi

La moda occidentale

Ha pervaso l’Asia

La faccia della città cambia dall’aeroporto al centro

Non mi aspettavo questo benessere

Sono sorpresa

Ero rimasta alla guerra degli anni ’60, alle invasioni cinesi, al comunismo, la fame

La globalizzazione ha trasformato anche questo paese

Gli ha corrotto l’anima

O forse

Risollevata

Nuovi ricchi

Vestiti di marca

Eleganza

Due dollari per una zuppa

Duemila per una borsa

Ragazzine coi capelli tinti

Riscattano le nonne che alla loro età lottavano per vivere

Ascoltano il kpop

Un paese ancora da decifrare

Capire

Non so se neppure in una vita potrei

C’è così tanto che non so

Così tanto.

Primi giorni a Hanoi:

Mi chiede se il suo è un paese democratico

Lei non lo sa

Non ha mai sentito prima la parola dittatura

Non conosce il nome del suo presidente

Non è mai stata a Ho Chi Minh

Non parla se non per affrontare le mie incessanti domande

Le spiegazioni sono tutte approssimative

Spesso mi rispondo da sola a quello che le chiedo

E lei chiede a me

Sul Vietnam

Perché lei non sa

Perché nessuno le ha mai detto la verità.

Halong Bay:

Halong Bay, nord del Vietnam. Un luogo magico… Mi ha commossa nel profondo. Miriadi di isolette, faraglioni e rocce ricoperte di giungla nel lussureggiante golfo di Tonchino. Abbiamo fatto una crociera di due giorni su un’antica giunca cinese restaurata. Abbiamo fatto kayak, assistito alla pesca dei calamari di notte, fatto escursioni sugli isolotti, Tai Chi all’alba, un corso di cucina vietnamita (squisiti gli involtini di riso e verdure!) e siamo anche entrati in un’enorme grotta sotterranea sperduta nel nulla! Quanta bellezza c’è su questo nostro generoso pianeta… più di quanto immaginiamo…

Sembrano i gorgoglii di un pesce

Gli schizzi di fiume di questa strana lingua

Suoni esotici ma l’alfabeto è latino

Fare Tai Chi sull’ultimo piano della giunca cinese

Nessuno intorno

Il mondo dorme ancora

E quando si spegne il motore

Solo i canti degli uccelli a cullarci

Il maestro così sorridente

Beato

Piccolino e magrino

Sano

Non come noi occidentali

Sovrappeso

Sempre tesi

Sempre a comandare

A pretendere di parlare inglese

A colonizzare

Deforestare

Ammazzare

Sradicare lingue, culture, identità

Tradizioni, bellezza e onestà

Verdi rocce sospese sull’acqua

Paesaggio surreale

Da film scientifico spaziale

Luoghi da ammirare

Persone da stimare

Peccato per l’inquinamento

Non si può respirare

La natura è contaminata

Ma un rimedio c’è

Dipende da noi

I momenti più belli non li ho fotografati

Tanto ero rapita dalla magia del momento

Il sorriso aperto e sereno del monaco che vegliava sul suo amico deceduto

Un canto sommesso di pace.

IL CENTRO. Hoi An:

La gente del centro è come una boccata d’aria fresca

Metaforicamente ovviamente… Perché qui l’aria raggiunge livelli di inquinamento allarmanti

È solare, gioviale, cordiale

Sarà la mitezza del clima, la cultura, la voglia di riscatto, il maggior contatto con l’Altro… Chissà!

Nessuna sensazione di pericolo come in Africa

La gente è molto tranquilla, gentile, curiosa

Qualcuno azzarda un complimento

Peccato che quasi nessuno parli inglese

Neppure una parola.

Danang:

La bella signora che mi ha venduto orecchini e fermaglio per capelli mi ha rincorsa per restituirmi il telefono che avevo dimenticato sulla sua bancarella

Questo episodio di grandissima gentilezza e onestà mi ha immediatamente riportato alla mente un altro momento legato alla perdita del telefono

La Namibia, primo giorno a Windoek

Pur di avere il mio telefono, nonostante le mie grida, i calci e i pianti, mi hanno messo le mani addosso e minacciata con un lungo coltello affilato…

Un trauma che troppo spesso riaffiora dal recesso della mia mente e che porta con sé emozioni di puro terrore e immenso livore

Si poteva evitare

Se solo…

Se solo la guida avesse chiuso le portiere della macchina

Se solo fosse partito ogni volta che, disperata, gli gridavo di partire

Se solo quegli uomini avessero avuto pietà della mia giovane età

Della mia ingenuità

Se solo…

Hoi An:

L’essenza della città di Hoi An è stata snaturata per soddisfare le richieste di un turismo che non guarda in faccia nessuno

Orde di bianchi grassottelli dai volti rubicondi starnazzano per le vie mentre evitano i motorini con un cocktail in mano, vestiti succinti e sguardo arrogante

Si sentono strascichi di francese, inglese, portoghese, hindi, giapponese, olandese… E non c’è fine

In sottofondo per le vie si sentono le voci di Justin Bieber, Shakira, Charlie Puth e Katy Perry… Non la tradizionale musica vietnamita

Sembrerebbe una qualunque cittadina di mare in Italia, Spagna o Francia se non fosse per le innumerevoli lanterne variopinte che riempiono le strade

Di sfuggita, tra le orde di gente in festa, si scorcia il volto emaciato di un bambino

Sbuca tra la gente con tanti sacchetti stretti tra le mani

Piedi nudi sull’asfalto bollente

Vestiti logori e viso sporco

Un ultimo rimasuglio di Vietnam autentico

Come un’anziana signora dal passo lento

Col suo cappello a punta e la miriade di rughe che attraversano il suo volto stanco

Il Vietnam è anche questo

È stato trasformato

Snaturato

Certamente il turismo porta denaro e lavoro

Ma a quale prezzo?

Dover contrattare per la vanità di chi vuole solo arraffare

Ritrovarsi a vendere banana split e crêpes alla Nutella perché i dolci tipici non sono alla moda

Dover ascoltare la musica commerciale del colonizzatore.

Hue:

In Asia non usano la mascherina per proteggersi dalle malattie o dall’inquinamento ma per non allontanarsi ancora di più da quello standard di bellezza che vuole la pelle delle donne bianchissima

Ogni volta che vede degli stranieri la nostra guida si lascia andare a lamentazioni del tipo “come vorrei avere la pelle così chiara come le occidentali…” poi mi fa complimenti per qualcosa per cui non ho alcun merito. Si percepisce una grande rassegnazione in lei, il fatto che la sua pelle non sarà mai così bianca come vorrebbe.

E pensare che da noi ci si fa le lampade, ci si cosparge di creme abbronzanti e si patisce il calore infernale (e magari anche un tumore alla pelle e le grinze) pur di prendere la famosa tintarella sotto il sole d’agosto.

Cerca di sbiancarsi con creme di madreperla e strani intrugli poco raccomandabili

Si copre dal sole con ossessione

Usa l’ombrello anche se è nuvoloso.

Hue:

Lenta cantilena triste e dolce

Non riesco a smettere di fissare questi ragazzi

Tutti così giovani, belli, magri, dai delicati lineamenti

Bevono birra a profusione

Gettano le lattine vuote per terra

C’è già una catasta sotto il loro tavolo

Uno zufolo di polvere che pende dal naso del finto alce appeso sopra l’ingresso della fumosa cucina del locale

Cataste di piatti sporchi impilati alla buona

Nessuno incrocia il mio sguardo

Nessuno si mischia con gli stranieri.

IL SUD. Saigon:

Io che durante il COVID odiavo le mascherine

Che mi ribellavo

Andavo in giro senza anche se venivo rimproverata

A volte fino a farmi piangere

Adesso invece mi ritrovo ad indossarla di mia spontanea volontà

Anche se mi fa soffocare

Anche se mi sento mancare la libertà

Il fatto è che questo atroce inquinamento mi soffoca ancora di più

Vorrei prendere le persone una ad una

Scuoterle dai loro motorini e spiegare loro che stanno alimentando la distruzione del nostro pianeta

Ma d’altronde che possono fare?

Le macchine costano troppo e le bici sono troppo faticose

Se non provassi paura

Il brivido

Forse non avrei questa fascinazione per i paesi scassati, poveri, sofferenti

Seguendo i miei sogni

Lottando contro la paura

Perché nessun giorno sia sprecato

Perché la mia vita non sia passata invano.

Cerco di trattenere il fiato il più possibile

Per quanto inquinamento si respira

Ho i polmoni in fiamme

Penso alle verdi montagne del trentino e mi domando come ci si possa tanto allontanare dall’armonia della natura

Vivere in alveari di cemento ammassati gli uni sugli altri

Dover mettere i tappi nelle orecchio per provare a dormire mentre di notte per strada si scatena il putiferio

Mi domando perché

Come siamo arrivati a tutto questo

Autodistruzione

Più che un tour della città mi sembra un tour dei vari tipi di gas tossici

Non mangio perché il cibo è troppo piccante

Non respiro neppure

Cerco di sopravvivere e prego di non essere investita per strada in questa bolgia di motorini.

Saigon:

Errore di valutazione

Saigon è un formicaio

Sguardo perso

Vestito con gli abiti dei guerriglieri

Una parodia della guerra

Riproduce ciò che è stato

Dà dimostrazioni di come i vietcong si infilavano negli strettissimi tunnel

Ogni tanto sbuca una lucertola

Un venticello smuove le foglie secche

Un turista coi pollici in su e un gran sorriso resta immobile mentre la sua fidanzata bionda e cotonata con ciglia finte gli scatta una foto ricordo

Come un parco divertimenti ma di cattivo gusto

Chi ha vinto scrive la storia

Non potrei dirlo ma questa è la verità

Perché c’è un regime comunista

Da pochi anni posso parlare un po’

Ma prima neppure potevo ridere

Se scrivo qualcosa contro il regime su facebook mi vengono a prendere

Non posso dire ciò che penso.

Cos’è questo frastuono?

Turisti che pagano soldi per usare armi vere della guerra.

CAMBOGIA

Phnom Penh:

Grondo sudore

Un Inferno di calore

Distanze infinite

Si procede lentamente perché c’è sempre troppo traffico

Il viaggio della speranza

Ammassati su una barchina in 40 per ore

Tentando di raggiungere la Cambogia

Una sauna

Come l’India

Ormai non ci faccio più caso al sudore che cola costantemente giù da ogni poro della mia pelle

Non sono fatta per il troppo caldo

Né per il troppo freddo

Serve equilibrio

In tutto

Ma la ricompensa

E’ immensa.

Siem Reap:

Gli antichi abitanti erano i Champa, una popolazione indiana

Stessa fisionomia, solo occhi a mandorla

Natura e artefatto umano in simbiosi

I templi di Angkor

La foresta tropicale che si riprende il suo spazio

Lo splendore in rovina.

Siem Reap:

Quando non ci sono soldi per acquistare un terreno si costruisce la propria casa sul lago. In Cambogia è pieno di villaggi galleggianti, dove persino la chiesa, la scuola e il ristorante devono essere raggiunti in canoa…

A due passi dalla città di Siem Reap c’è una delle tante baraccopoli della Cambogia. Se la città è il paradiso, raccontano gli abitanti di questo luogo, la periferia è l’inferno.

Adoro l’Asia.

Pur con le sue contraddizioni

Cerco il contatto col mondo

Cerco una mano che si tende.

Grazie e al prossimo articolo! 🙂

Cảm ơn! (grazie in vietnamita)
សូមអរគុណ! (grazie in khmer)


Elisa.

“Les Misérables” by Victor Hugo

It was the first time for me to read such a long book, 1212 pages. I actually have always been scared of long heavy books, so I never read one. In November I met a person, who was talking all the time about Les Miserables, he even gave me the book, and started asking me all time if I had started reading it. He was so pressing I eventually began the lecture. I was immediately shocked by how much the story was taking me, I couldn’t stop reading, I was reading 4/5 hours every day. So I read a book my friend read in 6 months in 12 days. This book is going to change your life. It has so much to teach.. each character taught me something: Monsigneur Bienvenu, Fantine, Cosette, Eponina, Gavroche.. but most of all, him. Jean Valjean. This is a book of hope, of redemption, of salvation. Jean Valjean is the perfect example of a person who finds the strength to rise from the darkness where he’s fallen to the light of the paradise. The message conveyed is great: you may make mistakes, be an horrible selfish immoral person, but there’s always hope, you can rise and become an amazing person. You only need a little help (like Monsigneur Bienvenu for Jean Valjean or the reading of this book for you) and a little bit of strength and desire to change your life situation. All the rest will come by himself. The author of this book is a genius, I think that the existence of such minds as the one of Victor Hugo is a sufficient proof of the existence of God, or at least of the benevolent nature of the world. This book is not only a novel, it’s also an open window on French society from 1817 to 1832. Hugo finds time and way to write his thoughts on many subjects, as the war, the vulgar language, conscience, the sewer system, the conditions of the exploited workers, women and orphans etc. The plot is mesmerising, you never get bored: Les Miserables is a masterpiece absolutely worth reading.

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